sabato, Dicembre 6, 2025

Belgio, capitale d’Europa, senza governo da 541 giorni

Tra le vetrate dei palazzi europei e le scale sbrecciate delle case popolari di Bruxelles c’è un calendario che non guarda ai vertici del Consiglio né alle sedute del Parlamento, ma a una sola cifra: i giorni senza governo. È da lì che bisogna partire per capire perché il Belgio, e in particolare la Regione di Bruxelles-Capitale, stia per battere un record di cui nessuno vorrebbe fregiarsi: domani la vacanza di potere supererà quella famosa del 2010–2011.

Una precisazione sui numeri è necessaria, perché in Belgio anche il caos è ordinato. Il primo record è quello “classico”: dopo le elezioni federali del giugno 2010 ci vollero 541 giorni per arrivare al giuramento del governo Di Rupo, nel dicembre 2011.

È il primato mondiale per il tempo intercorso tra un voto e la nascita di un esecutivo, registrato a suo tempo anche dal Guinness dei primati. C’è poi un secondo conteggio, meno citato ma altrettanto reale: tra la caduta del governo Michel, a fine 2018, e l’insediamento del governo De Croo nell’autunno 2020, il Belgio ha vissuto 652 giorni senza un esecutivo federale pienamente politico, tenuto insieme da governi di minoranza e “affari correnti” che evitavano le decisioni più divisive.

Oggi, però, è la Regione di Bruxelles-Capitale a riscrivere la storia: dalle elezioni del 9 giugno 2024 a domani saranno 542 giorni senza nuovo governo regionale, uno in più dei 541 impiegati a suo tempo per trovare una maggioranza federale.

Per il cittadino che prende il tram a Molenbeek o Anderlecht più che la gara a chi fa peggio conta una domanda semplice: che cosa significa vivere in un paese che sembra funzionare anche senza governo, ma che proprio per questo si abitua a lasciare in sospeso le vite di chi ha meno?

Il Belgio è costruito come un mosaico che si è frantumato da solo. Tre Regioni – Fiandre, Vallonia, Bruxelles-Capitale – e tre Comunità linguistiche – fiamminga, francofona, germanofona – si condividono competenze su economia, lavoro, lingua, scuola, cultura. Ogni livello ha il suo Parlamento e il suo governo, ognuno con coalizioni diverse. Le grandi riforme degli ultimi decenni hanno spostato poteri e risorse dal centro alle entità federate, fino a trasferire una ventina di miliardi di competenze, in particolare in materia di politiche del lavoro e welfare.

A tenere insieme questo puzzle non c’è più nemmeno la colla di partiti davvero nazionali. Dagli anni Settanta in poi, le forze politiche storiche – cristiano-democratici, socialisti, liberali – si sono sdoppiate lungo la frattura linguistica: un partito per le Fiandre, uno per l’area francofona.

Ciò che nel resto d’Europa è una trattativa tra due o tre partiti, in Belgio diventa una tripla negoziazione: i fiamminghi devono mettersi d’accordo tra loro, i francofoni tra loro, poi le due metà del paese tra di loro. Su questo terreno già instabile sono cresciuti i nazionalisti fiamminghi, dalla N-VA all’estrema destra del Vlaams Belang, che considerano ogni compromesso una concessione e ogni trasferimento di risorse verso Sud una sottrazione alle Fiandre “virtuose”.

La frattura, però, non è soltanto una questione di lingua. È un divario materiale. Nelle Fiandre lavora più di sette persone su dieci in età attiva, in Vallonia poco più di sei. A Bruxelles, nonostante il mare di uffici e istituzioni, il tasso di occupazione è ancora più basso e un pezzo consistente della popolazione vive ai margini del mercato del lavoro.

Le statistiche sul rischio di povertà raccontano un paese che sulla carta è fra i meno diseguali d’Europa, ma che si spacca per territori: nelle Fiandre la quota di persone a rischio è intorno all’8 per cento, in Vallonia sale verso il 14, nella Regione di Bruxelles-Capitale sfiora o supera un abitante su quattro a seconda degli indicatori utilizzati.

Brussels – Public elevator at Marolles – public domain

È qui che il record di giorni senza governo smette di essere un gioco di numeri tra politologi e diventa carne. Un paese con un welfare forte, istituzionalizzato, può permettersi di resistere a lungo con un esecutivo dimissionario che si limita all’ordinaria amministrazione. Le casse della disoccupazione continuano a pagare, gli assegni familiari arrivano, l’assicurazione sanitaria non si ferma.

I governi regionali e comunitari, quando ci sono, proseguono le politiche già avviate. È questa apparente resilienza che ha spinto molti osservatori a parlare del Belgio come di uno Stato che “funziona senza governo”.

Ma i poveri vivono proprio nella crepa tra ciò che funziona da solo e ciò che avrebbe bisogno di scelte politiche coraggiose. Quando un esecutivo resta per mesi – o per anni – in modalità “affari correnti”, le misure più ambiziose vengono rinviate: riforme del mercato del lavoro, piani strutturali per la casa, investimenti sulle periferie urbane, azioni contro la povertà infantile.

I bilanci vengono prorogati, le amministrazioni si muovono con prudenza, i progetti più controversi o più costosi sono i primi a saltare. A farne le spese non è la burocrazia europea, che continua ad andare avanti per conto suo, ma chi aspetta un alloggio popolare, un sussidio, un posto in un asilo nido.

Bruxelles è il punto in cui tutte queste contraddizioni si sovrappongono. Nel raggio di pochi chilometri convivono il quartiere europeo e alcuni dei codici postali più poveri del paese. Le istituzioni dell’Unione generano una quota rilevante del PIL regionale, ma non impediscono che centinaia di famiglie vivano in appartamenti sovraffollati, con muffa alle pareti e bollette impossibili da pagare, o che un terzo dei residenti non possa permettersi una settimana di vacanza in un anno.

In questa città giovane, multiculturale, dove una parte dei lavoratori è iperqualificata e iperpagata e un’altra resta inchiodata a contratti precari in bar, servizi, logistica, ogni grande impasse politica pesa di più che altrove sulle vite reali.

Che la Regione di Bruxelles-Capitale resti bloccata per oltre 540 giorni senza governo mentre ospita la Commissione, il Consiglio e una delle sedi del Parlamento europeo non è solo una curiosa ironia della storia. È un segnale su come l’Europa accetta la propria disuguaglianza interna.

La capitale de facto dell’Unione è anche la capitale nazionale della povertà, e l’assenza di un esecutivo in grado di decidere su bilanci e politiche urbane significa, concretamente, che chi vive nelle sue periferie dovrà aspettare ancora per vedere nuove case popolari, servizi di prossimità, politiche di inclusione che vadano oltre i progetti pilota.

I nazionalisti fiamminghi possono usare questo stallo come prova che il Belgio è ingovernabile e andrebbe smontato pezzo per pezzo. I partiti francofoni possono accusare le Fiandre di sabotare la solidarietà. Le istituzioni europee possono continuare a riunirsi come se nulla fosse.

Chi vive la povertà a Bruxelles, invece, vede solo una lunga fila di governi che passano, cadono, trattano, si bloccano, mentre le sue condizioni restano le stesse o peggiorano. Per lui il record non sono i 541 o i 652 giorni scritti nei dossier, ma gli anni in cui la politica ha scelto di considerare le sue urgenze un tema sempre rimandabile, perfino quando la città che abita viene chiamata “capitale d’Europa”.

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