Questa volta non siamo davanti alle inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, quelle che Washington presentò al mondo come una certezza per giustificare l’invasione dell’Iraq e che, dopo la guerra, non furono trovate.
La commissione istituita negli stessi Stati Uniti concluse nel 2005 che i giudizi dell’intelligence americana sulle armi irachene erano stati sbagliati «in quasi tutti» gli aspetti fondamentali: gli arsenali chimici e biologici descritti prima dell’attacco semplicemente non esistevano nelle forme e nelle quantità annunciate.
È un precedente che obbliga a una prudenza supplementare ogni volta che un servizio segreto mette sul tavolo le prove di un programma clandestino di armi proibite.
Quello che arriva oggi dal Sudan, tuttavia, ha una consistenza molto diversa dalla semplice affermazione di un governo o da qualche fotografia satellitare accompagnata da interpretazioni. Il New York Times e il Washington Post hanno avuto accesso a un archivio composto da quasi 150 documenti, fotografie, video e registrazioni vocali, oltre a diverse migliaia di messaggi di testo. Una parte considerevole del materiale sembrerebbe provenire direttamente dai telefoni cellulari di alti ufficiali delle forze armate sudanesi.
Fotografie, progetti, conversazioni e intercettazioni descrivono la costruzione nel 2024 di un programma segreto per produrre bombe al cloro da utilizzare contro le Rapid Support Forces, le RSF, il gruppo paramilitare che dall’aprile 2023 combatte l’esercito per il controllo del Paese.
Chi ha consegnato il dossier? È la prima domanda da fare, proprio perché stiamo parlando di materiale d’intelligence. Il New York Times indica soltanto «un’agenzia di intelligence mediorientale» e ha accettato di mantenerne segreta l’identità. Le Monde è riuscito però a fare un passo ulteriore: due fonti di sicurezza consultate dal quotidiano francese sostengono che i documenti provengano dai servizi d’intelligence israeliani.
Questo non autorizza a scrivere che il dossier venga dal Mossad, perché nessuna delle fonti disponibili identifica la specifica struttura israeliana che lo avrebbe prodotto. Autorizza invece a dire che, secondo Le Monde, dietro l’archivio ci sarebbero i servizi israeliani.
Il materiale racconta una storia precisa. Nell’estate del 2024 l’esercito sudanese si trova in difficoltà. Ha perso buona parte di Khartoum e non riesce a espellere dalla capitale i combattenti delle RSF. È a quel punto che, secondo i documenti, il generale di brigata Tariq Hussain propone una soluzione: usare il cloro.
Hussain avrebbe fatto circolare tra gli ufficiali i progetti di un nuovo ordigno. Una testata esplosiva associata a circa quindici chilogrammi di cloro: l’esplosione avrebbe investito il bersaglio con le schegge e contemporaneamente liberato il gas. Nei documenti compare anche una seconda finalità del progetto, particolarmente significativa: l’esplosione avrebbe contribuito a cancellare le tracce chimiche dell’attacco, rendendo più difficile dimostrare in seguito l’impiego dell’agente tossico.
Il programma sarebbe passato molto rapidamente dalla progettazione ai test. Il 22 luglio 2024, secondo i messaggi, un aereo cargo Antonov decollò dalla base di Merowe, circa 320 chilometri a nord di Khartoum, per provare l’ordigno nel deserto. Il generale Hussain comunicò successivamente che la prova era riuscita e che il gas era stato liberato sul bersaglio. La risposta di un altro alto ufficiale fu tanto sintetica quanto eloquente: mantenere il massimo segreto.
La fabbricazione, a giudicare dal dossier, era tutt’altro che sofisticata. Le bombe perdevano cloro. In uno degli hangar utilizzati per assemblarle, raccontano i messaggi, gli addetti trovarono una mattina insetti e scorpioni morti sul pavimento, apparentemente soffocati durante la notte dalle fughe di gas.
Il Washington Post ha visionato anche filmati di test nel deserto nei quali le esplosioni producono nubi giallo-verdi, una colorazione compatibile con il cloro. Esperti di armi consultati dal quotidiano americano hanno giudicato gli elementi fortemente coerenti con l’esistenza di un programma chimico, pur precisando che le immagini da sole non consentono una verifica definitiva.
C’è poi la questione della materia prima. Il cloro non è una sostanza clandestina: viene utilizzato normalmente per la potabilizzazione dell’acqua. Secondo i messaggi, venti bombole sarebbero state importate dall’Egitto; Hussain calcolava che quella quantità sarebbe bastata per produrre fino a 1.100 bombe. Ma almeno una parte del gas sarebbe arrivata dall’impianto di trattamento delle acque di Al-Manara, a Omdurman.
Ed è qui che la storia assume un carattere particolarmente feroce. Durante la guerra le riserve di cloro degli impianti di Khartoum erano state integrate dagli aiuti internazionali per garantire acqua potabile e contenere le epidemie di colera. La Croce Rossa ha dichiarato di avere consegnato trenta bombole nel 2023; CARE altre trentacinque tra il 2024 e il 2025; l’Unicef ha fornito cloro a sei impianti della capitale, compreso quello di Al-Manara.
Se quanto contenuto nel dossier sarà confermato, una sostanza portata nel Paese per proteggere la popolazione dalle malattie sarebbe stata sottratta al circuito civile e utilizzata per fabbricare armi chimiche.
La produzione, sempre secondo le comunicazioni intercettate, avrebbe raggiunto dimensioni ormai militari. Nell’ottobre 2024 Hussain riferiva di quasi 300 munizioni fabbricate, la maggior parte depositate nella base aerea di Merowe. Il dossier sostiene inoltre che alcuni ordigni siano stati effettivamente utilizzati.
Uno degli episodi riguarda la raffineria petrolifera di Al-Jaili, a nord di Khartoum, allora controllata dalle RSF. Il 13 settembre 2024 i paramilitari accusarono pubblicamente l’esercito di avere lanciato missili tossici contro l’impianto. Fotografie diffuse in quei giorni mostravano uomini con maschere per l’ossigeno.
Una successiva inchiesta di France 24 ha documentato attacchi con cloro contro la raffineria. C’è però una discrepanza che non va nascosta: gli ordigni individuati dall’inchiesta francese sembravano grandi bombole di gas, mentre quelli attribuiti al progetto di Hussain erano munizioni più piccole e specificamente costruite. Non sappiamo ancora spiegare la differenza e non risultano morti confermati per quell’attacco.

Altri presunti impieghi sono ancora più difficili da verificare. Il dossier riferisce, per esempio, di un attacco del 17 ottobre contro una fabbrica di munizioni che avrebbe provocato numerose vittime e la fuga degli abitanti dai villaggi circostanti. Ma dell’episodio non risultano conferme né nei comunicati delle RSF né nei resoconti circolati sui social network in quei giorni.
È proprio questo tipo di incongruenza a ricordare perché, nonostante la quantità impressionante di materiale, non siamo ancora davanti a una prova definitiva dell’impiego sistematico delle armi chimiche.
Più pesante è invece ciò che emerge sulla catena di comando. Messaggi vocali e testuali suggeriscono che il generale Abdel Fattah al-Burhan, comandante delle forze armate e uomo forte del Sudan, fosse direttamente informato del programma. Dopo le sanzioni americane, secondo le intercettazioni, al-Burhan avrebbe ordinato a Hussain di eliminare ogni traccia delle attività. La risposta indicava che l’operazione di cancellazione era già stata eseguita.
C’è perfino un dettaglio che sembra scritto per una commedia nera, se in mezzo non ci fossero una guerra e migliaia di morti. Quando al-Burhan istituì una commissione sudanese incaricata di indagare proprio sulle accuse americane relative alle armi chimiche, tra i consiglieri della commissione figurava Tariq Hussain, cioè l’uomo indicato dal dossier come l’ideatore del programma. Il rapporto preliminare della commissione concluse che non era stata trovata alcuna traccia di armi chimiche. La relazione definitiva deve ancora essere presentata.
L’esercito sudanese respinge tutto. Un suo portavoce ha definito le conclusioni del dossier prive di fondamento e ha ricordato che il Sudan aderisce alla Convenzione sulle armi chimiche, arrivando a minacciare un’azione legale contro il New York Times. L’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, nel frattempo, ha confermato che diversi Paesi le hanno chiesto di ottenere chiarimenti da Khartoum e che il procedimento è in corso.
Rimane dunque la domanda fondamentale: quanto sono affidabili le prove? Non abbastanza da chiudere il caso, abbastanza da non poterlo liquidare. Il New York Times ha sottoposto immagini del dossier ad esperti che le hanno giudicate compatibili con un programma di armi chimiche, ma gli stessi specialisti hanno precisato che una conferma richiederebbe un’indagine indipendente sul posto.
Il Washington Post è andato oltre, consultando più di venti funzionari dell’intelligence occidentale, ex ispettori di armi chimiche ed esperti di organizzazioni per i diritti umani. Tutti hanno considerato il materiale credibile e coerente con un programma di armi al cloro; nessuno ha sostenuto che possa sostituire un’ispezione degli impianti, dei residui e dei luoghi degli attacchi.
E qui bisogna tornare all’identità di chi ha fornito il dossier. Se, come sostengono le fonti di Le Monde, il materiale proviene dall’intelligence israeliana, sarebbe ingenuo trattare Israele come un osservatore disinteressato della guerra sudanese. Secondo un’inchiesta di Africa Intelligence, durante il conflitto esponenti delle RSF hanno mantenuto contatti di alto livello con Tel Aviv e delegazioni del gruppo paramilitare sono state ricevute in Israele.
Allo stesso tempo, gli Emirati Arabi Uniti, uno dei partner regionali più stretti di Israele, sono accusati da indagini delle Nazioni Unite e di organizzazioni per i diritti umani di avere sostenuto le RSF con reti di approvvigionamento, contractor e assistenza militare. Abu Dhabi nega di armare i paramilitari.
Il momento scelto per far emergere il dossier non è neutrale neppure sul piano diplomatico. L’embargo delle Nazioni Unite sulle armi nel Darfur arriva a scadenza il 12 settembre, mentre la missione d’inchiesta dell’Onu ha chiesto che le restrizioni vengano estese all’intero Sudan dopo avere documentato il peso crescente dei sostegni militari stranieri alla guerra.
Tutto questo potrebbe fornire a Israele, agli Emirati o ad altri attori regionali un interesse politico nel mettere sotto pressione al-Burhan. Ma sarebbe un errore logico elementare concludere che, siccome la fonte non è neutrale, il materiale debba essere falso.
I servizi segreti non raccolgono informazioni per amore della verità universale: le raccolgono nell’interesse dello Stato per cui lavorano. Il problema non è quindi chiedere se chi ci consegna una prova abbia un interesse. Quasi sempre ce l’ha. Il problema è verificare se quella prova regga indipendentemente dall’interesse di chi l’ha prodotta.
È precisamente la lezione che avremmo dovuto imparare dall’Iraq. Nel 2003 si fece aderire la realtà a una conclusione politica già decisa. Fonti fragili, deduzioni e informazioni non sufficientemente verificate divennero nell’arena pubblica la certezza dell’esistenza di arsenali che non furono poi trovati. Oggi sarebbe irresponsabile commettere lo stesso errore accettando automaticamente il dossier sudanese perché arriva da un servizio considerato affidabile.
Ma sarebbe altrettanto irresponsabile commettere l’errore contrario e gettare via fotografie, filmati, progetti, migliaia di messaggi e comunicazioni interne soltanto perché dietro la loro diffusione esistono interessi geopolitici.
Per ora possiamo dire questo: esiste un corpus di prove consistente, proveniente probabilmente dall’intelligence israeliana, che descrive con notevole dettaglio la progettazione, la fabbricazione, il deposito e il possibile utilizzo di centinaia di bombe al cloro da parte dell’esercito sudanese.
Due grandi giornali internazionali hanno sottoposto quel materiale a verifiche indipendenti e gli esperti lo considerano credibile. L’esercito nega. Alcuni attacchi trovano riscontri esterni, altri no. Manca ancora ciò che trasformerebbe un dossier d’intelligence in una conclusione definitivamente accertata: un’indagine internazionale sul terreno.
È meno spettacolare di una certezza proclamata davanti alle telecamere. Ma dopo l’Iraq dovremmo aver imparato almeno questo: sulle armi chimiche, quando qualcuno dice di possedere le prove, il giornalismo non deve credere e non deve diffidare per principio. Deve guardarle.



