Il governo Meloni vuole rinviare fino al 2036 l’utilizzo di circa 18,5 miliardi di euro di crediti fiscali del Superbonus che avrebbero dovuto essere compensati nel 2027. La misura, inserita nell’articolo 37 del disegno di legge di Bilancio, riguarda direttamente banche e imprese. Ma solleva una questione che interessa tutti i cittadini: quanto sono affidabili gli impegni economici dello Stato quando possono essere modificati dopo che le persone hanno già preso decisioni sulla base delle regole precedenti?
Il Superbonus è stato introdotto nel 2020 dal governo Conte II per sostenere le ristrutturazioni edilizie e l’efficientamento energetico degli immobili. Attraverso la cessione del credito e lo sconto in fattura, molti proprietari hanno potuto realizzare lavori senza anticiparne integralmente il costo, trasferendo il beneficio fiscale alle imprese o agli istituti finanziari.
Il meccanismo è diventato progressivamente più complicato. Modifiche legislative, restrizioni alla cessione dei crediti, controlli e blocchi del mercato hanno prodotto incertezza, controversie e cantieri rimasti incompiuti. Il programma ha inoltre avuto un costo molto elevato per le finanze pubbliche: secondo i dati richiamati dal Fatto Quotidiano, i crediti fiscali generati dal Superbonus e dagli altri bonus edilizi hanno raggiunto complessivamente quasi 230 miliardi di euro, di cui oltre 160 attribuiti al Superbonus.
La nuova proposta del governo interviene su crediti già maturati. La quota utilizzabile nel 2027, relativa a spese del 2023 e derivante da cessione o sconto in fattura, verrebbe suddivisa in dieci rate annuali. Su 20,5 miliardi di compensazioni inizialmente previste per il prossimo anno, ne resterebbero utilizzabili circa 2 miliardi. Gli altri 18,5 slitterebbero fino al 2036.
Per chi possiede quei crediti significa rinunciare alla disponibilità immediata di una parte consistente delle somme. Non vengono cancellate, ma rinviate. E il rinvio ha un costo, perché obbliga a trovare altre risorse e riduce il valore attuale del credito.
Per le famiglie che hanno già ceduto regolarmente il proprio credito, invece, la norma non comporta automaticamente una nuova spesa o la perdita dell’agevolazione. È una distinzione essenziale. Il provvedimento agisce sui soggetti che oggi detengono i crediti, non indistintamente su tutti i proprietari che hanno utilizzato il Superbonus.
Le conseguenze possono comunque raggiungere i cittadini attraverso altri canali.
Una famiglia che ha commissionato lavori a un’impresa finanziariamente fragile può risentire di una crisi di liquidità del fornitore, soprattutto se il cantiere è ancora aperto o esistono interventi da completare. Non significa che la nuova norma provocherà necessariamente altri cantieri bloccati. Significa che interviene in un settore già attraversato da difficoltà finanziarie e controversie tra committenti, imprese e intermediari.
C’è poi il problema dell’affidabilità delle regole pubbliche. Nel 2023 un proprietario, un condominio e un’impresa potevano concordare un intervento edilizio contando su un determinato calendario di utilizzo dei crediti. Tre anni dopo, lo Stato propone di modificare unilateralmente quel calendario.
Chi ha già ceduto il credito può non subire effetti diretti. Ma il precedente riguarda il rapporto tra cittadini e amministrazione: una decisione economica presa in conformità alle norme vigenti può essere seguita da modifiche che ne alterano l’equilibrio finanziario per alcuni dei soggetti coinvolti.
Il governo giustifica da tempo le restrizioni al Superbonus con la necessità di contenere il costo delle agevolazioni edilizie. Un problema reale, perché la dimensione dei crediti accumulati ha inciso pesantemente sui conti pubblici. Ma il costo del programma era già stato contabilizzato negli anni precedenti. La relazione tecnica alla manovra precisa infatti che il nuovo rinvio non modifica l’indebitamento netto: cambia la distribuzione temporale delle compensazioni fiscali.
In sostanza, lo Stato migliora il proprio fabbisogno finanziario nel 2027 spostando in avanti una parte delle compensazioni. Il beneficio immediato per la cassa pubblica corrisponde a un rinvio per chi detiene i crediti.
L’Associazione bancaria italiana ha contestato la misura, sostenendo che potrebbe configurare una ristrutturazione del debito secondo le regole europee. Non significa che l’Italia sia in default. La questione riguarda la qualificazione tecnica di una modifica unilaterale delle condizioni di recupero dei crediti.
Ma c’è un altro problema, meno discusso: quale vantaggio concreto produrrà questo rinvio per i cittadini?
La misura libera disponibilità finanziaria nel 2027, ma non determina automaticamente maggiori stanziamenti per sanità, istruzione, assistenza o contrasto alla povertà. L’utilizzo delle risorse dipende dalle altre decisioni contenute nella legge di Bilancio.
Il Superbonus ha rappresentato una redistribuzione molto consistente di risorse pubbliche attraverso il patrimonio immobiliare. Non tutti hanno potuto beneficiarne. Chi non possiede un’abitazione, chi vive in affitto o non aveva le condizioni economiche e amministrative per accedere agli incentivi è rimasto spesso escluso dai vantaggi diretti dell’operazione.
Il costo per le finanze pubbliche, invece, riguarda l’intera collettività, perché le risorse impegnate in un programma non sono disponibili per altri interventi, salvo trovare nuove entrate o aumentare il debito.
Questo è il punto distributivo che merita maggiore attenzione. Per anni lo Stato ha finanziato un sistema di incentivi edilizi particolarmente oneroso, senza che l’accesso ai benefici fosse universale. Adesso cerca di contenere le conseguenze finanziarie di quel sistema intervenendo su crediti già maturati.
Non è possibile attribuire tutte queste responsabilità all’attuale maggioranza. Il Superbonus è nato con il governo Conte II, è stato modificato durante il governo Draghi e ulteriormente ridimensionato dal governo Meloni. La successione degli interventi dimostra quanto sia mancata una programmazione stabile.
La questione, per i cittadini, non è difendere a ogni costo il Superbonus. È stabilire quali politiche pubbliche meritino di assorbire risorse tanto ingenti, chi ne benefici realmente e chi sostenga i costi quando quelle politiche vengono corrette.
La manovra 2027 offre un’occasione per verificare queste priorità. Il governo rinvia 18,5 miliardi di compensazioni, ma il vantaggio finanziario ottenuto non equivale a una riduzione del costo complessivo del Superbonus.
Il debito di credibilità resta: dopo anni di incentivi, modifiche e restrizioni, i cittadini hanno diritto a sapere non soltanto quanto è costata questa politica, ma anche come saranno utilizzati i margini finanziari recuperati e quali benefici concreti ne deriveranno per chi dal Superbonus non ha ricevuto nulla.


