Duecentosettanta persone, 28.415 taccheggi. Sono i numeri raccolti dalla BBC chiedendo a 27 forze di polizia inglesi quali fossero i dieci ladri seriali più attivi incontrati negli ultimi anni. Una media di 105 furti a testa tra il 2020-21 e il 2025-26. Uno di loro, nel Sussex, è stato collegato a 247 episodi. Un altro ha raccontato di essere arrivato a portare via dai negozi merce per 400 o 500 sterline al giorno per finanziare la dipendenza da eroina e crack.
È il volto più semplice da riconoscere del boom britannico dei taccheggi: recidivi, dipendenze, merce rivenduta, criminalità organizzata. Ed esiste. Ma dentro lo stesso mezzo milione di furti registrati ogni anno nei negozi inglesi e gallesi ce n’è anche un altro, assai meno spettacolare e molto più difficile da separare statisticamente dal primo: quello di un Paese nel quale milioni di persone hanno cominciato a non potersi permettere ciò che trovano sugli scaffali.
Nell’anno terminato a marzo 2026 la polizia di Inghilterra e Galles ha registrato 507.086 taccheggi. Il dato è sceso del 4 per cento rispetto all’anno precedente, dopo una crescita violentissima nel periodo successivo alla pandemia, ma resta su livelli eccezionalmente elevati. E l’Office for National Statistics avverte che i numeri della polizia raccontano soltanto una parte del fenomeno: il taccheggio è uno dei reati meno denunciati dai commercianti. Il Commercial Victimisation Survey ha rilevato che il 39 per cento degli esercizi commerciali vittime di reati non ne aveva denunciato neppure uno alla polizia nell’anno precedente.
Poi bisogna guardare che cosa sparisce. Nell’ultima indagine governativa disponibile sulle attività commerciali, il cibo e i generi alimentari risultano la categoria più frequentemente indicata tra i beni sottratti dagli esercizi vittime di furti, rapine o scassi. In una rilevazione precedente, dedicata specificamente ai furti compiuti dai clienti, gli alimentari erano al primo posto nel 39 per cento dei negozi colpiti, davanti all’alcol. Non significa che quattro taccheggi su dieci siano commessi da persone affamate: la stessa confezione di carne può essere rubata per mangiarla o per rivenderla. Significa però che al centro di una parte enorme del fenomeno c’è la merce più elementare che esista: il cibo.
Nel 2024-25 il 20 per cento della popolazione britannica viveva sotto la soglia di basso reddito assoluto dopo aver pagato i costi della casa. Tra i bambini la quota arrivava al 27 per cento. Tre milioni e mezzo di minori, il 24 per cento del totale, vivevano in condizioni di deprivazione materiale; 1,9 milioni, il 13 per cento, nella categoria ancora più grave della deep material poverty.
Il dato forse più vicino a ciò che accade in un supermercato è un altro. Nello stesso anno il 9 per cento della popolazione viveva in una famiglia classificata come food insecure, cioè senza accesso stabile a una quantità sufficiente e sufficientemente varia di cibo. Tra i bambini la percentuale saliva al 14 per cento. Se si considerano soltanto le persone a basso reddito, l’insicurezza alimentare riguardava circa una persona su cinque.
La Joseph Rowntree Foundation usa una soglia diversa e restituisce una fotografia ancora più dura. Nel suo rapporto sulla povertà britannica conta 14,2 milioni di persone sotto la soglia di povertà dopo i costi dell’abitazione. Quasi la metà, 6,8 milioni, vive in quella che la fondazione definisce very deep poverty: redditi inferiori di almeno un terzo alla normale soglia di povertà. È il numero più alto dall’inizio della serie, nel 1994-95.

E non è semplicemente un problema di statistiche sul reddito. Nell’estate del 2026 il monitoraggio della stessa fondazione ha stimato che 7,4 milioni di famiglie a basso reddito non fossero riuscite a permettersi almeno un bene essenziale nei sei mesi precedenti. Il 47 per cento aveva sofferto la fame, ridotto le porzioni o saltato pasti nell’ultimo mese perché non aveva abbastanza denaro per comprare cibo: circa 5,6 milioni di famiglie. Un milione e mezzo aveva utilizzato un food bank negli ultimi sei mesi. Quattro milioni e mezzo erano in arretrato almeno con una bolletta o un debito; 1,3 milioni avevano fatto ricorso a prestiti ad alto costo per pagare cibo, casa, energia o acqua.
Trussell, la più grande rete britannica di banche alimentari, arriva attraverso un’altra metodologia a un numero ancora più impressionante: 14,1 milioni di persone, compresi 3,8 milioni di bambini, avrebbero sperimentato nel 2024 la fame per mancanza di denaro. Erano 11,6 milioni appena due anni prima. Non sono necessariamente persone che hanno utilizzato un food bank e non vanno confuse con chi rientra nelle statistiche ufficiali sulla povertà: la misura rileva l’esperienza concreta di non avere denaro sufficiente per mangiare.
Il taccheggio sta cambiando forma. Non perché si possa prendere il numero dei poveri e sovrapporlo a quello dei ladri. Sarebbe metodologicamente falso e socialmente semplicistico. La maggior parte delle persone povere non ruba e una parte rilevante dei taccheggi non ha nulla a che fare con la necessità: ci sono organizzazioni criminali, rivendita sistematica, dipendenze, furti di prodotti costosi. Proprio l’indagine BBC dimostra quanto possa pesare un numero piccolissimo di recidivi.
Ma è altrettanto difficile sostenere che il contesto economico sia irrilevante. Una revisione delle evidenze pubblicata dal governo britannico nel 2025 conclude esplicitamente che la povertà non determina automaticamente il crimine, ma può costituire un fattore importante nel modo in cui le persone entrano in contatto con il sistema penale. Cita, tra gli altri, uno studio su Londra secondo il quale un aumento del 10 per cento del costo della vita è associato a una crescita dell’8 per cento di un insieme di reati che comprende furti, rapine, scassi e taccheggi.
È una correlazione, non un certificato sulle motivazioni di chi mette qualcosa in tasca senza pagarlo. Ma dice che l’economia lascia tracce anche nelle statistiche criminali. La Gran Bretagna ha cominciato a trattare il taccheggio come una grande emergenza nazionale nello stesso periodo in cui una parte crescente della popolazione ha cominciato a trattare cibo, riscaldamento, vestiti e persino cure dentistiche come spese negoziabili. A ottobre 2025 il 69 per cento delle famiglie a basso reddito monitorate dalla Rowntree Foundation dichiarava di aver rinunciato almeno a un bene essenziale. Più della metà era in condizioni di insicurezza alimentare e quattro su dieci avevano sofferto la fame nel mese precedente perché non avevano abbastanza denaro.
Nel supermercato queste due crisi finiscono sullo stesso scaffale. Da una parte ci sono telecamere, addetti alla sicurezza, dispositivi antitaccheggio e negozianti che vedono sparire merce ogni giorno. Dall’altra ci sono famiglie che riducono le porzioni, ricorrono alle banche alimentari, prendono denaro in prestito per comprare ciò che serve a vivere. In mezzo c’è il gesto identico di prendere qualcosa senza pagarlo. Ma non necessariamente la stessa storia. Ecco quindi quello che si perde quando tutto viene riassunto nella parola “shoplifting”. Una categoria penale può essere perfettamente precisa e, nello stesso tempo, raccontare pochissimo della società che la produce.



