Il Vietnam fa edilizia sociale. L’Italia aspetta il mercato

Che cosa ci racconta un piano abitativo, se arriva da un Paese povero, comunista e autoritario, dove vige la pena di morte e la stampa è sotto stretto controllo? Molto, se quel Paese si chiama Vietnam e si prepara a costruire un milione di alloggi sociali entro il 2030 per i lavoratori e le fasce più deboli della popolazione.

Il progetto, presentato come bozza di risoluzione all’Assemblea nazionale il 20 maggio, nasce da un problema pratico e urgente: le regole attuali impediscono a molti lavoratori interni migranti – che si spostano dalle aree rurali alle grandi città – di accedere all’edilizia popolare. Basta possedere una casa altrove, anche se a decine di chilometri di distanza, per perdere il diritto a un alloggio dignitoso nei pressi del luogo di lavoro.

Il governo ha deciso di intervenire. La nuova norma prevede che, se l’abitazione già posseduta si trova a oltre 30 km dal posto di lavoro, non sarà più un ostacolo all’accesso alla casa popolare in città. Un criterio semplice, ma che riconosce la realtà concreta di chi lavora, spesso lontano dalla propria famiglia, in condizioni precarie e senza tutele.

Il Vietnam non è un modello di libertà, ma almeno pianifica
Il Vietnam è una Repubblica Socialista a partito unico, erede del comunismo asiatico, con un controllo statale rigido e libertà civili limitate. Ma è anche un Paese che, nonostante le sue carenze democratiche, pianifica e agisce su bisogni sociali concreti. Il piano “1 milione di case” non è un annuncio elettorale: è parte di una strategia nazionale che coinvolge ministeri, province e investitori pubblici e privati.

Anche sul fronte dei prezzi, la proposta di legge interviene: gli investitori potranno fissare i prezzi di vendita e affitto sulla base di criteri trasparenti e certificati, riducendo la doppia valutazione attualmente prevista che rallenta i tempi e crea incertezza nei flussi di cassa dei progetti.

Sì, il sistema vietnamita è autoritario. Ma è anche in grado di riconoscere un’urgenza sociale e intervenire con politiche pubbliche strutturate. E, soprattutto, lo fa con risorse limitate: il PIL pro capite del Vietnam è meno di un quarto di quello italiano.

“Evacuation Drill in Central Vietnam” by USAID_IMAGES is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

L’Italia, invece, resta immobile
E poi c’è l’Italia. Democrazia liberale, Paese del G7, benestante, industrializzato. Eppure l’edilizia sociale è abbandonata, ridotta al minimo, trattata come un tema marginale o emergenziale. Il patrimonio pubblico esistente è fatiscente e in buona parte inutilizzabile. Le nuove costruzioni si contano con il contagocce.

Secondo i dati dell’Ance, solo il 4% del patrimonio abitativo italiano è costituito da edilizia sociale. In Francia è il 15%, nei Paesi Bassi supera il 20%. E mentre i costi di affitto continuano a salire e la gentrificazione espelle i residenti dalle città, il governo si limita a evocare il PNRR o a lanciare piccoli bandi spesso privi di seguito concreto.

Il paradosso è chiaro: un Paese povero e autoritario pianifica alloggi per i lavoratori. Un Paese ricco e democratico li lascia al libero mercato.

Un confronto scomodo, ma necessario
No, il Vietnam non è un esempio di libertà individuale o democrazia. Ma in tema di edilizia sociale, agisce come uno Stato che riconosce un dovere verso chi lavora. E se un regime con risorse limitate riesce a costruire un milione di alloggi in dieci anni, cosa impedisce a un Paese come l’Italia di fare lo stesso?

Non è una questione di bilancio, ma di volontà politica. Chi governa, se vuole, interviene. Chi non lo fa, sceglie di lasciare irrisolto un problema che colpisce milioni di cittadini, soprattutto i più giovani, i precari, le famiglie monoreddito e i migranti.

Nel confronto tra Vietnam e Italia c’è tutta la contraddizione delle democrazie ricche che hanno smesso di occuparsi del sociale. E c’è una domanda di fondo: a cosa serve la libertà, se non la si usa per costruire giustizia?

“Vietnam – Hanoi” by Titti Nguyen Ho is licensed under CC BY 2.0.