C’è qualcosa di visceralmente ingiusto, quasi intollerabile, nel sapere che Giovanni Brusca – l’uomo che fece saltare in aria Giovanni Falcone, che ordinò lo scioglimento nell’acido del piccolo Giuseppe Di Matteo – sia oggi, a trent’anni dai fatti, un uomo libero a tutti gli effetti. È una notizia che ci tormenta, che ferisce la coscienza collettiva e sembra scardinare l’idea stessa di giustizia.
Eppure proprio qui, nell’istante in cui la nausea istintiva vorrebbe farsi legge di ritorsione, si misura la solidità dello Stato di diritto: quando la Repubblica è capace di applicare la norma anche al caso che ci disgusta di più, allora dimostra di essere più forte dell’orrore che combatte.
Il regime premiale per i collaboratori di giustizia – la famosa “legge sui pentiti” – fu pensato da Falcone in un momento in cui Cosa Nostra sembrava invulnerabile. Senza quel grimaldello non avremmo avuto i pentimenti di Buscetta, le confessioni che disgregarono le cupole, le centinaia di ergastoli inflitti ai vertici mafiosi.
Era un patto durissimo, quasi immorale: allo Stato servivano verità, mappe delle cosche, prove interne; al mafioso servivano sconti di pena. Un baratto sporco, ma tremendamente efficace. È la stessa logica che ha permesso a Brusca di uscire oggi: un prezzo altissimo, ma un costo pagato una volta per ottenere benefici giudiziari e investigativi che, nel tempo, hanno salvato vite e ridimensionato il potere di un’intera organizzazione criminale.
Alla notizia della liberazione il coro è già partito: «Ergastolo in perpetuo!», «Buttate la chiave!». È comprensibile. Chi osa dire che venticinque anni siano “abbastanza” per un simile mostro? Ma la domanda giusta non è se la pena ci sembri proporzionata al nostro dolore: è se la pena sia conforme alla legge che ci siamo dati – una legge pensata per proteggere la società, non per saziare la sete di vendetta.
Se la deroga alla norma nasce dall’eccezionalità morale del caso, la norma viene dissolta: e domani quale altra eccezione inventeremo per placare la nostra rabbia?
L’indignazione selettiva rivela una debolezza culturale: abbiamo trasformato il carcere nella panacea di ogni male, la scorciatoia politica che sostituisce prevenzione, inclusione, istruzione, lavoro. Vent’anni o trenta dietro le sbarre vengono liquidati come “poca roba”, salvo poi lamentarci del sovraffollamento, della recidiva e della radicalizzazione criminale che nascono proprio dall’idea che la cella sia l’unico strumento di difesa sociale.
Così, mentre gridiamo “più galera”, costruiamo fuori dal penitenziario una prigione ancora più ampia: un orizzonte civile impoverito, che non sa più elaborare soluzioni sociali e affida tutto al codice penale – una società che replica, specularmente, la logica vendicativa di chi vorrebbe annientare.
Difendere la legalità non significa minimizzare la gravità del delitto, né assolvere moralmente il colpevole: significa impedire che la spinta emotiva trasformi la giustizia in linciaggio istituzionale. Il garantismo è lo strumento che impedisce allo Stato di somigliare ai suoi nemici; è la cornice che rende la repressione legittima perché regolata, controllata, ponderata.
Il giorno in cui cediamo alla tentazione di riscrivere la norma “contro” il colpevole più ripugnante, consegniamo ai poteri criminali un argomento formidabile: lo Stato manipola le sue stesse regole quando gli conviene. E dove la legge è elastica, la mafia prospera.
Falcone scelse consapevolmente di “sporcarsi le mani” con la collaborazione dei peggiori tra i criminali: comprese che per smontare un sistema serviva, paradossalmente, la voce di chi quel sistema lo incarnava. Oggi Brusca è il promemoria vivente del costo di quella strategia.
Possiamo indignarci, e dobbiamo farlo. Ma subito dopo dobbiamo ricordare che la vera forza di una democrazia non sta nella durezza delle sue pene, bensì nella fermezza con cui applica le sue leggi – sempre, per tutti, anche quando l’istinto vorrebbe qualcosa di diverso.
Se riusciremo a reggere questa tensione tra orrore morale e fedeltà alla legge, avremo dimostrato di aver imparato la lezione di Falcone. Altrimenti, avremo solo urlato più forte dei criminali, senza capire che la giustizia – quella vera – è un esercizio freddo, esigente, spesso ingrato, ma indispensabile per non cedere alla logica della vendetta che vorremmo combattere.


