Non c’è nessuna divisione NATO pronta a entrare domani in Russia. Nessun ordine di attacco firmato, nessun D-Day sul tavolo. I governi lo sanno bene, a Washington come a Mosca: uno scontro diretto tra alleanza atlantica e Russia significherebbe saltare nel buio nucleare.
Proprio perché questo salto oggi nessuno lo vuole, è più facile far passare l’idea che la guerra possa durare all’infinito, gestita dall’alto, per procura, finché serve. Il pericolo non è l’annuncio improvviso di una Terza guerra mondiale, ma la normalità del conflitto permanente.
Nel discorso pubblico la musica è cambiata, ma il testo è sempre quello. I vertici militari parlano di “azioni preventive” e “risposte esemplari”, i governi promettono di “fare tutto il necessario”, le forze populiste li inseguono non per frenare il riarmo, ma per cavalcarlo meglio: più “duri” con il nemico, più “sovrani”, più liberi dai vincoli di alleanze e trattati. L’immagine che ci viene servita è quella di un’élite prudente contro un popolo arrabbiato. In realtà governi e leader “anti-sistema” condividono lo stesso codice: la forza militare come unica lingua che conta.
C’è un’eco che fa paura. Nel 1914 furono le monarchie e gli Stati maggiori a decidere la guerra, ma furono i popoli ad affollare le manifestazioni favorevoli al conflitto, convinti che sarebbe stata breve, virile, rigeneratrice. Oggi nessuno canta sotto le caserme, ma la retorica che circola nei talk show, sui social, nelle campagne elettorali ha lo stesso sapore: chi invita alla prudenza viene bollato come debole, chi chiede negoziati come complice del nemico.
La collera sociale che nasce da povertà, precarietà, inflazione viene incanalata non contro chi taglia salari e welfare, ma contro un nemico esterno: il russo invasore, l’ucraino che si riarma con i soldi occidentali, il migrante che ruba lavoro, le tasse che non vengono più percepite come bene di servizio per la collettività, fino ai complotti mondiali veri o presunti.
Intanto la linea di frattura tra popoli e governi è nettissima. In Ucraina la popolazione vive da anni sotto le bombe, sapendo che il futuro del paese si decide in capitali straniere dove si negoziano confini e “garanzie” di sicurezza che nessuno è disposto a difendere in prima persona. In Russia milioni di persone sono ostaggi di un regime che manda a morire i poveri delle province in nome della patria. In Europa i cittadini sentono ripetere che “non ci sono soldi” per case popolari, sanità, scuola, ma che è inevitabile aumentare ancora la spesa militare.

La guerra è lontana abbastanza da non toccare la vita quotidiana di chi governa, abbastanza vicina da giustificare bilanci e leggi speciali.
E poi ci sono le piazze. Negli ultimi due anni quelle più piene, più giovani, più arrabbiate sono state spesso quelle mobilitate per la Palestina, contro i bombardamenti su Gaza, contro le stragi trasmesse in diretta. Una generazione che, tranne alcune frange messianiche anti occidentali vicine al fondamentalismo islamico pro Hamas, rifiuta il massacro, non accetta la logica del “colpire i civili per sicurezza”, che vede chiaramente il rapporto tra guerra e dominio. È una forza enorme. Ma quasi sempre quello sguardo resta rivolto altrove, a Sud del mondo.
Il paradosso è che le parole gridate per la Palestina – “cessate il fuoco”, “stop alle armi”, “non in nostro nome” – descrivono perfettamente anche ciò che sta accadendo sull’asse NATO–Russia, solo che lì sono pronunciate molto meno. Si può riempire una piazza contro le bombe su Rafah e il giorno dopo voltarsi dall’altra parte davanti a un bilancio che sposta miliardi verso nuovi sistemi d’arma “per difenderci”? Si può denunciare la disumanità di un assedio e nello stesso tempo accettare che un’intera regione, dall’Ucraina ai paesi di confine, venga trasformata in zona militare permanente?
La differenza, in fondo, è tutta qui: per i governi, ormai piazzisti di armi, la guerra è una scelta economica e politica, per i popoli è una condanna. Chi sta in alto cerca solo di non perdere il proprio rango di potenza; chi sta in basso rischia di perdere casa, lavoro, diritti, la vita.
Nel 1914 l’esultanza sotto le bandiere durò poco: la realtà arrivò in trincea. Oggi l’esultanza è sostituita dall’assuefazione, dalla convinzione che “non ci sia alternativa” al riarmo.
Se c’è una chiave per rompere questa trappola, passa proprio da quelle piazze che hanno già imparato a dire no a una guerra lontana: usare la stessa lucidità, la stessa rabbia, per guardare anche a quello che i nostri governi stanno preparando a pochi chilometri da casa. Perché domani, quando si conteranno i danni, nessuno potrà dire che non era stato avvertito.


