Il capolavoro non era la bomba ma la nebbia

C’è una frase, in questa storia, che vale più di tutte le altre e che nessuno ha avuto il pudore di rimangiarsi. L’ha pronunciata Paolo Corsini, direttore degli approfondimenti Rai e quindi responsabile ultimo di Report, fermato dai cronisti fuori Montecitorio: chiamerò Ranucci, ha detto in sostanza, perché deve chiarire questa vicenda inquietante nella quale «per il momento» è parte lesa. E poi la chiosa, quella che andrebbe incorniciata: la bomba era per lui, «vera o farlocca che fosse».

Fermiamoci qui, perché tutto il resto viene dopo. Un dirigente del servizio pubblico discute pubblicamente se una carica di gelatina da cava — materiale fuori commercio, obsoleto e per gli stessi investigatori «dalla straordinaria capacità distruttiva» — sia stata vera o finta.

La bomba che il 16 ottobre 2025 ha disintegrato due automobili davanti a una villetta di Pomezia e sfondato un cancello. La stessa villetta in cui la figlia di Ranucci era rientrata una ventina di minuti prima dello scoppio. Chi piazza un ordigno del genere in una strada residenziale non ha, e non può avere, la certezza che non muoia nessuno: un vicino, un passante, una ragazza che torna a casa.

Discutere se sia «farlocca» non è una cautela istruttoria. È già, di per sé, una resa morale. È il primo indizio del paese che abbiamo davanti.

Perché il Paese, nel frattempo, ha superato la questione della verità. Quello che si sta fabbricando adesso non è una verità: è un dubbio. E il materiale grezzo per fabbricarlo è tutto lì, documentato, pubblico, persino ammesso dai protagonisti. Valter Lavitola, indagato come mandante, è amico di Ranucci: prima oggetto di un’inchiesta di Report, poi fonte, poi commensale abituale, «amicizia fraterna».

C’è il sondaggio: ventuno domande commissionate da Lavitola per misurare Ranucci come candidato premier del campo largo, un questionario circolato perfino a Paolo Mieli — che non sapeva riguardasse il conduttore — e visto dallo stesso Ranucci. C’è la battuta riferita da Repubblica: quando sarai a Palazzo Chigi, io sarò il tuo Gianni Letta.

Mettiamo subito in chiaro una cosa, perché non è quello il punto e non c’è nulla da difendere. Che Lavitola sia un faccendiere pluricondannato, un traffichino da tavolo di ristorante, non lo scopriamo oggi: è la biografia di un uomo, non un’ipotesi accusatoria.

Se abbia fatto piazzare lui quella bomba lo diranno i magistrati; che sia sporco, quello lo sapevamo già. Ma è precisamente perché è sporco che diventa l’ingrediente perfetto della ricetta. Accosti un faccendiere a un giornalista-simbolo, e il gioco è fatto: tutto diventa «commedia» — copyright Il Giornale — tutti strizzano l’occhio, e la bomba, quella vera, comincia a sfumare.

La mia opinione sul mandante la do per quello che è: un’opinione, senza uno straccio di prova. Chi ne ha una la porti dove va portata. Io penso che dietro quell’ordigno ci siano menti raffinate, e con «raffinate» non faccio un complimento. La mente raffinata non ti mette la bomba per zittirti: quello è il linguaggio diretto, rozzo, quasi onesto della criminalità organizzata, che quando vuole spaventarti te lo fa capire e basta. La mente raffinata ti mette la bomba per screditarti. La mente raffinata lavora nell’intelligence.

Non «ho paura della tua inchiesta, quindi ti intimido», ma «ti faccio passare per il cialtrone che si mette la bomba da solo per costruirsi una carriera in politica, e in un colpo solo avveleno tutte le tue inchieste, passate e future, e la figura stessa del giornalista puro e duro».

Il primo obiettivo, nella labilità delle menti dei telespettatori ultrà di Ranucci è già stato raggiunto: l’eroe del giorno prima, il Santo giornalista che ci difende dal Potere cattivo è stato scaricato in poche ore. Eppure frequentava Lavitola anche quando piaceva al volgo. D’altronde accadde già con Erri De Luca poche settimane fa, idolo letterario della sinistra diventato analfabeta e con libri al rogo in 24 ore perchè aveva espresso la sua opinione sullo scontro tra Israele e Hamas.

Di ArezzoTV, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=163283730

Che lettori e telespettatori vadano rieducati con lavori forzati in miniera di giorno seguiti da esercizi di lettura analitica la sera, chi segue Diogene Notizie ha già avuto modo di leggerne diverse volte, tra il serio e il faceto. Ma è un problema che ci mostra l’estrema facilità di manipolare un’opinione pubblica irrazionale in Italia.

Lavitola, in questa lettura, non sarebbe l’obiettivo della regia ma il suo strumento: l’amico ingombrante, il precedente giudiziario, il sondaggio imbarazzante, l’innesco perfetto per far detonare non un cancello ma una reputazione. Questa non è la grammatica della camorra, che parla chiaro. È la grammatica delle deviazioni di questo Stato, e la riconosco perché ne ho letto la storia riga per riga.

E qui devo essere onesto contro me stesso, altrimenti scrivo esattamente il tipo di giornalismo che disprezzo. Perché Report, va detto senza ipocrisia, a me non piace. Non mi piace il mischione — servizi, trame nere, P2 riproposti sempre nella stessa salsa — quella dietrologia che spiega tutto e perciò non spiega niente, e che piace tanto al populismo becero perché lo conforta, gli dice che il mondo è semplice e i cattivi sono sempre gli stessi.

Lo conosco bene, questo mischione. La mia videoinchiesta sulla strage di via Fani, Coperti a destra, è finita in onda su Report senza il mio nome: lo stesso perito, lo stesso poligono, la stessa estetica, sciolti in un servizio presentato come originale al termine del quale l’unica certezza era che Moro è morto. Povertà e disonestà intellettuale.

Ecco perché, quando io dico «servizi», ho il dovere di dare al lettore la distinzione che pretendo da Report: non un solvente narrativo che scioglie ogni domanda, ma un’ipotesi specifica nel meccanismo — discredito, non silenzio — e in linea di principio smontabile.

Quindi, arrivo al punto, è la mia opinione, netta e non campata in aria. Il mischione, ormai, non è più soltanto quello di Report: è diventato quello dell’intero Paese. Guardate la scena. Un faccendiere pluricondannato. Un giornalista-simbolo che cena col faccendiere e gli lascia rivedere un sondaggio sulla propria candidatura. I direttori nelle cui agendine il numero di Lavitola c’era eccome, e che oggi tacciono.

La destra che ci marcia. I parlamentari della Vigilanza che scoprono «inquietante» che una trasmissione-simbolo possa essere «influenzata». Un dirigente Rai che, con una frase, sposta l’onere della prova dalla vittima a se stessa. Ognuno con la sua piccola macchia; nessuno del tutto pulito.

E il risultato di questa nebbia è sempre lo stesso, ed è l’unico che conviene a chi la bomba l’ha voluta: se sono tutti un po’ colpevoli, allora non è colpevole nessuno. La responsabilità evapora. Un ordigno di gelatina da cava, che poteva ammazzare una ragazza sul marciapiede, si dissolve nel pettegolezzo su chi mangiava al tavolo di chi.

Ecco che razza di puttanaio, per usare la parola esatta, è diventato questo Paese. Non l’assenza di colpe: la loro moltiplicazione fino all’indistinto, fino al punto in cui distinguere il mandante dalla parte lesa diventa una raffinatezza da salotto. Tutti colpevoli, nessun colpevole.

È la formula più comoda mai inventata, perché non assolve nessuno e non condanna nessuno: sporca tutti quanto basta perché la parola «giustizia» suoni ingenua.

Non ho le prove che dietro Pomezia ci sia una mano che conosce questo mestiere, degli spioni nostrani. Ho solo la certezza che il mestiere esiste, che in questo Paese l’ha già esercitato molte volte, e che il suo capolavoro non è mai stato l’esplosione. È sempre stata la nebbia che viene dopo.