Oggi le giornaliste e i giornalisti italiani sono in sciopero, contro il modo in cui da anni si fanno quadrare i conti dell’editoria scaricando il prezzo su chi le notizie le produce.
Nel comunicato della Fnsi il punto è chiaro: il contratto con gli editori Fieg è fermo, gli organici sono stati svuotati da stati di crisi, licenziamenti e prepensionamenti, mentre intorno si è costruito un sistema che regge sul lavoro sottopagato di collaboratori e precari.
Stipendi fermi o erosi dall’inflazione, pezzi dei collaboratori esterni pagati pochi euro, nessuna sicurezza, nessuna prospettiva. In mezzo, milioni di soldi pubblici che negli anni sono andati a sostenere i bilanci delle imprese editoriali, senza che questo si traducesse in condizioni migliori per chi fa il lavoro.
La Fnsi lega questa vertenza alla qualità dell’informazione. Se entri in questo mestiere accettando compensi ridicoli, se sei sempre ricattabile perché ogni mese devi dire sì a qualunque cifra pur di fatturare, la libertà formale di stampa diventa un guscio vuoto.
Il comunicato parla anche di digitale, di intelligenza artificiale, di equo compenso per i contenuti online: non per difendere nostalgicamente la carta, ma per evitare che il giornalismo venga ridotto a produzione a cottimo per piattaforme e algoritmi.
In questo quadro Diogene oggi esce comunque. Non perché pensiamo che lo sciopero sia sbagliato, ma perché siamo tra le testate che di fatto stanno fuori dal perimetro contrattuale su cui lo sciopero si appoggia. La chiamata Fnsi riguarda chi è assunto con il contratto Fnsi–Fieg nelle redazioni tradizionali.
Una parte consistente dell’informazione, soprattutto quella nata solo online o in forme ibride, vive in un’altra zona: associazioni, partite Iva, collaborazioni continuative. Qui lo sciopero non è un diritto regolato, è una scelta individuale che coincide con “oggi non lavoro, quindi oggi non mangio”.
In altre parole, Diogene esce proprio perché abita già quella terra di nessuno che la Fnsi prova a nominare quando parla di sfruttamento di freelance e collaboratori. La redazione di Diogene è volontaria, vive di contributi dei lettori, pochi, e partecipazione a progetti pubblici o di utilità sociale. Italiani e, soprattutto, europei.
Il giornalismo italiano è spaccato tra chi ha ancora un contratto da rinnovare e chi lavora senza averlo mai avuto. La distanza non è solo giuridica, è materiale: chi ha un contratto può fermarsi con una cornice collettiva alle spalle, chi non ce l’ha scompare dalla fattura di fine mese se si ferma un giorno.
Per noi questo non è un motivo per fare finta di niente. Al contrario. Uscire oggi non significa “bucare” uno sciopero, significa usare lo spazio che abbiamo per dire che quella battaglia ci riguarda direttamente. Ci riguarda quando raccontiamo il lavoro povero degli altri, e ci riguarda quando guardiamo a come siamo messi noi.
Se il giornalismo diventa una professione possibile solo per chi ha redditi alle spalle o un secondo lavoro, non sarà un problema solo per chi scrive: lo sarà per tutte e tutti, perché l’informazione si allontanerà ancora di più da chi vive nelle parti fragili del Paese.
La nostra solidarietà va alle colleghe e ai colleghi che oggi si fermano e perdono una giornata di retribuzione per difendere un contratto che molti di noi non hanno mai avuto. E va anche a chi, pur condividendo le stesse condizioni di sfruttamento, non può permettersi di scioperare. Diogene oggi esce, ma non se ne chiama fuori.

