A tredici miglia dalla Costa del Sol, tra il riflesso abbacinante delle onde e l’ombra d’acciaio di una petroliera, qualcosa si muove. All’inizio sembra un uccello, forse una sacca galleggiante. Poi, attraverso il binocolo, la realtà si svela: un uomo in mare aperto, da solo, aggrappato a un salvagente, con indosso una muta e un paio di pinne. Sta cercando di nuotare verso l’Europa.
Succede il 16 luglio, nel cuore del Mediterraneo occidentale. Una famiglia spagnola è in navigazione verso le Baleari quando intercetta quello che a tutti gli effetti è un naufrago invisibile, perso tra rotte commerciali, vacanze estive e confini che esistono solo per chi non può permettersi di attraversarli.
Nel video diffuso dalla Reale Assemblea dei Capitani di Yacht (RAECY), si sente l’uomo della barca dire: “C’è un naufrago. Andiamo a prenderlo. È incredibile dov’è. Le altre barche sono lontanissime, nessuno lo vede.”
Lo recuperano. Gli lanciano una corda, lo aiutano a salire, gli offrono acqua, vestiti asciutti, una tazza di zuppa calda. Un gesto umano, piccolo ma gigantesco, che segna la differenza tra la vita e l’oblio.
L’uomo è stremato. Non parla quasi. È stato in mare per ore, forse giorni. Non ha nome, né dichiarazioni ufficiali. È uno dei tanti. Uno dei corpi migranti che cercano la Spagna a nuoto. Con le pinne ai piedi e nessuna alternativa.
Verrà poi preso in consegna dal servizio marittimo, portato a Malaga, affidato alla Croce Rossa. Verrà probabilmente identificato, forse respinto. O resterà in una zona grigia, quella che si estende tra le carte geografiche e le politiche migratorie, tra il diritto d’asilo e i fondali marini.
Come ha scritto María Martín, corrispondente per le migrazioni di El País, questi attraversamenti disperati non sono rari. Anzi, sono il prezzo quotidiano di chi non può permettersi altro che un anello salvagente. Giovani uomini — spesso giovanissimi — che provano ad arrivare a Ceuta, o addirittura a superare il Mare di Alborán, in acque più aperte, più pericolose, più insensate.
C’è chi li chiama “clandestini”. Chi li definisce “illegali”. Ma quella che si muove in quel video è una persona. E la sua unica colpa è quella di voler vivere — o sopravvivere — in un luogo diverso da quello in cui è nato.
L’uomo è stato salvato. Ma il mare resta pieno di quelli che non vengono notati. E la verità è che ogni estate, il Mediterraneo assomiglia un po’ di più a un cimitero liquido.



