A Casal del Marmo, il carcere minorile di Roma, la Procura ha iscritto 10 agenti della polizia penitenziaria nel registro degli indagati per fatti avvenuti tra febbraio e novembre 2025. Le accuse, a vario titolo, sono tortura, lesioni e falso ideologico: secondo le ricostruzioni concordanti, 2 agenti sono indagati per tortura, 5 per lesioni e 3 per falso ideologico.
Le contestazioni riguardano presunti pestaggi e minacce contro detenuti minorenni, con aggressioni descritte anche mediante sedie, mazze di ferro ed estintori. Antigone ha reso noto di aver presentato un esposto già nel luglio 2025, dopo aver raccolto testimonianze su possibili violenze, parlando apertamente di un problema di sistema e non di poche “mele marce”.
La gravità dei fatti contestati dovrà essere accertata in sede giudiziaria. Ma già oggi c’è una verità politica e amministrativa che non può essere aggirata: l’orrore, ancora una volta, emerge dopo. Dopo mesi. Dopo le denunce.
Dopo i racconti raccolti fuori dalle mura. Dopo che un’associazione indipendente ha fatto quello che le istituzioni avrebbero dovuto fare da sole: vedere, segnalare, fermare.
Se davvero in un carcere minorile si è potuti arrivare a minacciare ragazzi e a picchiarli in quel modo, la responsabilità non riguarda soltanto chi è indagato. Riguarda il comando, i controlli, la cultura professionale, la catena delle omissioni.
È troppo comodo raccontare ogni volta queste vicende come eccezioni mostruose. Non lo sono più. Il caso di Casal del Marmo arriva dopo il Beccaria di Milano, dove nel 2024 furono arrestati 13 agenti e nel 2025 gli indagati sono saliti a 42, con accuse che includono tortura, maltrattamenti, lesioni e falso.

Se due istituti penali minorili simbolici del paese finiscono dentro inchieste di questa portata, continuare a parlare di episodi isolati significa mentire.
Anche il quadro generale delle carceri italiane non consente più alcuna indulgenza. Antigone ricorda che nel 2024 i tribunali di sorveglianza hanno accolto 5.837 istanze riconoscendo a persone detenute condizioni contrarie all’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, cioè trattamenti inumani o degradanti.
Il Garante nazionale, dal canto suo, continua a documentare numeri altissimi sul fronte dei decessi e dei suicidi in carcere. Questo non prova automaticamente ogni singola accusa di tortura, ma mostra una realtà più ampia e più grave: il sistema penitenziario italiano continua a produrre violazioni strutturali della dignità umana.
Non basta invocare genericamente la fiducia nella magistratura e aspettare. La magistratura deve fare il suo corso, certo. Ma il ministero, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e il Dipartimento per la giustizia minorile devono smettere di reagire solo quando esplode il caso mediatico.
Antigone aveva segnalato tutto mesi fa, quindi bisogna chiedersi chi sapeva, chi ha verificato, chi non ha visto, chi ha sottovalutato, chi ha lasciato correre. Quando si arriva a contestare la tortura in un istituto per minori, il problema non è più soltanto penale: è politico, amministrativo, morale.
Le carceri minorili dovrebbero essere il luogo in cui lo Stato prova almeno a salvare il principio del recupero. Quando invece diventano luoghi in cui ragazzi vulnerabili denunciano pestaggi, umiliazioni e falsi, allora lo Stato non sta correggendo una devianza: la sta riproducendo in uniforme. E la cosa più intollerabile è che tutto questo, in Italia, non sorprenda quasi più nessuno.



