Il sistema elettrico nazionale cubano è crollato di colpo, lasciando l’intera isola senza corrente. Non è una notizia isolata: è l’ultimo anello di una catena che nei giorni precedenti aveva già tenuto al buio la maggioranza del Paese, con un deficit stabilmente sopra i duemila megawatt a fronte di una domanda di poco superiore ai tremila. In alcune zone i distacchi hanno raggiunto le venti, ventidue ore al giorno; in altre si è arrivati a ottantacinque ore consecutive di buio.
Un frigorifero che non parte più significa cibo che marcisce, perlomeno quando c’è; un ospedale senza corrente significa un intervento rinviato. È a questo livello — quello elementare della sopravvivenza quotidiana — che va misurata la vicenda cubana, non alle dichiarazioni dei governi.
La rete cubana è marcia da anni: la centrale Antonio Guiteras, cardine del sistema, è andata fuori servizio diciassette volte solo nel 2026 e non riceve una manutenzione seria dal 2010. Il modello energetico dipende per due terzi da combustibile importato — petrolio e gas producono oltre il 95 per cento dell’elettricità — e per trent’anni ha vissuto di forniture sussidiate da un padrone straniero: prima l’Unione Sovietica, poi il Venezuela.
Il Prodotto interno è oggi oltre il dieci per cento sotto i livelli del 2018, dopo tre anni consecutivi di segno meno. È il fallimento di un’economia di comando che ha rifiutato ogni riforma vera, e la responsabilità di questo è tutta interna.
Dopo aver catturato militarmente il presidente venezuelano Maduro nel gennaio 2026, Washington ha tagliato il petrolio che dal Venezuela alimentava Cuba e ha imposto un blocco di fatto sulle forniture: un ordine esecutivo che minaccia dazi a qualunque Paese venda greggio all’isola, petroliere fermate in mare, oltre tre mesi senza una nave cisterna.
Su una rete già fragile, questo è il colpo calibrato per farla morire. Il blocco non ha creato la malattia, ma ne ha fatto un’arma. E un’arma puntata deliberatamente contro la popolazione civile ha un nome nel diritto internazionale, e non è “pressione diplomatica”.
L’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha certificato a giugno che la produzione di cibo è caduta del sessanta per cento, che i farmaci sono disponibili al trenta per cento del fabbisogno, che la mortalità infantile è risalita a 9,9 per mille nati e che la sopravvivenza ai tumori pediatrici è scesa al sessantacinque per cento. Non sono statistiche astratte: sono bambini che non ce la fanno perché manca la chemioterapia, neonati che muoiono per l’interruzione di una catena del freddo.
La povertà aveva già raggiunto proporzioni da collasso prima ancora dell’ultimo giro di vite. Secondo l’Osservatorio cubano per i diritti umani, la miseria estrema tocca quasi nove cubani su dieci; sette su dieci hanno saltato pasti per mancanza di risorse; solo il quindici per cento riesce a garantirsi tre pasti al giorno.
E chi può, se ne va: dalla pandemia in poi l’isola ha perso oltre un decimo della sua popolazione, l’esodo più grande dal 1959, precipitando da undici milioni di abitanti a poco più di otto e mezzo. Restano i più fragili, quelli che non hanno i mezzi per partire — a cominciare dai circa trecentomila anziani che vivono soli. Sono loro, non i funzionari del partito né gli strateghi di Washington, a stare al buio con il frigorifero spento e la farmacia vuota.

Molti temono uno sbarco militare, una nuova Baia dei Porci. Ma la strategia americana, per bocca dello stesso Trump, è un’altra: «Cuba sta per cadere», ha dichiarato, «non credo serva alcuna azione, sta andando giù da sola». Non ha alcun bisogno di invadere un’isola che ha già ridotto senza reddito e senza carburante. Perché rischiare uomini e legittimità internazionale quando basta chiudere il rubinetto e aspettare?
Che il metodo funzioni lo dimostra il comportamento dello stesso regime, che ha già cominciato a cedere. A marzo Díaz-Canel ha aperto trattative con gli Stati Uniti per allentare il blocco, e come pegno L’Avana ha scarcerato prima cinquantuno e poi oltre duemila detenuti. Lo strangolamento ha estorto in pochi mesi concessioni che nessun’invasione avrebbe ottenuto altrettanto in fretta.
È questa la forma dell’aggressione contemporanea: non i marines sulla spiaggia, ma la fame e il buio trasformati in leva di regime change, e la promessa — «vogliamo aiutare il popolo cubano» — che prepara il terreno a una cattura politica ed economica travestita da soccorso. L’invasione, insomma, se si vuole usare questa parola, è già cominciata. Solo che è economica, e non lascia crateri da fotografare.
Il regime, già seduto al tavolo delle trattative, continua a barattare concessioni politiche — prigionieri, aperture, magari elezioni sorvegliate — in cambio di ossigeno energetico, in una transizione lenta e pilotata da Washington. Questo perchè il rischio che corre il regime è l’implosione interna: la mancanza di acqua, cibo e sanità può far esplodere la tensione sociale, facendo perdere il controllo al governo, scatenando una transizione caotica accompagnata da un esodo di massa.
A frenare Washington rispetto a una possibile invasione è anche il timore di scatenare un’ondata migratoria fuori controllo verso la Florida, che destabilizzerebbe proprio chi l’ha provocata. L’intervento militare diretto resta quindi lo scenario meno conveniente ma non impossibile per gli Usa, visto che il tabù è caduto in Venezuela e nell’amministrazione Trump non mancano i falchi.
Il finale più probabile, dunque, non è quello angosciante che si teme, ma uno più silenzioso e più crudele: un collasso ingegnerizzato da fuori e un’incuria alimentata da dentro che convergono sugli stessi corpi, e una “liberazione” che arriva come aiuto umanitario e funziona come conquista.
Qualsiasi cosa si pensi su Cuba e il suo regime, affamare dieci milioni di persone per punirne i governanti non è politica estera: è prendere in ostaggio una nazione.



