In Mali è in corso una pulizia etnica invisibile al mondo, un dramma silenzioso che mira a cancellare intere comunità nomadi, tra cui i tuareg e i peul. Questa emergenza, documentata in un dossier di 87 pagine depositato alla Corte Penale Internazionale, mostra un quadro inquietante di atrocità: esecuzioni sommarie, distruzione sistematica delle risorse vitali, torture, e un’espansione allarmante di violenze nei confronti delle popolazioni nomadi.
Il dossier, firmato da una ricercatrice italiana che ha scelto l’anonimato per proteggere le sue fonti, raccoglie testimonianze dirette, materiale video e audio, e approfondisce la connessione tra quanto denunciato da Jeune Afrique e la strategia violenta della giunta militare di Assimi Goïta, supportata dai mercenari di Wagner.
La fonte racconta di quanto accaduto dopo il ritiro della missione Onu e di Minusma nel 2023, quando i primi clan hanno cominciato a fuggire verso la Mauritania, anticipando massacri e soprusi. In due giorni interi gruppi di pastori e artigiani nomadi sono stati costretti a scappare, seguiti da azioni mirate su pozzi avvelenati e capitali bestiame decimati, tecniche che nel deserto equivalgono a condanne a morte.
La popolazione di Kidal, passata da 98.433 abitanti nel gennaio 2023 a 26.633 a gennaio 2024, è emblema dell’esodo forzato.
Dietro questa strategia genocida si cela una realtà geopolitica complessa. L’offensiva contro Kidal – città a maggioranza tuareg, il cui accordo di autonomia del 2015 era già a rischio – è stata preceduta da bombardamenti mirati e dalla distruzione sistematica di infrastrutture civili.
Dopo la caduta della città, l’esercito maliano e i mercenari di Wagner non solo hanno violato i diritti umani, ma hanno anche introdotto pratiche spregiudicate come la violenza sessuale sistematica per “produrre bambini misti”.

Parallelamente, gruppi jihadisti estremisti presenti nella regione restano relativamente limitati – un migliaio circa con JNIM, altri pochi centinaia con EIGS – mentre l’esercito maliano conta circa 35.000 effettivi. Eppure l’azione brutale non segue logiche antiterroristiche, ma assume i contorni di una pulizia etnica .
Nel 2022 è iniziata la penetrazione organizzata di mercenari russi: prima con Wagner, oggi con l’Africa Corps che ha sostituito Wagner sotto controllo diretto del Ministero militare di Mosca. I combattenti – la maggior parte ex-Wagner – hanno continuato le loro operazioni, con l’Africa Corps ufficialmente operativo dal giugno 2025.
Le prove raccolte nel dossier riflettono una modalità di intervento che va oltre la pulizia etnica: la distruzione delle risorse minerarie locali, la decimazione del bestiame, il controllo strategico dei pozzi e l’uso di pozzi come arma di morte dolce, rientrano in un progetto più vasto di controllo territoriale, con interessi economici – come quelli auriferi – e geopolitici .
Dal dossier emerge una precisa sequenza temporale: dalla fine delle missioni ONU nel 2023 all’assalto inerrante a Kidal ad agosto, passando per le testimonianze inedite su esecuzioni di civili, compresi bambini, commesse con droni e postate sui social come trofei di guerra. Queste immagini, diffuse dalle milizie stesse, sono state collezionate anche sotto forma di video e audio nelle mani della ricercatrice .
Oggi, con Wagner formalmente uscito e al suo posto l’Africa Corps, il disegno sembra continuare indisturbato e con ancora meno visibilità, denunciato solo da gruppi Facebook locali. Il dossier ora attende una reazione concreta dalla Corte Penale Internazionale, mentre Olympic Crisis Group e Washington Post testimoniano una regione al crocevia di ideologie, terrorismo e interessi delle grandi potenze .
Questo dossier solleva interrogativi urgenti: è ancora possibile intervenire per proteggere civili innocenti in zone remote e senza testimoni ufficiali? E come risponderà la comunità internazionale, a cominciare dalla CPI, di fronte a testimonianze così esplicite? Ci troviamo di fronte a un bivio: ignorare o agire.



