Il costo nascosto di vivere senza trasporti pubblici

Alla Spezia gli autobus saltano le corse, mancano gli autisti e a pagare sono soprattutto gli abitanti dei piccoli comuni. Studenti che devono raggiungere le scuole superiori, pendolari diretti al lavoro, persone che dipendono dai collegamenti con il capoluogo. Dall’estate i disservizi si ripetono e i sindacati chiedono di rivedere gli appalti alle due aziende che gestiscono circa il 30% delle corse provinciali. Una situazione denunciata il 9 ottobre dalla Rai, che racconta un problema molto più esteso di quello ligure.

In Italia, quando manca il trasporto pubblico, l’automobile diventa una necessità. Anche per chi non può permettersela.

Una ricerca pubblicata il 13 ottobre da Transport & Environment, realizzata da TESSA, spin-off dell’Università della Tuscia, rivela che 4,9 milioni di famiglie italiane, quasi una su cinque, destinano agli spostamenti una quota del bilancio almeno doppia rispetto alla mediana nazionale.

Non sono necessariamente famiglie in povertà assoluta. Sono nuclei per i quali muoversi rappresenta un peso economico particolarmente elevato. E spesso non hanno alternative.

Lo studio individua 766 comuni, quasi uno su dieci, con gravi carenze nelle possibilità di spostarsi senza automobile. Si concentrano soprattutto lungo l’arco alpino e appenninico, nelle isole e nelle aree interne del Centro-Sud.

Qui la distanza non si misura soltanto in chilometri, ma nelle opportunità che vengono negate. Un ragazzo può trovare una scuola adatta alle proprie aspirazioni, ma non avere collegamenti sufficienti per frequentarla. Un disoccupato può ricevere un’offerta di lavoro e scoprire che raggiungere l’azienda costa troppo. Una persona anziana può avere bisogno di una visita specialistica e dipendere dalla disponibilità di un familiare che la accompagni.

Sono esempi delle conseguenze possibili di una mobilità insufficiente, non testimonianze individuali raccolte sul campo. Ma descrivono il problema individuato dai ricercatori: l’accesso ai servizi essenziali dipende anche dalla possibilità concreta di raggiungerli.

Il paradosso dell’auto obbligatoria

La ricerca documenta un fenomeno chiamato possesso forzato dell’automobile. Nei comuni sotto i 50.000 abitanti, perfino le famiglie appartenenti alla fascia di reddito più bassa possiedono mediamente 0,9 auto per nucleo. Nelle città metropolitane, nella stessa fascia economica, il valore scende a 0,5.

Non significa che nei piccoli comuni ci sia maggiore benessere. Significa che, dove autobus e treni sono insufficienti, anche chi dispone di pochissimo denaro è spesso costretto a possedere un veicolo.

E deve pagarlo. Carburante, assicurazione, bollo, manutenzione e riparazioni diventano spese difficilmente eliminabili.

Secondo lo studio, nel 2024 le famiglie italiane hanno destinato ai trasporti mediamente 297 euro al mese, il 10,78% della spesa complessiva. Nel 2020 la quota era del 9,32%.

Per circa 643.000 famiglie appartenenti alle fasce di reddito più basse, il carburante rappresenta un peso particolarmente critico. Il 57% di questi nuclei vive nel Mezzogiorno.

Il costo della mobilità finisce così per sottrarre risorse ad altre necessità. E chi non può sostenere la spesa rischia di restringere ulteriormente le proprie possibilità di lavorare, studiare e accedere ai servizi.

Il trasporto pubblico è anche una questione di reddito

Non è soltanto un problema dei piccoli paesi. A Roma, secondo la ricerca, il 42,5% della popolazione vive in zone con meno di 300 corse giornaliere di trasporto pubblico ogni mille abitanti, contro le oltre 2.500 del quartiere centrale meglio servito.

La disponibilità dei collegamenti cambia radicalmente anche all’interno della stessa città. E può accentuare le disuguaglianze tra chi può scegliere come spostarsi e chi deve adattare la propria vita agli orari, ai costi e alle carenze dei servizi.

Il problema è arrivato anche davanti alle istituzioni. Il 13 ottobre il presidente della Campania, Roberto Fico, ha annunciato un ricorso alla Corte costituzionale contro le disposizioni sui finanziamenti regionali ai trasporti, contestando i tagli previsti e rivendicando il diritto dei cittadini alla mobilità pubblica.

È una controversia ancora aperta, ma mostra quanto la questione delle risorse sia centrale.

A marzo Diogene aveva già raccontato la povertà dei trasporti che coinvolge milioni di italiani. La nuova ricerca aggiunge un elemento decisivo: non è povero di mobilità soltanto chi non può spostarsi, ma anche chi deve impoverirsi per continuare a farlo.

Rafforzare autobus, collegamenti ferroviari e servizi nelle aree interne non significa semplicemente migliorare la circolazione. Significa rendere più accessibili il lavoro, l’istruzione e la sanità.

Perché dove il trasporto pubblico non arriva, il costo dell’assenza del servizio viene scaricato sulle famiglie. E per quelle più povere l’automobile finisce per diventare una tassa obbligatoria, anche se nessuno l’ha mai chiamata così.