Cyber-truffe, la nuova schiavitù digitale

C’è una truffa dentro la truffa. Da una parte ci sono le vittime che perdono soldi davanti a un falso investimento, a una relazione costruita online, a una piattaforma di criptovalute inventata, a un call center che finge di essere una banca o un’autorità pubblica. Dall’altra ci sono quelli che materialmente scrivono, telefonano, convincono, manipolano. E che spesso non sono liberi.

Il rapporto dell’Osce “Trafficking into Cyber Scam Operations” racconta proprio questo: dietro una parte crescente delle cyber-truffe internazionali non ci sono soltanto criminali davanti a un computer, ma persone reclutate con false offerte di lavoro, trasferite in altri Paesi, private dei documenti, sorvegliate, minacciate e costrette a truffare altre persone.

È la nuova frontiera della tratta: non più soltanto sfruttamento sessuale, lavoro forzato nei campi, edilizia, domestico o logistica, ma criminalità forzata dentro infrastrutture digitali. Giovani uomini e donne vengono agganciati con annunci apparentemente normali.

Call center, customer service, trading, criptovalute, gaming online, iGaming, assistenza clienti, ruoli commerciali. Promettono stipendi buoni, trasferimento pagato, alloggio, documenti, inizio rapido. Tutto appare come una normale opportunità di lavoro internazionale. Poi il lavoro cambia faccia.

Secondo il rapporto, il modello è nato e si è consolidato soprattutto nel Sud-est asiatico, dove negli ultimi anni sono emersi grandi compound criminali: strutture chiuse, con dormitori, mense, sorveglianza, gerarchie interne e turni massacranti. Lì le persone trafficate vengono inserite in squadre, addestrate a usare account falsi, piattaforme di messaggistica, sistemi di traduzione automatica, software per gestire più identità social contemporaneamente e strumenti per simulare una posizione geografica diversa da quella reale.

La vittima della tratta diventa così, a sua volta, lo strumento per colpire un’altra vittima. È costretta a costruire relazioni online, proporre falsi investimenti, alimentare truffe sentimentali, convincere sconosciuti a versare denaro su piattaforme fasulle, spingere persone già agganciate a perdere ancora di più. Una catena di sfruttamento in cui il confine tra vittima e autore del reato viene deliberatamente confuso.

L’Osce insiste su un punto essenziale: chi viene obbligato a commettere queste truffe non deve essere trattato automaticamente come criminale. Se una persona è stata reclutata con l’inganno, sequestrata, minacciata, privata dei documenti, sorvegliata e costretta a lavorare per un’organizzazione criminale, la risposta non può essere soltanto penale. Serve riconoscerla come vittima di tratta e di criminalità forzata.

I numeri mostrano la scala del fenomeno. Il rapporto richiama le stime secondo cui, al marzo 2025, persone di 80 Paesi erano state trafficate nei centri di scam del Sud-est asiatico, con almeno 300mila persone trattenute in operazioni di questo tipo.

L’Unodc ha stimato che i centri di truffa nell’Est e Sud-est asiatico abbiano generato tra 18 e 37 miliardi di dollari nel solo 2023. La Global Anti-Scam Alliance ha parlato di oltre mille miliardi di dollari di perdite globali per truffe nel 2024.

Ma il punto nuovo del dossier è che questo modello non resta confinato al Sud-est asiatico. Secondo l’Osce, la struttura dei cyber scam centres sta diventando replicabile: può spostarsi, frammentarsi, riapparire in altre aree, adattarsi ai contesti locali.

L’organizzazione segnala che almeno 22 Stati partecipanti dell’area Osce risultano già toccati dal fenomeno, come Paesi di origine delle vittime, luoghi di reclutamento, transito, destinazione o territori in cui compaiono operazioni simili.

L’Europa orientale e sudorientale sono le aree indicate come più esposte. Il rapporto cita casi in Polonia, Macedonia del Nord e Montenegro. In Polonia, nel gennaio 2026, la polizia ha smantellato a Varsavia una rete criminale dopo la fuga di un giovane ucraino reclutato con un falso annuncio per un call center.

L’operazione ha portato all’arresto di 22 persone e all’identificazione di nove cittadini ucraini come vittime di tratta per lavoro forzato. In Macedonia del Nord e Montenegro, casi precedenti hanno riguardato cittadini taiwanesi costretti a operare in call center fraudolenti contro vittime in Cina e Taiwan.

L’Italia non compare nel rapporto come sede di compound smantellati o come caso giudiziario specifico. Ma compare in un altro modo, meno vistoso e comunque significativo: come spazio linguistico di reclutamento. Nel campione analizzato dall’Osce, accanto agli annunci in inglese, russo, turco e romeno, compaiono anche annunci in italiano. Sono pochi, tre nel dataset qualitativo di 82 inserzioni, ma il rapporto li considera rilevanti.

Ed è qui che si vede quanto il meccanismo possa apparire normale. Uno degli esempi riguarda un annuncio in lingua italiana per “game presenter” nell’Europa orientale o sudorientale: una figura apparentemente legata al gioco online, al casinò digitale, all’intrattenimento.

L’annuncio cerca “ragazze”, insiste sull’aspetto fisico, sulla personalità solare, sulla disponibilità a trasferirsi. Non è la prova, da solo, di una tratta. Ma contiene molti degli indicatori che l’Osce invita a guardare insieme: iGaming, reclutamento transnazionale, genere, alloggio, trasferimento, contatto tramite canali informali, promessa di lavoro in un settore opaco.

Il problema è proprio questo: le offerte pericolose non si presentano come catene. Si presentano come lavori. Non dicono “vieni a essere sfruttato”, ma “cerchiamo personale per un call center”, “opportunità nel gaming”, “ruolo internazionale”, “stipendio interessante”, “alloggio incluso”.

Il reclutamento criminale imita il mercato del lavoro legale, soprattutto quello più precario e globale, dove spostarsi per un impiego poco chiaro è diventato quasi normale.

Per questo il fenomeno riguarda anche Paesi che non ospitano direttamente grandi compound. Può riguardare chi viene adescato, chi perde denaro, chi viene usato come prestanome, chi finisce dentro reti di money mule, chi risponde a un annuncio trovato su Telegram, Facebook, LinkedIn, WhatsApp o Viber. Le piattaforme di messaggistica e i social non sono un dettaglio: sono il primo varco della catena.

Il rapporto descrive una sequenza ricorrente. Prima la scoperta dell’offerta, spesso attraverso social, gruppi online o canali di lavoro. Poi il contatto diretto con un reclutatore tramite app di messaggistica. Quindi l’onboarding: visto, viaggio, alloggio, raccolta dei documenti.

Poi il dispiegamento nel ruolo promesso: iGaming, forex, crypto, call center. Infine lo sfruttamento vero e proprio: confisca dei documenti, debito, sorveglianza, restrizione dei movimenti, violenza, lavoro forzato.

La componente di genere è centrale. L’Osce segnala che indicatori di sfruttamento sessuale compaiono nel 12 per cento del dataset analizzato, soprattutto nei ruoli legati all’iGaming. Le donne possono subire una doppia violenza: costrette alle truffe e, allo stesso tempo, esposte ad abuso sessuale o sfruttamento.

Anche questo aspetto rompe l’immagine pulita della criminalità digitale come fenomeno immateriale. Dietro lo schermo ci sono corpi, minacce, dormitori, guardie, documenti sequestrati.

La risposta, secondo l’Osce, deve essere altrettanto complessa. Non basta inseguire i truffatori online dopo che il denaro è sparito. Servono unità investigative specializzate, cooperazione internazionale, indagini finanziarie, recupero dei fondi, controllo delle piattaforme usate per reclutare, maggiore responsabilità per intermediari, agenzie, società tecnologiche e circuiti finanziari. Ma serve soprattutto riconoscere le vittime.

Perché questa è la parte più scomoda: una persona può essere costretta a truffare. Può comparire davanti a una vittima economica come il volto della frode, ma essere a sua volta prigioniera di un’organizzazione più grande. Se le autorità vedono solo il reato finale, rischiano di punire l’ultimo anello della catena e lasciare intatto il sistema che lo ha prodotto.

Le cyber-truffe vengono spesso raccontate come un problema di ingenuità individuale: qualcuno ha creduto a un falso amore, a un investimento troppo conveniente, a un guadagno facile.

Il rapporto Osce sposta lo sguardo. Non assolve i truffatori, ma mostra che una parte di questa economia criminale vive sulla sovrapposizione tra povertà, mobilità, precarietà del lavoro, piattaforme digitali e tratta di esseri umani.

La truffa online non è più soltanto un messaggio falso. Può essere il prodotto finale di una fabbrica di sfruttamento. E dentro quella fabbrica, spesso, anche chi digita il messaggio non è libero.