Il silenzio non è mai neutrale. Quando si impone con la forza, diventa una forma di dominio. È quello che sta accadendo in El Salvador, dove la voce del dissenso viene progressivamente soffocata, e chi prova a difendere i diritti umani finisce sotto sorveglianza, in carcere o in esilio. L’ultima conferma è arrivata a metà luglio, quando Cristosal – una delle più note organizzazioni salvadoregne per i diritti umani – ha annunciato la chiusura delle sue attività nel Paese. I suoi venti dipendenti hanno lasciato El Salvador, costretti a rifugiarsi all’estero dopo settimane di minacce, pedinamenti, controlli notturni della polizia. Il direttore Noah Bullock ha parlato di “un’ondata repressiva senza precedenti”. E non ha torto.
Cristosal era una delle poche realtà rimaste a documentare arresti arbitrari, torture e morti in carcere avvenute sotto lo stato di emergenza proclamato dal presidente Nayib Bukele nel 2022, ufficialmente per combattere le gang. Ma in tre anni, quello strumento eccezionale è diventato la norma. Ha sospeso il normale processo, legalizzato arresti senza mandato e legittimato la detenzione di massa: oltre 80.000 persone sono finite in carcere, spesso senza accusa formale, spesso senza possibilità di difesa. In un Paese di appena 6 milioni di abitanti, significa che quasi 2 adulti su 100 sono stati incarcerati.
La repressione però non si è fermata al mondo criminale. Si è estesa agli avvocati, ai sindacalisti, ai giornalisti. Colpendo chiunque metta in discussione la narrazione ufficiale. È accaduto all’avvocata Ruth López, che guidava l’area anticorruzione di Cristosal. Dopo aver denunciato irregolarità nei fondi pubblici destinati alla pandemia e l’uso del software Pegasus per spiare giornalisti e attivisti, è stata arrestata con l’accusa – mai dimostrata – di arricchimento illecito. In tribunale ha gridato di essere una “prigioniera politica”. Da allora è rinchiusa in carcere, in attesa di un processo che potrebbe non arrivare mai.
Poco dopo, un altro avvocato, Enrique Anaya, che aveva definito Bukele un dittatore, è stato arrestato. Intanto, i giornalisti del quotidiano El Faro, che per anni hanno indagato su corruzione e violenze istituzionali, hanno abbandonato il Paese dopo essere venuti a conoscenza di mandati di arresto nei loro confronti. “Ormai basta criticare il governo per essere considerati un nemico dello Stato”, ha detto l’avvocato Abraham Ábrego durante una conferenza stampa. E l’elenco dei “nemici” si allunga: ambientalisti, insegnanti, attivisti sociali, leader di comunità.

Il governo, nel frattempo, ha approvato una legge sugli “agenti stranieri”, che impone una tassa del 30% su ogni finanziamento ricevuto dall’estero da parte delle ONG. Una misura che, secondo l’Unione Europea e Human Rights Watch, serve a strangolare economicamente il terzo settore, rendendo impossibile ogni forma di indipendenza. Il messaggio è chiaro: chi lavora per i diritti umani non è più il benvenuto.
Paradossalmente, tutto questo accade mentre Bukele continua a godere di un altissimo consenso popolare. Per molti salvadoregni, il drastico calo della criminalità – favorito dalle misure di emergenza – rappresenta una svolta storica. Ma a quale prezzo? I dati non possono nascondere il fatto che la democrazia si sta ritirando. Le istituzioni giudiziarie non sono più autonome. La stampa è sotto pressione. La società civile è stata decimata. E chi denuncia violazioni finisce in cella.
Cristosal, prima di chiudere i suoi uffici, è riuscita a dare un nome e un volto a decine di vittime. Ha raccolto testimonianze di famiglie distrutte, di ragazzi arrestati per errore, di madri che attendono notizie di figli scomparsi nei meandri del sistema penitenziario. Ha fatto luce su ciò che molti volevano rimanesse nell’ombra. È per questo che è diventata un bersaglio. Non per le sue idee, ma per i suoi dati, le sue prove, il suo lavoro.
La sua uscita di scena è un segnale d’allarme per tutta la regione. In El Salvador la libertà non viene abolita in un colpo solo. Viene corrosa un passo alla volta. Si svuota di contenuto. Si criminalizza. E quando anche l’ultima voce si spegne, resta solo il rumore del potere che si autocelebra.
Nel nome dell’ordine, si sta costruendo un sistema senza contrappesi. Ma non esiste vera sicurezza senza giustizia. E non esiste giustizia dove non c’è libertà.



