Dove la povertà è più forte il welfare è più debole

La parola più pericolosa, nel Rapporto annuale Istat 2026, è “stabile”. La povertà assoluta in Italia è sostanzialmente stabile. I numeri non esplodono, non fanno il salto drammatico che consente ai governi di dichiarare emergenze improvvise. Restano lì. E proprio per questo inchiodano il Paese a una responsabilità più grave: la povertà non è un incidente, è diventata struttura.

Secondo Istat, nel 2024 erano in povertà assoluta poco più di 2,2 milioni di famiglie, l’8,4% del totale, e oltre 5,7 milioni di persone, il 9,8% dei residenti. Tra loro ci sono quasi 1,3 milioni di minori, il 13,8% dei bambini e ragazzi residenti: il valore più alto della serie storica dal 2014.

La stabilità, dunque, non è una buona notizia. È la fotografia di un fallimento. Significa che le misure adottate finora non hanno ridotto il fenomeno in modo strutturale. Hanno contenuto, tamponato, selezionato, ristretto. Ma non hanno rovesciato la tendenza. La povertà resta una condizione ordinaria per milioni di persone.

Il Rapporto Istat aggiunge un altro livello: nel 2025 il 18,6% dei residenti, circa 10 milioni e 908mila persone, viveva a rischio di povertà, con un reddito netto equivalente inferiore a 13.237 euro annui. La quota complessiva di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale scende leggermente al 22,6%, ma riguarda ancora circa 13 milioni e 265mila persone.

Questo è il Paese reale sotto la patina della ripresa: quasi undici milioni di persone in bilico, più di tredici milioni dentro almeno una condizione di fragilità economica o sociale, oltre cinque milioni già cadute nella povertà assoluta. Non una minoranza residuale. Non un margine. Una massa sociale.

Alleanza contro la povertà, commentando il Rapporto Istat, lo dice con chiarezza: non si tratta di allarmismo. Il rischio è condannare una parte del Paese a vivere da “cittadini dimezzati”. La formula è esatta perché la povertà non toglie soltanto reddito. Toglie accesso. Toglie tempo. Toglie salute. Toglie possibilità di scegliere dove vivere, come curarsi, cosa mangiare, se accendere il riscaldamento, se mandare un figlio a fare sport, se affrontare una spesa imprevista.

Dentro questi numeri la povertà non colpisce tutti allo stesso modo. Non è cieca, non è neutra, non è democratica. Sceglie i corpi e i territori già più esposti. Le famiglie composte solo da stranieri hanno un’incidenza della povertà assoluta del 35,2%. Le famiglie con cinque componenti o più arrivano al 21,2%, e quando sono presenti minori l’incidenza sale al 22,3%. Nel Mezzogiorno la povertà assoluta coinvolge il 10,5% delle famiglie, contro il 6,5% del Centro e il 7,9% del Nord; nelle Isole l’incidenza individuale è salita al 13,4%, dall’11,9% del 2023.

È una mappa precisa della disuguaglianza italiana: nascere nel Sud, vivere in una famiglia numerosa, essere minore, essere straniero, avere un basso titolo di studio significa partire con un rischio molto più alto di essere poveri o di diventarlo.

Anche il cibo torna a essere un indicatore politico. Nel 2025 il 9,3% della popolazione, circa 5,4 milioni di persone, non poteva permettersi un pasto proteico almeno ogni due giorni. Nel Mezzogiorno la quota arriva al 13,2%. Tra chi vive in famiglie composte esclusivamente da stranieri sale al 19,1%, più del doppio rispetto all’8,5% delle famiglie di soli italiani.

Questo dato andrebbe letto lentamente: in Italia milioni di persone non hanno un problema generico di “consumi”. Hanno un problema di alimentazione adeguata. Non tagliano il superfluo. Tagliano qualità, regolarità, proteine, salute futura.

Poi c’è la povertà energetica, il punto in cui la crisi sociale entra in casa. Istat ricorda l’espressione inglese “heat or eat”: scaldarsi o mangiare. Nel 2024 la povertà energetica è salita al 9,1%, dal 7,7% del 2022. Nel Sud arriva al 12,7%, nelle Isole al 14,6%. Tra le famiglie con persona di riferimento straniera raggiunge il 22,3%, contro l’8% delle famiglie con persona di riferimento italiana.

Foto Federico Candoni, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Non è solo una bolletta non pagata. È una casa fredda d’inverno, invivibile d’estate, meno sicura per bambini, anziani, malati. È salute che peggiora, studio che diventa più difficile, lavoro domestico che si appesantisce, spese mediche che aumentano. La povertà energetica moltiplica le altre povertà.

Il titolo di studio resta uno dei pochi argini, ma anche qui la lettura deve essere politica. Istat mostra che l’istruzione protegge dalla povertà e dall’insicurezza alimentare: nelle famiglie in cui il titolo più alto è la licenza media, l’incidenza dell’impossibilità di permettersi un pasto proteico è al 14,1%; scende al 4,3% quando almeno un componente è laureato.

Il punto, però, è che l’Italia continua a scaricare sull’individuo ciò che dovrebbe garantire come sistema. Studia, formati, resisti, spostati, adattati. Ma se nasci in una famiglia povera, se vivi in un territorio con meno servizi, se la scuola è più fragile, se i trasporti mancano, se la casa è un problema, anche il titolo di studio diventa più difficile da raggiungere. La povertà si eredita anche così: non solo con i soldi che mancano, ma con gli ostacoli che si accumulano.

E qui arriva il nodo del welfare territoriale. Nel 2023 la spesa media dei Comuni per servizi e interventi socioassistenziali era di 135 euro pro capite. Ma la media nasconde un Paese spaccato: 76 euro al Sud, 177 euro nel Nord-est; 46 euro pro capite in Calabria, 576 nella Provincia autonoma di Bolzano. Dodici volte tanto.

Questo è il paradosso italiano: dove la povertà è più forte, il welfare è più debole. Dove servirebbero più servizi, ce ne sono meno. Dove la fragilità sociale dovrebbe essere compensata, viene spesso amplificata. Il codice postale decide quanta protezione pubblica hai a disposizione.

Alleanza contro la povertà chiede un piano nazionale, misure universali e strutturali, più spesa per i servizi sociali territoriali, riduzione del divario Nord-Sud e interventi stabili contro la povertà energetica. Soprattutto, mette sotto accusa l’inadeguatezza degli strumenti attuali, dall’Assegno di inclusione al Supporto per la formazione e il lavoro, rispetto a una povertà ormai diffusa, stratificata, trasversale.

Il punto politico è tutto qui. L’Italia non ha bisogno di un altro bonus temporaneo, di un’altra misura categoriale, di un altro filtro che divide i poveri “meritevoli” dagli altri. Ha bisogno di riconoscere che la povertà assoluta non è più una frattura laterale. È una componente stabile del modello sociale italiano.

Quando 5,7 milioni di persone restano in povertà assoluta, quando quasi 11 milioni sono a rischio povertà, quando 1,28 milioni di minori crescono in famiglie povere, quando il welfare comunale vale 46 euro pro capite in Calabria e 576 a Bolzano, il problema non è la mancanza di emergenze. Il problema è l’abitudine all’emergenza.

La povertà stabile è la forma più comoda della povertà per la politica. Non obbliga a cambiare tutto. Non rompe il linguaggio istituzionale. Permette di dire che la situazione non peggiora, che qualcosa si sta facendo, che le risorse sono limitate, che bisogna procedere per gradi.

Ma per chi ci vive dentro non c’è nulla di stabile. Ogni mese è instabile. Ogni bolletta è instabile. Ogni affitto è instabile. Ogni spesa imprevista è una minaccia. La stabilità statistica della povertà è l’instabilità quotidiana di milioni di persone.

Per questo il Rapporto Istat non può essere letto come un aggiornamento tecnico. È un atto d’accusa. Certifica che il Paese tollera una quota enorme di esclusione permanente e la gestisce come costo amministrativo. La povertà non diminuisce perché non è stata davvero combattuta. È stata selezionata, condizionata, misurata, contenuta. Ma non rimossa.

Finché il welfare resterà più debole proprio dove i bisogni sono più forti, finché le misure nazionali continueranno a restringere le platee invece di garantire protezione universale, finché la povertà energetica sarà trattata con bonus e non con politiche strutturali, finché i minori poveri saranno oltre un milione, la stabilità non sarà un dato rassicurante.

Foto “milano, frutta in via solferino” di luiginter è concesso con licenza CC BY-NC-SA 2.0.