Dal palco di Monaco, in Germania, una voce si è alzata con coraggio per denunciare le sofferenze del popolo tibetano poche ore fa. Namkyi, ex prigioniera politica, ha raccontato la sua storia di repressione e ha lanciato un appello alla comunità internazionale affinché non si volti dall’altra parte.
La sua presenza alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco non è passata inosservata: davanti a un pubblico di politici e attivisti, ha parlato della realtà delle carceri cinesi e della persecuzione sistematica subita dai tibetani.
Namkyi è un’ex prigioniera politica tibetana e attivista per i diritti umani che, come tanti altri attivisti, ha pagato a caro prezzo il suo impegno per la difesa dei diritti del suo popolo.
Arrestata dalle autorità cinesi per presunte attività sovversive, ha trascorso anni nelle carceri del regime subendo torture, maltrattamenti e privazioni. Dopo la sua liberazione, è riuscita a fuggire dal Tibet, trovando rifugio in India, dove il governo tibetano in esilio e organizzazioni per i diritti umani l’hanno aiutata a mettersi in salvo.
Con il supporto della Central Tibetan Administration (CTA), Namkyi ha ottenuto asilo politico in Germania, dove ora cerca di far sentire la sua voce a livello internazionale.
L’arrivo di Namkyi a Monaco non è stato casuale: la sua partecipazione alla conferenza sulla sicurezza è stata organizzata per attirare l’attenzione sulla condizione dei prigionieri politici tibetani e sulla repressione cinese in Tibet. Il suo viaggio non è stato privo di rischi, poiché la sua testimonianza potrebbe avere conseguenze anche per la sua famiglia rimasta in Tibet.
La situazione descritta da Namkyi non è un caso isolato. Il governo cinese attua da anni una strategia di repressione nei confronti dei tibetani, con particolare accanimento verso monaci, attivisti e intellettuali. Le detenzioni arbitrarie sono all’ordine del giorno, così come le torture e le sparizioni forzate di chiunque sia sospettato di simpatie indipendentiste.
Secondo numerosi testimoni, le carceri tibetane sono veri e propri luoghi di annientamento, dove i detenuti vengono sottoposti a privazioni fisiche e psicologiche nel tentativo di spezzarne la volontà.

Namkyi stessa ha raccontato di essere stata incarcerata senza processo, sottoposta a interrogatori estenuanti e trattamenti degradanti. La libertà di espressione è inesistente: chiunque osi parlare apertamente contro il regime viene rapidamente ridotto al silenzio.
Un altro aspetto della repressione è la limitazione dell’uso della lingua tibetana, sempre più sostituita dal mandarino nelle scuole e nelle istituzioni. Anche la pratica religiosa è pesantemente controllata: monasteri vengono chiusi, monaci e monache vengono arrestati con l’accusa di separatismo e qualsiasi legame con il Dalai Lama è considerato un atto sovversivo.
Le accuse di Namkyi trovano conferma nei rapporti di Amnesty International e Human Rights Watch, che da anni monitorano la situazione dei diritti umani in Tibet. Gli ultimi dati parlano di un aumento degli arresti arbitrari e di condizioni di detenzione disumane.
Secondo Human Rights Watch, la Cina continua a limitare la libertà religiosa, impedendo il pellegrinaggio e il culto indipendente. Inoltre, le nuove tecnologie vengono utilizzate per intensificare la sorveglianza sulla popolazione, con sistemi di riconoscimento facciale installati nei templi e nei centri abitati per controllare gli spostamenti dei cittadini.
Amnesty International denuncia anche la pratica delle detenzioni segrete, in cui i prigionieri politici scompaiono nel sistema penitenziario cinese senza possibilità di contatto con avvocati o familiari. Tra i casi più noti vi è quello del monaco Tenzin Delek Rinpoche, morto in carcere nel 2015 dopo anni di torture e privazioni.
La testimonianza di Namkyi è solo una delle tante voci che chiedono giustizia per il Tibet. Il governo cinese continua a negare le accuse di repressione, ma le prove raccolte dalle organizzazioni per i diritti umani raccontano una realtà ben diversa. L’appello di Namkyi a Monaco è un monito per la comunità internazionale: ignorare le violazioni dei diritti umani significa esserne complici.
Mentre Pechino rafforza il suo controllo sul Tibet, il coraggio di chi, come Namkyi, sceglie di parlare diventa ancora più prezioso. E per il popolo tibetano, la battaglia per la libertà continua, anche fuori dai propri confini.
Chi è Namkyi
Namkyi è un attivista tibetana in esilio ed ex prigioniera politica. Nell’ottobre del 2015, all’età di 15 anni, Namkyi fu arrestata dalle autorità cinesi mentre protestava contro l’oppressione del regime sui tibetani. Fu poi tenuta senza processo in un centro di detenzione per i successivi tredici mesi, spesso sottoposta a torture fisiche e mentali. Al processo farsa di Namkyi nel novembre del 2016, fu condannata a tre anni di prigione con l’accusa inventata di aver compiuto “atti separatisti contro la nazione”.
Per i primi tre mesi della sua condanna, Namkyi è stata costretta a ricevere un’“educazione patriottica” e a imparare la costituzione cinese. Nonostante non sapesse parlare cinese mandarino, si è poi sottoposta a un esame orale su numerosi documenti cinesi. Dopo i tre mesi, Namkyi è stata costretta a entrare in un campo di lavoro dove ha dovuto affrontare malnutrizione e freddo. Namkyi è stata anche sottoposta a ulteriori discriminazioni per la sua identità tibetana.
Nell’ottobre del 2018, dopo essere stata rilasciata dalla prigione, le espressioni e i movimenti di Namkyi continuarono a essere severamente limitati, mettendo a rischio chiunque fosse in contatto con lei. Il governo cinese molestò anche la famiglia di Namkyi. Nel 2023, Namkyi e sua zia fuggirono dal paese camminando ininterrottamente per 10 giorni, attraversando il Nepal e infine raggiungendo rifugio a Dharamshala, in India.



