Green Jobs e Banca Mondiale: previsioni troppo ottimistiche

Secondo il World Economic Forum (WEF), la transizione energetica e la lotta ai cambiamenti climatici, se gestita nel modo corretto, tengono a precisare, vedremo che sarà molto difficile gestirla nel modo corretto, potrebbero creare 78 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2030.

Il rapporto Future of Green Jobs 2025 prevede un saldo occupazionale positivo, con 170 milioni di nuovi contratti a fronte di 92 milioni di impieghi destinati a scomparire.

A trainare questa trasformazione saranno i cosiddetti green jobs, ovvero quelle professioni legate alla sostenibilità e alla tutela dell’ambiente. Il WEF sottolinea però la necessità di adeguate politiche di formazione per evitare un mismatch tra le competenze richieste e quelle disponibili sul mercato del lavoro.

Le stime del WEF appaiono ottimistiche, ma la loro effettiva realizzazione dipende da diversi fattori. Uno dei principali è la capacità dei governi di implementare politiche efficaci per favorire la transizione occupazionale.

Se il numero di nuovi posti di lavoro dipende dalla crescita dell’industria verde, occorre chiedersi quanto questa espansione sia sostenibile e se il settore sia in grado di assorbire realmente la forza lavoro in uscita da comparti in declino, come quello dei combustibili fossili.

Il rapporto evidenzia che il 59% della forza lavoro globale necessiterebbe di corsi di aggiornamento o riqualificazione professionale per accedere ai nuovi impieghi. Tuttavia, la realizzazione di questi programmi richiede ingenti investimenti da parte di governi e imprese.

Finora, i piani europei come il Fondo Sociale Europeo o il Meccanismo per la Transizione Giusta hanno mostrato limiti nell’accesso ai finanziamenti e nell’efficacia dei corsi di formazione, spesso scollegati dalle reali esigenze delle aziende.

“Green Jobs not Job Cuts” by John Englart (Takver) is licensed under CC BY-SA 2.0.

Il saldo positivo di 78 milioni di posti di lavoro non tiene conto di alcuni aspetti cruciali. La transizione digitale ed ecologica potrebbe favorire la creazione di impieghi altamente qualificati, lasciando scoperte fasce di lavoratori meno specializzati, che difficilmente potranno essere ricollocati senza un profondo cambiamento nei sistemi educativi e nelle politiche del lavoro.

Inoltre, molti green jobs rischiano di essere meno stabili e ben remunerati rispetto ai lavori tradizionali, creando nuove forme di precarietà.

In Italia, il rapporto GreenItaly 2024 evidenzia una crescita dei lavori verdi, con 3,2 milioni di occupati nel settore, pari al 13,4% del totale. Tuttavia, questa crescita è fortemente sbilanciata: la Lombardia concentra da sola il 21,4% dei nuovi impieghi, mentre regioni come la Sardegna rimangono indietro.

L’accesso ai lavori verdi dipende quindi in larga parte dalla posizione geografica e dalla presenza di industrie avanzate, rischiando di acuire le disuguaglianze territoriali.

Il rapporto del WEF offre una visione ottimistica della transizione ecologica come motore dell’occupazione globale, ma la sua realizzabilità resta incerta. Le criticità riguardano la sostenibilità della crescita del settore, la capacità dei governi di finanziare la formazione e la qualità dei nuovi posti di lavoro.

Senza interventi strutturali concreti, il rischio è che l’onda verde generi più speranze che reali opportunità occupazionali.

“Gary, Indiana Brownfields & Green Jobs Training Program visits Argonne for sustainability best-practices” by Argonne National Laboratory is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.