C’è un dato che riassume la portata del fenomeno meglio di qualsiasi analisi. Tra il maggio 2024 e il marzo 2025, negli Stati Uniti, l’opposizione delle comunità locali ha bloccato progetti di data center per 18 miliardi di dollari e ne ha ritardati altri per 46 miliardi.
Le cancellazioni sono passate da due nel 2023 a venticinque nel 2025; i gruppi organizzati contro questi impianti, censiti dall’osservatorio indipendente Data Center Watch, sono cresciuti da 142 in 24 Stati a oltre 188 in 40 Stati nel giro di pochi mesi. Nel primo trimestre del 2026 la mobilitazione aveva già eguagliato, per dimensione, quella di tutto l’anno precedente.
Non è un’anomalia americana. È l’epicentro di un movimento che, per imitazione strategica — comitati che si scambiano manuali, ricorsi, coalizioni regionali — si è propagato in Europa, America Latina, Asia, Oceania e Africa. Ovunque il bersaglio è lo stesso: le enormi infrastrutture di calcolo che alimentano il boom dell’intelligenza artificiale, strutture che possono avere il fabbisogno energetico di una città e il consumo idrico di decine di migliaia di famiglie.
Questo dossier ricostruisce la geografia del conflitto e, soprattutto, le sue ragioni.
Perché la gente scende in piazza
Le motivazioni ricorrono con una stabilità sorprendente da un continente all’altro. Tre “detonatori” dominano quasi tutte le campagne.
Il primo, e il più diffuso, è l’acqua: compare in oltre il 40 per cento dei progetti contestati. I sistemi di raffreddamento evaporativo dei server consumano volumi ingenti di acqua dolce, spesso attinta dalla rete potabile perché è la soluzione più economica. Dove c’è siccità, il conflitto diventa immediato e viscerale.
Il secondo è l’energia: il consumo elettrico e il conseguente aumento delle bollette per i residenti. Le grandi strutture competono con famiglie e imprese per la capacità di rete, minacciando la sicurezza dell’approvvigionamento e la stabilità dei prezzi.
Il terzo è l’inquinamento: acustico (il ronzio continuo degli impianti), atmosferico (dove si ricorre a turbine a gas o generatori diesel di riserva), luminoso.
A questi si aggiungono argomenti trasversali: il consumo di suolo agricolo, il crollo del valore immobiliare, l’opacità degli accordi tra governi, utility e Big Tech — spesso coperti da accordi di riservatezza — e un dato economico difficile da ignorare. Un data center impiega in media 1.688 lavoratori in fase di costruzione ma solo 157 posizioni permanenti a regime: la promessa occupazionale, ovunque usata come merce di scambio, si rivela quasi sempre gonfiata.
C’è infine un elemento politico che spiega la forza del movimento, almeno negli Stati Uniti: è bipartisan. Salda l’ambientalismo progressista con la diffidenza conservatrice rurale verso le grandi corporation, la difesa della proprietà e delle bollette. È questa alleanza inconsueta a renderlo elettoralmente pericoloso — e vincente.
Nord America: l’epicentro
Negli Stati Uniti il fenomeno ha già investito il piano federale. L’8 dicembre 2025 oltre 230 organizzazioni ambientaliste hanno scritto al Congresso per chiedere una moratoria nazionale; il senatore Bernie Sanders ha rilanciato la richiesta, poi affiancato da Alexandria Ocasio-Cortez. Nel corso del 2025 sono state presentate almeno 238 proposte di legge in tutti e cinquanta gli Stati; in almeno quattordici sono state approvate moratorie.
Virginia — PW Digital Gateway. Nella “Data Center Alley” mondiale (Loudoun County) e nella sua espansione verso Prince William County si combatte il caso simbolo: un progetto da 24,7 miliardi di dollari guidato da QTS Realty Trust e Compass Datacenters, ritardato da opposizione diffusa e impugnato in tribunale con almeno tre cause. In gioco: impatto ambientale, rumore, pressione sulla rete e danni a siti storici, inclusi campi di battaglia della Guerra Civile.
Memphis, Tennessee — xAI / Colossus. È il fronte più radicale sul piano della giustizia ambientale, e il più significativo per chi indaga l’intreccio tra potere, razza e salute. Elon Musk ha costruito il supercomputer Colossus accanto a Boxtown, quartiere a maggioranza afroamericana fondato nel 1863 da schiavi emancipati e storicamente destinato agli insediamenti industriali indesiderati. Il Southern Environmental Law Center, con droni a immagine termica, ha documentato 35 turbine a gas prive di autorizzazione a Colossus 1 — una capacità di 421 megawatt, pari a un’intera centrale, operante illegalmente senza alcun permesso sulle emissioni.
La NAACP, tramite SELC ed Earthjustice, ha citato in giudizio l’azienda per violazione del Clean Air Act; lo schema si è ripetuto a Colossus 2, a Southaven (Mississippi). Un’analisi dell’Università del Tennessee, su dati satellitari NASA ed ESA, ha rilevato che i picchi di biossido di azoto sono aumentati del 79 per cento rispetto ai livelli pre-xAI nelle aree immediatamente circostanti. Voce politica della protesta è il deputato statale Justin Pearson, residente nell’area, che descrive Musk come l’ultimo di una lunga fila di figure estrattive.
Tucson, Arizona — Project Blue. Vittoria netta della cittadinanza: il progetto di Beale Infrastructure, che avrebbe sottratto milioni di galloni d’acqua potabile al deserto, è stato affossato il 6 agosto 2025, quando il consiglio comunale ha votato all’unanimità per interrompere le trattative.
Altri fronti. Michigan (rally a Lansing, dicembre 2025, contro il progetto Stargate da 7 miliardi a Saline); Pennsylvania (rete di comitati contro oltre 50 impianti, proposta di moratoria triennale bipartisan); Seattle (moratoria comunale, la più grande città statunitense a sospendere le approvazioni); Indianapolis (Google ritira un progetto sotto la pressione popolare, settembre 2025); Monterey Park, California (ordinanze che dichiarano i data center “pubblica molestia”); Festus, Missouri (i cittadini rimuovono con il voto metà del consiglio comunale). Anche in Canada si registrano mobilitazioni a Montréal e Vancouver.
Europa: la stagione delle regole
Secondo gli analisti di STL Partners, oltre 42 miliardi di dollari di progetti in dieci Paesi europei sono stati ritardati, rivisti o cancellati per opposizione pubblica. Un sondaggio Savanta dell’ottobre 2025, condotto in cinque Paesi, registra maggioranze schiaccianti a favore di regole vincolanti su acqua ed energia.
Irlanda. Il caso più maturo del continente. I data center consumano già più elettricità di tutte le famiglie urbane del Paese messe insieme (dato 2024). Il gestore statale della rete, EirGrid, ha imposto attorno a Dublino quella che una fonte interna ha definito «una moratoria in tutto tranne che nel nome», negando diversi allacciamenti. Protagonisti della campagna: il gruppo Not Here Not Anywhere, accreditato di aver influenzato la sospensione di fatto, e Friends of the Earth Ireland.
Paesi Bassi. Vittorie nette contro le “hyperscale”: l’opposizione locale, con gli agricoltori che hanno fatto leva sui permessi ambientali e sulla normativa sull’azoto, ha fatto deragliare mega-progetti come il campus di Meta a Zeewolde. Il gruppo Save the Wieringermeer ha contrastato Microsoft in difesa dei terreni agricoli.
Spagna. L’asse è l’acqua nelle regioni in siccità. Il collettivo Tu Nube Seca Mi Río («La tua nuvola prosciuga il mio fiume»), attivo in Aragona, denuncia il consumo idrico. La portavoce Aurora Gómez ha raccontato come persino i sindaci scoprano i nuovi progetti solo dopo che gli accordi sono stati chiusi a livello regionale e annunciati alla stampa.
Italia. Il fronte è appena nato, ma già strutturato. Il caso pilota è Lacchiarella, nel Milanese, dove circa duecento cittadini hanno dato vita al primo presidio nazionale contro il più grande impianto italiano: un investimento da 3 miliardi di euro dietro il quale c’è il fondo Pimco, controllato da Allianz.
Il Comitato ciarlasco per la tutela del territorio, fondato da Enrico Duranti, ha depositato decine di osservazioni tecniche e solleva due questioni pesanti: uno studio del fisico Sergio Manera (Università di Pavia) prevede un aumento di temperatura di 5 gradi in prossimità dell’impianto e di 1-2 gradi fino a qualche chilometro di distanza; i 160 generatori di emergenza, con serbatoi da 4,2 milioni di litri di gasolio, supererebbero le soglie della direttiva Seveso — la stessa normativa europea nata mezzo secolo fa dall’incidente di Seveso. Si affacciano proposte di legge regionali in Piemonte e Lombardia.
Altri Paesi. Regno Unito (piano governativo per circa 100 impianti e campagne in crescita), Germania (dal 2027 obbligo di energia 100 per cento rinnovabile per i nuovi data center), Francia (La Quadrature du Net a Marsiglia), Grecia e Scozia.

America Latina: acqua e “colonialismo dei dati”
Qui la parola chiave è acqua, in un contesto di siccità strutturale, e il frame politico dominante è quello del colonialismo dei dati: comunità del Sud globale chiamate a sacrificare risorse essenziali per servizi che beneficiano soprattutto il Nord.
Cile. Apripista e caso di vittoria giudiziaria. A Cerrillos (Santiago), i residenti bocciarono in un referendum locale, nel febbraio 2020, il data center di Google, allarmati dai 169 litri al secondo destinati alle torri di raffreddamento in una regione afflitta dalla siccità. Nel febbraio 2024 residenti e attivisti hanno fermato Google portando il caso al tribunale ambientale, che ha bloccato parzialmente il permesso: l’azienda ha sospeso il progetto e un investimento da 40 milioni di dollari. Il gruppo di riferimento è Mosacat; parallela la mobilitazione a Quilicura contro Microsoft. Nel 2017 in Cile c’erano sei progetti di data center; nel 2026 saranno 66.
Uruguay. Nel 2023 sono esplose proteste di massa contro un data center di Google mentre il Paese affrontava la peggiore siccità in settant’anni. Con i bacini in secca, le autorità pompavano acqua salmastra dal Río de la Plata mentre concedevano a Google il permesso di attingere alle riserve d’acqua dolce rimaste. L’impianto previsto a Canelones avrebbe richiesto 7,6 milioni di litri al giorno, pari al consumo domestico di 55.000 persone. Montevideo è stata la prima capitale al mondo a sfiorare il “day zero” idrico.
Messico. Epicentro a Querétaro, nel comune di Colón, area semi-arida trasformata in polo per Google, Microsoft e Amazon Web Services. I residenti protestano temendo che gli impianti prosciughino milioni di litri, lasciando poco per i bisogni quotidiani di un territorio già in sofferenza idrica.
Brasile. Caso emblematico sul piano indigeno: il popolo Anacé si oppone al progetto di data center di TikTok sulla costa nord-orientale, temendo la competizione per l’acqua in un’area già fragile. Dietro l’operazione c’è ByteDance. Mobilitazioni si registrano anche in Paraguay e Argentina.
Asia: il fronte più recente
Quadro più giovane e spesso mediato dai governi più che dai movimenti di piazza — con l’eccezione crescente del Sud-Est asiatico.
Malaysia (Johor). Nel febbraio 2026 i residenti di Gelang Patah hanno protestato davanti a un cantiere: è stata la prima protesta pubblica contro un data center nel Paese. Cinquanta persone, in rappresentanza di quasi mille residenti di quattro complessi abitativi, contro l’inquinamento da polveri del cantiere di Zdata (azienda cinese) e per il timore sull’acqua. Johor è l’hub a più rapida crescita del Sud-Est asiatico, alimentato dallo spillover di Singapore, che aveva imposto una moratoria pluriennale sui nuovi impianti. Lo stato di Johor ha reagito classificando i data center di fascia alta come grandi consumatori idrici e sospendendo le nuove approvazioni per quella categoria.
India. Mentre il governo apre il Paese agli hyperscaler con incentivi fiscali eccezionali — un’esenzione ventennale fino al 2047 — emergono i primi conflitti. A Visakhapatnam (Andhra Pradesh) vengono requisiti frutteti e terreni agricoli e sgomberati insediamenti informali sul percorso dei grandi progetti, incluso il data center da 2 gigawatt della joint venture Adani-Google. Gli agricoltori protestano contro le assegnazioni dei terreni.
Altri fronti. Segnalazioni anche in Indonesia (Batam) e crescente attenzione critica in Taiwan e Giappone sul versante energetico.
Oceania: l’allarme sale dalla rete
In Australia l’opposizione è più istituzionale-infrastrutturale, ma cresce anche a livello cittadino. A Melbourne è attiva una petizione pubblica contro le nuove approvazioni, motivata dal consumo elettrico da fonti non rinnovabili, dall’uso massiccio di acqua per il raffreddamento in periodi di siccità e dalla pressione su infrastrutture già sature. Il sindaco Nicholas Reece ha avvertito che, se tutti i progetti fossero realizzati, i data center consumerebbero fino a 20 miliardi di litri d’acqua l’anno, circa il 4 per cento dell’acqua potabile della città. Sul piano nazionale, il governo Albanese ha annunciato un “quadro di interesse nazionale” che imporrà agli operatori di finanziare la propria energia rinnovabile in cambio di approvazioni accelerate: segnale che la pressione arriva soprattutto dalla rete elettrica, con l’operatore AEMO che ha lanciato allarmi sulla domanda.
Africa: il vincolo delle risorse e la sovranità digitale
Il continente presenta una specificità che vale la pena isolare: l’opposizione è meno di base e più “da vincolo di risorse” e da sovranità digitale. Il conflitto emerge spesso a livello statale prima ancora che di comunità, perché le reti elettriche sono fragili.
Il caso più clamoroso è il Kenya. Un data center per l’intelligenza artificiale da 1 gigawatt, proposto da Microsoft e dall’emiratina G42 a Olkaria e alimentato a energia geotermica, si è arenato dopo che è emerso che avrebbe consumato un terzo dell’elettricità del Paese. Il presidente William Ruto ha avvertito che farlo funzionare avrebbe richiesto di tagliare la corrente a metà dei cittadini e delle imprese.
In Sudafrica — primo mercato del continente, con 56 impianti — Eskom e diversi comuni si sono rifiutati di fornire i dati sui consumi elettrici dei data center, alimentando il dibattito su un possibile collasso di acqua ed elettricità. Un tratto ricorrente, segnalato anche dalla Heinrich Böll Stiftung, è che in Sudafrica come in Brasile le aziende trattano spesso direttamente con i ministeri nazionali, scavalcando le autorità locali e le comunità.
Il salto di scala: quaranta sindaci contro la nuvola
Che si tratti ormai di un movimento globale, e non di proteste isolate, lo certifica un fatto recente. Nel giugno 2026, durante la London Climate Action Week, quaranta sindaci di tutto il mondo hanno firmato un patto lanciato dalla rete C40 Cities per condizionare il modo in cui i data center urbani vengono costruiti e gestiti. Vi aderiscono città statunitensi (Seattle, Palo Alto, Riverside, Phoenix, Chicago, Miami), europee (in Grecia, Spagna, Italia, Germania, Regno Unito, Norvegia), africane (Costa d’Avorio, Sierra Leone, Sudafrica, Kenya), asiatiche e dell’Oceania (India, Australia), oltre al Libano.
Cinque continenti, la stessa domanda di fondo: chi decide, e a beneficio di chi, quando la crescita digitale dipende dall’acqua, dall’energia e dalla terra di una comunità. Per un numero crescente di persone, opporsi ai data center non significa rifiutare il progresso, ma ridefinirlo.



