Il fallimento dei centri per l’impiego nel mondo

Non ha santi in paradiso, non ha la “spinta giusta”, non ha amici che contano. Ha solo un curriculum, qualche competenza, e la necessità di vivere. Inizia così il viaggio di un disoccupato del 2025, da un continente all’altro, dentro i meccanismi che dovrebbero garantire un diritto elementare: trovare lavoro.

Lo chiamiamo centro per l’impiego, job centre, job agency, employment service. Cambiano i nomi, ma la storia è la stessa: milioni di persone che si rivolgono allo Stato, e milioni di risposte che non arrivano.

Stati Uniti: efficienza numerica, solitudine reale

Negli Stati Uniti, la ricerca di lavoro è una faccenda da algoritmo. Il sistema pubblico si chiama Workforce Innovation and Opportunity Act (WIOA): ogni stato lo gestisce in autonomia, con sportelli che aiutano nella formazione e nell’incontro domanda-offerta.

Sulla carta funziona: il 73,4% di chi esce da un percorso WIOA risulta occupato a un anno. Ma dietro i numeri ci sono contratti precari, salari da fame, e una realtà: un quarto dei partecipanti resta senza lavoro stabile anche dopo dodici mesi.

Il modello americano è iper-selettivo. Se sei giovane, sano, laureato, entri nel 73%. Se sei povero, con scarsa istruzione o disabilità, la percentuale si capovolge.

E come sempre, il welfare si ferma alla porta dell’impresa: se non hai una rete, finisci a competere con chi è pronto a lavorare per meno. La mobilità americana funziona solo per chi può permettersi di spostarsi.

Australia: la privatizzazione del fallimento

In Australia il disoccupato non parla più con lo Stato, ma con un’agenzia privata pagata a risultato. Il sistema si chiama Workforce Australia.
L’obiettivo ufficiale: far lavorare il 15% degli iscritti per almeno 26 settimane. Il risultato reale: solo l’11,7% ci riesce.

Vuol dire che l’88,3% dei disoccupati non trova un’occupazione di lungo termine, nonostante miliardi di dollari pubblici spesi ogni anno per pagare società di intermediazione.

Le denunce ormai sono decine: agenzie che si intestano assunzioni trovate autonomamente dai candidati, pressioni per consegnare le buste paga, e un numero record di reclami — oltre 8.300 in un anno.
La macchina dell’impiego è diventata un business. E chi ne resta fuori, spesso viene punito: sospensione dei sussidi, tagli, procedure automatiche di esclusione. Un sistema più bravo a punire che a collocare.

Europa: dove il diritto al lavoro è ancora una lotteria

L’Europa ama definirsi “sociale”. Ma dietro la retorica dei programmi europei, un disoccupato deve affrontare la stessa giungla di sportelli e procedure. La rete dei Public Employment Services (PES) copre tutto il continente: Germania, Francia, Regno Unito (fuori dall’UE ma dentro il modello), Italia. Ma i risultati cambiano a seconda del passaporto.

Germania

Il modello tedesco è il più robusto: centri pubblici efficienti, collegati con il sistema formativo e industriale. Eppure anche qui, circa il 40% dei disoccupati non trova un impiego stabile entro sei mesi.
Il miracolo tedesco è sostenuto da un welfare forte e da formazione continua, ma il rovescio è chiaro: mini-job, part-time forzati e salari bassi che gonfiano le statistiche. Trovare un lavoro sì, ma non necessariamente “un buon lavoro”.

Regno Unito

Il Jobcentre Plus è l’erede del sistema Thatcher: più burocrazia che aiuto. I dati ufficiali mostrano che circa la metà dei disoccupati registrati non trova lavoro entro l’anno. Il resto è una rotazione di brevi impieghi e sospensioni dei sussidi. In media, un disoccupato britannico riceve tre volte più sanzioni che offerte di lavoro. L’algoritmo decide chi è “attivo” e chi “pigro”. Il risultato è un sistema che scoraggia più che aiutare.

“Job Centre plus” by RMLondon is licensed under CC BY-NC 2.0.

Francia

In Francia, il Pôle Emploi ha il tasso di successo più alto tra i grandi Paesi UE: quasi il 60% degli utenti trova lavoro entro sei mesi, ma solo il 40% lo mantiene oltre l’anno. Il resto si perde tra contratti a termine, lavori intermittenti e burocrazia. L’introduzione del nuovo sistema France Travail promette di semplificare tutto. Per ora ha solo cambiato nome agli sportelli.

Italia

E arriviamo a casa. In Italia, il disoccupato senza conoscenze entra in un Centro per l’Impiego (CPI) o nel programma GOL – Garanzia Occupabilità Lavoratori. I dati ufficiali del Ministero del Lavoro dicono che solo la metà dei presi in carico risulta occupata dopo il percorso.

Significa che una persona su due non trova un impiego stabile nemmeno dopo la formazione o l’assistenza pubblica. E la differenza territoriale è abissale: al Nord le percentuali salgono al 60%, al Sud scendono sotto il 35%.

Nel frattempo, lo Stato spende miliardi in politiche attive mentre la domanda di lavoro resta ferma e le imprese chiedono solo figure già formate. Le agenzie private, intanto, promettono miracoli: “due su cinque trovano lavoro entro un mese”. Peccato che nessuno dica quanti resistono dopo sei mesi.

Un filo rosso: i poveri che pagano il fallimento degli altri

Da Washington a Roma, il destino del disoccupato è lo stesso: lo Stato scarica la responsabilità su di lui. Se non trova lavoro è perché “non si impegna abbastanza”, “non si aggiorna”, “non accetta qualsiasi cosa”.
Ma i numeri dicono altro: tra il 40% e l’80% di chi passa per un centro per l’impiego nel mondo non arriva a un’occupazione stabile.
Il mercato del lavoro globale è costruito su una menzogna: che basti cercare. La verità è che i sistemi pubblici e privati sono progettati per contare le pratiche, non per cambiare le vite.

E allora, cosa resta da fare per trovare un lavoro senza conoscenze?

Restano le storie: di chi si presenta ogni settimana a uno sportello per firmare la presenza; di chi riceve email automatiche con offerte impossibili; di chi smette di cercare. Restano i numeri nascosti: milioni di persone che, in un mondo che si vanta di “piena occupazione”, non trovano neanche un contratto di sei mesi. E resta una domanda, semplice e feroce: che senso ha un sistema che spende miliardi per dire ai disoccupati che è colpa loro?

“Elgin Place – on the site of the former Scotland Green Job Centre” by Alan Stanton is licensed under CC BY-SA 2.0.