venerdì, Gennaio 30, 2026

Aiuti in caduta libera: il G7 volta le spalle al Sud globale

Nel 2026, i Paesi del G7 taglieranno del 28% la spesa per gli aiuti pubblici allo sviluppo destinati al Sud globale. Si parla di 44 miliardi di dollari in meno rispetto al 2024. È la più drastica riduzione mai registrata da quando esiste il G7. A denunciarlo è Oxfam, che lancia l’allarme alla vigilia del vertice in programma dal 15 al 17 giugno a Kananaskis, in Canada. Ma più che un allarme, il loro è un atto d’accusa. Un’accusa che chiama in causa non solo le responsabilità morali dei grandi della Terra, ma la coerenza delle loro politiche in un mondo che affronta simultaneamente crisi alimentari, conflitti, disuguaglianze e collassi climatici.

Il dato in sé è impressionante: gli aiuti allo sviluppo si ridurranno a 112 miliardi di dollari complessivi. Ma il cuore del problema non è solo la cifra. È la rinuncia a una visione globale, a una responsabilità condivisa, alla semplice consapevolezza che viviamo in un sistema interconnesso. Questi fondi, spesso l’unica barriera tra la sopravvivenza e il disastro per milioni di persone, spariranno in silenzio, mentre i leader discuteranno in resort protetti da vetrate con vista su laghi glaciali.

I Paesi più colpiti saranno quelli dove gli aiuti internazionali costituiscono la spina dorsale della sanità e dell’istruzione pubblica. In alcune nazioni africane, fino al 40% delle spese per ospedali e scuole dipende direttamente da questi fondi. Eppure, nel giro di pochi mesi, si prevedono interruzioni nei servizi sanitari in tre Paesi su quattro. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che 95 milioni di persone potrebbero rimanere senza accesso a cure di base. Solo in Africa, altri 5,7 milioni di individui rischiano di sprofondare nella povertà estrema nel 2025.

Ma c’è un secondo livello, meno visibile, che aggrava ulteriormente la situazione: il disimpegno del G7 non è neutrale, non è solo omissione. Come sottolinea Francesco Petrelli, policy advisor di Oxfam Italia, questi stessi Stati continuano a fornire armamenti o a sostenere politicamente scenari di conflitto, come in Gaza o nella Repubblica Democratica del Congo. In molte aree, gli aiuti umanitari sono l’unico presidio rimasto per la protezione dei civili. Toglierli non significa solo ridurre la cooperazione: significa abbandonare intere popolazioni in contesti dove la violenza è legge.

Nel frattempo, cresce l’assurdo paradosso economico. Oxfam sottolinea come, nei primi mesi del 2025, i patrimoni dei miliardari del G7 siano aumentati di 126 miliardi di dollari – quasi quanto l’intero budget degli aiuti pubblici allo sviluppo previsto per lo stesso anno. Un sistema in cui il benessere privato di pochi cresce a una velocità superiore alla capacità pubblica di rispondere ai bisogni essenziali di miliardi di esseri umani è, semplicemente, insostenibile.

L’organizzazione propone una via d’uscita concreta: una tassa globale sui super-ricchi, destinata a finanziare la lotta contro la povertà e il cambiamento climatico. Non una misura punitiva, ma un riequilibrio necessario. Un segnale, soprattutto, che il G7 può ancora scegliere di essere qualcosa di più che un club d’élite economiche. Può – e dovrebbe – tornare a essere uno spazio politico in cui le grandi potenze si assumono la responsabilità del proprio impatto sul resto del mondo.

Ma la storia recente insegna che non bastano gli appelli. Servono decisioni. Serve che i Paesi ricchi riconoscano ciò che in troppi dimenticano: l’aiuto allo sviluppo non è beneficenza. È un investimento nel futuro collettivo. È giustizia, non generosità.

E ogni taglio che lo nega non è un risparmio. È un fallimento.

“Flags: G7 and EU” by Herman Van Rompuy is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

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