Il cielo, stanotte, è stato un pentagramma di allarmi e bagliori. A est Teheran brucia: hangar dell’IRGC sventrati, colonne di fuoco alte come minareti dopo l’operazione «Rising Lion» lanciata da Israele. Sopra Tel Aviv gli Iron Dome intrecciano archi di fosforo. Nello stesso istante, a Gaza, i generatori tossiscono le ultime gocce di diesel, i chirurghi suturano con filo riesumato dai sacchi di farina, e i bambini giocano a indovinare quale palazzo crollerà domani. Il mondo, rapito dalle immagini in diretta, stringe l’inquadratura su droni e fiamme persiane e scivola via dal cimitero quotidiano della Striscia.
Proprio qui, nel cono d’ombra dove la sofferenza diventa extrapieno televisivo, risuona — in ritardo come un montante dopo il gong — la voce di Muhammad Ali: «Nessun vietnamita mi ha mai chiamato “sporco negro”». Ali non recitava sermoni: smascherava l’antica frode che arruola popoli contro popoli al servizio di cupole di potere che resteranno illese.
Le voci che non vogliono più tacere
Sulle rovine di Beit Lahia, di Jabalia e di Khan Younis si levano i cori di palestinesi che gridano «Hamas out!» e implorano una vita normale, lontana dalla morsa di chi li governa con la stessa logica delle bombe che cadono. Nella centrale Kaplan Street di Tel Aviv migliaia di israeliani tengono in silenzio i volti dei bambini di Gaza, e quel silenzio pronuncia la parola che il governo resta incapace di dire: basta. A Shiraz ragazze a capo scoperto cantano «zan, zendegî, âzâdî» sfidando la teocrazia e i droni insieme. In California braccianti senza documenti e statunitensi rimasti umani incatenano i pullman dell’ICE, perché la dignità non passa per un timbro di frontiera.
Queste proteste non sono un album di buoni sentimenti: sono la prova che i popoli sopravvivono ai loro apparati e possono disconoscerli.
Il Palazzo di vetro ormai di cartone
L’ONU era nata per dare microfono proprio a queste voci. Oggi è un’arpa muta: il Consiglio di Sicurezza resta sospeso tra veti contrapposti, mentre a Gaza i neonati muoiono quando finisce il gasolio degli incubatori. Ogni parola non pronunciata diventa complice, ogni ritardo alimenta il fuoco che devasta Teheran e i bunker che soffocano Sderot.
Povertà: la lingua che tutti capiscono
C’è però una lingua che trapassa i muri ideologici: la povertà.
È la madre di Khan Younis che vende l’ultimo bracciale per un sacco di farina; è la cassiera di Ashkelon che passa la notte in rifugio e il giorno a fare straordinari per l’affitto; è lo studente di Esfahan che paga il latte in polvere al mercato nero; è il rider di Detroit che salta il pranzo per pagare l’insulina fuori brevetto. Diversi passaporti, stessa condanna: la vita appesa al costo di un pasto o di un generatore. Se l’ONU abdica definitivamente, sarà questa fame condivisa a diventare benzina per nuovi conflitti.
La leva che può piegare il marmo
La frustrazione delle piazze, da sola, rimbalza sul marmo delle cancellerie. Servono i governi che non stanno premendo il grilletto — Europa, America Latina, Africa australe, ASEAN — per convertire quella rabbia in pressione misurabile. Non più mozioni retoriche, ma: congelare i contributi all’Onu finché il Consiglio di Sicurezza non resta in seduta permanente fino all’istituzione di corridoi umanitari verificati; vincolare l’accesso ai mercati a un piano di ricostruzione immediata di Gaza gestito da agenzie tecniche indipendenti, non dagli stessi attori che l’hanno rasa al suolo; pretendere commissioni d’inchiesta con mandato di comparizione, non convegni celebrativi.
Cinque–sei decine di Stati, agendo in blocco, trasformerebbero il Palazzo di Vetro da mausoleo in cantiere obbligato. La politica, quando vuole, conosce il linguaggio del denaro e dei voti: mettiamolo a servizio di chi oggi non ha né l’uno né gli altri.
L’eco finale di Ali
Ali pagò la sua disobbedienza civile con anni di esilio dal ring; noi paghiamo l’impotenza di assistere a guerre in diretta senza manopola di spegnimento. Possiamo riscattarci soltanto se costringeremo i nostri governi non belligeranti a impugnare la leva economica e diplomatica finché l’ONU non tornerà a essere azione e non mausoleo. E se l’ONU, inchiodata da questa pressione, saprà proteggere i viventi prima di piangere i morti, forse i bagliori su Tel Aviv, le fiamme di Teheran e le macerie di Gaza diventeranno davvero l’ultimo verso di una guerra che volenti o nolenti ci coinvolge tutti.


