L’ombra di un secondo ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi incombe sulla COP29, che si apre oggi, 11 novembre, a Baku, Azerbaijan. Secondo fonti del New York Times, il team di transizione di Donald Trump starebbe lavorando a ordini esecutivi per uscire di nuovo dagli accordi sul clima, ricalcando la sua decisione del 2017, che fu poi revocata da Joe Biden nel 2021.
Un ritiro americano avrebbe conseguenze significative non solo per l’ambiente, ma per l’intera diplomazia climatica internazionale, poiché gli Stati Uniti sono uno dei principali emettitori storici di gas serra.
Questa scelta potrebbe dare il via a una serie di misure che includerebbero la riduzione delle aree protette, la rimozione delle restrizioni su trivellazioni e l’apertura di nuovi terminali per l’esportazione di gas naturale, rendendo più difficile la transizione globale verso fonti energetiche sostenibili.
Gli effetti del primo ritiro degli Stati Uniti
Il primo ritiro dall’Accordo di Parigi, annunciato da Trump nel 2017, segnò una battuta d’arresto nella lotta al cambiamento climatico. Durante quel periodo, l’impegno degli USA nelle politiche ambientali si affievolì, e con esso, la capacità del Paese di influenzare positivamente altri stati.
Molte nazioni, senza la guida americana, rallentarono l’adozione di misure decisive per la riduzione delle emissioni, mentre gli obiettivi di riduzione stabiliti dall’Accordo si fecero più difficili da raggiungere.

Il ritorno degli Stati Uniti all’accordo nel 2021 segnò un nuovo impulso alle azioni internazionali, ma l’impatto degli anni di assenza si era già fatto sentire, con effetti sui livelli di emissioni globali che ancora oggi minacciano l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale sotto 1,5°C.
Rischi per il futuro dell’Accordo di Parigi
Ora, la possibilità di un nuovo ritiro statunitense rischia di vanificare i progressi fatti sotto l’amministrazione Biden. Il rischio è che un ritorno alle politiche incentrate sui combustibili fossili da parte degli USA ispiri altri Paesi produttori di petrolio, come la Nigeria, a mantenere il proprio modello energetico attuale, rendendo difficile una transizione verso l’energia pulita.
L’avvocato nigeriano Gbenga Oyebode avverte che una simile scelta potrebbe scoraggiare anche le economie emergenti, che potrebbero posticipare gli investimenti nelle energie rinnovabili.
Uno studio di Carbon Brief stima che un secondo mandato di Trump, con il ritorno alla produzione energetica basata sui combustibili fossili, potrebbe portare a un aumento delle emissioni di CO₂ per miliardi di tonnellate entro il 2030 rispetto agli impegni presi dall’amministrazione Biden.
Di conseguenza, l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura globale sotto la soglia critica di 1,5°C si allontanerebbe ulteriormente.
La posta in gioco alla COP29
Alla COP29 di Baku, le delegazioni cercheranno di rilanciare il finanziamento climatico e di definire obiettivi di riduzione più ambiziosi. Un nuovo ritiro degli USA potrebbe indebolire questi sforzi, lasciando un vuoto di leadership in una delle sfide più cruciali del nostro tempo.
Mentre Papa Francesco ha rivolto un appello ai partecipanti della conferenza affinché lavorino insieme per salvaguardare il pianeta, l’eventuale uscita degli Stati Uniti potrebbe spingere altri Paesi a riconsiderare i propri impegni, rendendo difficile un accordo globale efficace.
In un momento critico per il clima, il ruolo degli Stati Uniti è determinante. Un ritorno alla politica del “drill, baby, drill” potrebbe compromettere non solo la leadership americana nelle trattative, ma anche la fiducia globale nella possibilità di una transizione energetica reale.



