Il settore agroalimentare italiano, una colonna portante dell’economia nazionale con un valore di oltre 73,5 miliardi di euro nel 2023, nasconde al suo interno una realtà inquietante: la sistematica irregolarità e sfruttamento dei lavoratori agricoli.
Un fenomeno evidenziato dal VII Rapporto su Agromafie e Caporalato redatto da Flai-Cgil, che ha gettato luce su una piramide dello sfruttamento che coinvolge 200.000 lavoratori irregolari, molti dei quali sottoposti a condizioni lavorative degradanti, paragonabili a forme moderne di schiavitù.
Il quadro del lavoro irregolare
Secondo l’Istat, nel 2023 il 30% dei lavoratori agricoli in Italia operava in condizioni di irregolarità. In particolare, le donne rappresentano circa 55.000 delle vittime, molte delle quali invisibili alle istituzioni. Questa cifra, già allarmante, è ritenuta sottostimata dagli esperti e include pratiche diffuse come il lavoro “grigio” e il lavoro nero. I dati dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro confermano un tasso di irregolarità nel settore agricolo pari al 59,2%, con 1.668 lavoratori in nero e 146 privi di permesso di soggiorno.
A peggiorare la situazione, le retribuzioni sono al di sotto della soglia di povertà: un lavoratore agricolo guadagna in media appena 6.000 euro lordi all’anno, una cifra insufficiente per garantire condizioni di vita dignitose.

Caporalato e criminalità organizzata
Il caporalato, fenomeno tristemente noto, si è evoluto negli ultimi anni, coinvolgendo lavoratori provenienti da vari contesti, non solo migranti irregolari, ma anche cittadini comunitari come bulgari e rumeni. Questi ultimi, pur avendo documenti regolari, subiscono condizioni di lavoro estreme, spesso senza rendersi conto della portata dello sfruttamento.
Il sistema del caporalato non si limita più alle tradizionali regioni meridionali. Secondo il rapporto, un terzo dei distretti agricoli colpiti si trova al Nord, con la Lombardia in testa. Qui, le filiere del suino, dell’insalata in busta e del melone mostrano come lo sfruttamento sia diffuso anche nelle aree più produttive.
Operazioni di contrasto e lacune
Le forze dell’ordine hanno intensificato i controlli, portando a un aumento delle ispezioni (+140%) e delle denunce (+207%) nel 2023 rispetto all’anno precedente. Tuttavia, il sistema resta resistente ai cambiamenti. Molti imprenditori evitano le responsabilità scaricandole sui caporali, mentre i controlli rimangono sporadici e spesso annunciati con preavviso, vanificando il loro impatto.
Le cause strutturali e una via d’uscita
La filiera agroalimentare è schiacciata da una compressione dei costi imposta dalla grande distribuzione organizzata, che richiede prezzi bassi per prodotti iperlavorati. Questa pressione si ripercuote sull’ultimo anello della catena: i lavoratori. Le politiche di immigrazione, come la legge Bossi-Fini, contribuiscono ulteriormente a mantenere i migranti in una condizione di precarietà che alimenta il sistema.
Tuttavia, esperimenti come il sindacato di strada della Flai-Cgil a Pordenone mostrano che una reazione dal basso è possibile. L’inclusione e il riconoscimento dei diritti sono passi fondamentali per smantellare un sistema che si regge sulla marginalizzazione e lo sfruttamento.
ConclusioneIl settore agricolo italiano, fiore all’occhiello dell’economia nazionale, deve affrontare il suo lato oscuro. Senza un intervento deciso che combini controlli efficaci, riforme legislative e azioni sindacali incisive, il lavoro irregolare e il caporalato continueranno a minare la dignità dei lavoratori e a perpetuare un modello di produzione insostenibile.



