Il 13 maggio 2025, in Arabia Saudita, è andata in scena una di quelle foto di gruppo che fanno storia e stomaco: Donald Trump, l’ex presidente americano pronto alla riconquista della Casa Bianca, si è fatto ritrarre accanto al principe ereditario Mohammed bin Salman, noto alle cronache mondiali non solo per la ricchezza del regno, ma per l’omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, ordinato secondo l’ONU proprio da lui. Con loro, seduti tra tartine e contratti, anche John Elkann – presidente di Stellantis ed Exor – e i pesi massimi della finanza e della tecnologia americana, tra cui Elon Musk e Larry Fink.
Ma cosa ci facevano lì? La risposta è semplice: affari. Tanti, tantissimi. Sono stati annunciati accordi economici per oltre 600 miliardi di dollari, che vanno dalla difesa all’intelligenza artificiale, passando per infrastrutture, mobilità e capitale finanziario. Solo l’accordo militare vale 142 miliardi: il più grande della storia tra USA e Arabia Saudita.
Elkann tra potere, auto e fondi sovrani
Per Elkann, la partecipazione ha un valore strategico evidente: Stellantis, come gruppo automobilistico globale, guarda al Golfo come a un serbatoio di investimenti, ma anche come a un futuro mercato di sbocco. Il regno saudita sta investendo pesantemente nel settore automobilistico con il suo fondo sovrano PIF, e punta a diventare hub regionale di produzione e mobilità. Essere parte di quel tavolo significa assicurarsi la benevolenza di uno dei pochi soggetti al mondo capaci di muovere decine di miliardi con una firma.
E nel mondo Exor, la logica è sempre quella: seguire il capitale, agganciare il potere, con la freddezza ereditata da secoli di capitalismo familiare.

Fincantieri e la via armata per la crescita
In parallelo, mentre Elkann firmava strette di mano a Riyadh, Fincantieri – azienda pubblica italiana, ma con testa industriale globale – annunciava un rafforzamento dei suoi cantieri navali negli Stati Uniti, in perfetta sintonia con i piani di riarmo trumpiani. Il gruppo guidato da Pierroberto Folgiero punta sulla costruzione di navi strategiche, come i rompighiaccio per le rotte artiche, ma anche sulla manutenzione di cacciatorpediniere e fregate.
Non c’è legame diretto tra Fincantieri e il vertice di Riyadh, ma l’asse è lo stesso: quello di un capitalismo strategico che vive grazie a governi autoritari, spesa militare e crisi globali. E se ci vuole una guerra per far girare l’economia, tanto meglio.
Il grande rimosso: i diritti umani
Nel mezzo, il grande non detto. L’Arabia Saudita di Bin Salman non è solo un centro di potere economico. È uno Stato che:
esclude sistematicamente le donne dalla vita pubblica e limita i loro diritti fondamentali;
reprime attivisti, giornalisti, oppositori con arresti arbitrari, torture e sparizioni;
è accusato dall’ONU e da Human Rights Watch di crimini di guerra nello Yemen e violazioni sistemiche dei diritti umani;
ha ordinato l’omicidio e lo smembramento di Jamal Khashoggi nel 2018, nel consolato saudita a Istanbul.
Eppure, nessuno dei presenti al vertice ha ritenuto di sollevare la questione. I diritti umani non pesano sui contratti. Gli omicidi politici non fermano i fondi. Le donne incarcerate per aver guidato un’auto non impediscono le joint venture sulla mobilità elettrica.
Un patto che conviene a tutti, tranne che al futuro
Il vertice di Riyadh è l’immagine perfetta del nostro tempo: miliardari, autocrati e dirigenti sorridono davanti alle telecamere, firmando intese che faranno crescere bilanci e capitali. Sullo sfondo, la libertà di stampa viene uccisa in silenzio. Le donne vengono arrestate per aver parlato. E la democrazia? Troppo fragile per essere invitata al tavolo. Nel grande gioco globale del potere, la morale non fa fatturato.



