mercoledì, Febbraio 11, 2026

Burkina Faso: fuori legge i partiti politici

Lunedì 9 febbraio 2026 il parlamento di transizione burkinabé, l’Assemblée législative de transition, ha adottato una legge che abroga l’architettura normativa dei partiti politici: la “charte” dei partiti, la legge sul finanziamento dei partiti e delle campagne elettorali e lo statuto dell’opposizione. Nella motivazione ufficiale ricorre l’idea di una “refondation” dello Stato e della coesione nazionale.

Per capire la portata del passaggio bisogna collocarlo nella sequenza delle ultime settimane. Il 29 gennaio il governo militare aveva già disposto lo scioglimento dei partiti con un atto approvato in Consiglio dei ministri, annunciando contestualmente l’intenzione di far abrogare al legislatore le leggi di riferimento.

La decisione parlamentare del 9 febbraio, dunque, non è un fulmine a ciel sereno: è il secondo tempo di una mossa che rende più difficile l’inversione di rotta, perché non si limita a sospendere attività politiche ma disinnesca l’impianto legale che le rende possibili.

Su questo punto insistono le Nazioni Unite per i diritti umani con l’OHCHR. In una nota del 5 febbraio, l’Alto Commissario Volker Türk ha chiesto alle autorità di fermare la chiusura dello spazio civico e di revocare il piano di scioglimento dei partiti, ricordando che le attività dei partiti erano già sospese dal settembre 2022 e collegando il bando a una serie di misure restrittive più ampie.

Qui sta il nodo politico: il divieto viene difeso come “reset” per ridurre polarizzazione e divisioni, ma si iscrive in una dinamica di consolidamento dell’esecutivo militare. Reuters attribuisce al ministro dell’amministrazione territoriale la tesi secondo cui il multipartitismo avrebbe “indebolito il tessuto sociale” e prodotto abusi; l’agenzia ricorda anche che, prima del golpe del 2022, nel Paese esistevano oltre cento partiti registrati e una rappresentanza parlamentare plurale.

Il quadro interno però non è leggibile senza lo sfondo securitario. Il Burkina Faso è uno degli epicentri della violenza jihadista nel Sahel, con un’insurrezione che da anni colpisce forze statali e popolazione civile e che ha trasformato vaste aree in spazi contesi, con pesanti ricadute umanitarie e di sfollamento.

Anche qui vale la distinzione tra propaganda e dato: diverse fonti internazionali descrivono l’area saheliana come uno dei teatri più letali dell’estremismo violento, con la presenza di gruppi legati ad al-Qaeda e allo Stato Islamico che operano con logiche insurrezionali più che di terrorismo “puro”.

È precisamente in questo tipo di crisi che le giunte militari rivendicano un mandato “eccezionale”: la sicurezza prima della politica ordinaria, l’unità prima del pluralismo. Il problema, però, è che la sospensione della competizione politica non produce automaticamente capacità statale sul territorio.

Foto EKokou CC BY-SA 4.0

E quando il conflitto è territoriale, la questione centrale diventa la qualità dell’amministrazione, la fiducia locale, il controllo delle catene di comando e la legittimità di chi governa: elementi che, per loro natura, si logorano se lo spazio civico viene ristretto.

All’esterno, il Burkina Faso è ormai un perno del riallineamento regionale che ha ridisegnato il Sahel occidentale dopo i colpi di Stato. Con Mali e Niger è parte dell’Alliance des États du Sahel, il blocco nato come patto di difesa reciproca e diventato anche un progetto di integrazione politica. La rottura con la CEDEAO, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale, e l’accento sulla “sovranità” sono diventati i cardini della narrativa comune delle tre giunte.

Questo contesto conta perché il bando dei partiti non avviene in isolamento: si inserisce in una fase in cui le autorità saheliane puntano a ridurre mediazioni interne ed esterne. Sul piano interno, la nota dell’OHCHR richiama una stretta più ampia sulle associazioni e sulle ONG, citando una legge restrittiva sulla libertà di associazione e un decreto che obbliga organizzazioni e associazioni a detenere liquidità presso una banca statale.

È un tassello che, messo accanto allo scioglimento dei partiti, disegna un restringimento sistematico degli intermediari: partiti, società civile organizzata, canali autonomi di finanziamento.

Possiamo quindi dire che non si tratta soltanto della sospensione della politica competitiva, già in atto dal 2022; è il passaggio a una cornice in cui la giunta prova a riscrivere la “normalità” istituzionale, rendendo eccezione ciò che fino a ieri era la regola — il pluralismo, lo statuto dell’opposizione, il finanziamento trasparente delle competizioni elettorali.

Resta una domanda che pesa sul presente saheliano più di qualsiasi formula: in un Paese che combatte un’insurrezione e vive una crisi di sicurezza prolungata, la chiusura dello spazio politico è un modo per governare l’emergenza o un modo per trasformarla in sistema?

La risposta non sarà in una dichiarazione di principio ma in due indicatori concreti: se lo Stato riuscirà a riconquistare capacità e fiducia nelle aree colpite dalla violenza, e se verrà indicato un percorso credibile di ritorno a istituzioni rappresentative.

Nel frattempo, il bando dei partiti sposta l’asticella: non descrive solo una crisi della democrazia, ma una scelta deliberata di governare senza di essa.

Foto ERCC – Emergency Response Coordination Centre CC BY 4.0 license.

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