Chi vive da “cliente vulnerabile” non ha bisogno di grandi teorie per capire che qualcosa non torna: l’elettricità pesa di più in bolletta, mentre il sostegno pubblico rischia di pesare di meno. Il punto non è la polemica di giornata. Il punto è la direzione: aumenti strutturali su base annua, aiuti straordinari in riduzione, proprio sulla platea che ha meno margini per assorbire gli shock.
Partiamo dai numeri che non dipendono da interpretazioni. L’Autorità di regolazione (ARERA) stima che la spesa annua dell’“utente tipo vulnerabile” in Maggior Tutela sia salita nel 2025 a 608,72 euro, rispetto ai 498,10 euro del 2024: un aumento del 22,2%.
Nel confronto più recente, quello su base annua “mobile” (dal 1° aprile 2025 al 31 marzo 2026), la spesa stimata è 590,73 euro, comunque più alta del 13% rispetto ai dodici mesi precedenti. Questo dettaglio conta perché evita un equivoco: è possibile che un trimestre mostri un piccolo calo e, nello stesso tempo, l’anno resti più caro. È esattamente ciò che sta accadendo.
Sul fronte degli aiuti, nel 2025 lo Stato ha affiancato al bonus sociale ordinario un intervento straordinario di impatto percepibile: 200 euro riconosciuti in bolletta ai clienti domestici con ISEE fino a 25.000 euro, misura prevista per legge e attuata operativamente da ARERA.
In altre parole, l’anno scorso la politica ha scelto una strada chiara: quando i prezzi mordono, si alza temporaneamente la protezione anche oltre la soglia tradizionale dei bonus, ampliando la platea e rendendo più robusto lo sconto.
Ed è qui che si vede la frizione con il 2026. Le bozze e le anticipazioni del “decreto energia” per quest’anno, per come sono circolate finora, delineano un contributo extra molto più basso: 55 euro una tantum, con requisiti ISEE più stretti (fino a 15.000 euro, o 20.000 con almeno quattro figli).
Se questo impianto venisse confermato, non sarebbe una semplice “rimodulazione”: sarebbe un cambio di scala. Dal punto di vista del beneficiario vulnerabile, il sostegno aggiuntivo scenderebbe di 145 euro rispetto al 2025. E questo mentre la spesa annua resta, dati alla mano, più alta rispetto all’anno precedente.

Non serve trasformare il confronto in un esercizio contabile per cogliere l’essenza politica della scelta. Nel 2025 l’extra era abbastanza grande da incidere sul bilancio domestico e, soprattutto, abbastanza largo da intercettare famiglie che non sono povere “da soglia”, ma sono fragili: lavoratori con redditi bassi, pensionati, nuclei che vivono in case energivore e non ristrutturabili, famiglie che già razionano i consumi.
Nel 2026, la direzione annunciata va verso un extra più piccolo e una platea più stretta. È una risposta diversa allo stesso problema: non più un paracadute visibile, ma un tampone minimo.
Il governo potrebbe obiettare che i prezzi stanno rientrando rispetto ai picchi e che gli interventi straordinari non possono diventare permanenti. È un argomento legittimo. Il problema è che la vulnerabilità non segue i comunicati trimestrali: segue la somma delle bollette, mese dopo mese, e segue soprattutto l’incertezza.
Quando una famiglia vulnerabile sente che l’aiuto è più incerto e più basso proprio mentre la spesa “annua tipo” resta elevata, non interpreta quella differenza come fine dell’emergenza: la interpreta come riduzione della protezione.
C’è poi un aspetto di equità che merita di essere detto con sobrietà. Il bonus sociale ordinario continua a esistere e ad avere un suo valore, ma per definizione copre solo una parte del problema. L’extra del 2025, invece, aveva un messaggio politico preciso: non lasciamo che l’aumento si scarichi tutto su chi è più esposto.
Se oggi quell’extra viene ridimensionato a 55 euro, la scelta implicita è che una quota maggiore dell’aumento torni a restare “in carico” al nucleo familiare. Non è uno scandalo: è una decisione. Ma è una decisione che merita un’assunzione di responsabilità, perché sposta risorse dal basso verso il bilancio pubblico e scarica l’adattamento su chi ha meno capacità di adattarsi.
In sintesi: le bollette per i vulnerabili, su base annua, sono aumentate; e il contributo straordinario, se verrà confermato nei termini fin qui annunciati, diminuirà nettamente. La critica, qui, non è ideologica: è di coerenza.
Se si riconosce che il caro-energia resta una pressione reale per i più fragili, allora l’extra dovrebbe essere proporzionato a quella pressione. Se invece si decide che l’emergenza è finita, lo si dica esplicitamente e ci si assuma il fatto che, per molte famiglie vulnerabili, non è affatto finita.



