Sala e il centrosinistra che ha smesso di vergognarsi

Il sindaco di Milano sale su un palco pubblico, al Forum Italiano per la Sicurezza Urbana, e spiega che il quartiere di San Siro ha un problema: “la proporzione tra gli italiani e i non italiani è sbagliata”. Aggiunge che questo “condiziona le scuole”, perché i genitori italiani, vedendo che “tanti hanno problemi con la lingua”, spostano i figli altrove. Lo dice un sindaco di centrosinistra, alla guida della città che più di ogni altra in Italia si racconta come laboratorio progressista, aperta, internazionale.

E non succede niente. Nessuna nota di dissenso dal Partito Democratico milanese. Nessuna presa di distanza dagli alleati di maggioranza. Nessuna reazione delle associazioni che dovrebbero occuparsi di integrazione e diritti. Il silenzio è totale, e a distanza di un giorno buono resta tale. Perchè è un silenzio che non è distrazione: è consenso

Noi, da Diogene non ci accontentiamo di registrare l’assenza di polemica come un fatto neutro, un caso, una distrazione delle agende politiche. Il silenzio, quando dura, quando riguarda un’affermazione così esplicita, pronunciata da chi amministra la seconda città più importante del paese, la prima per traino economico, va letto per quello che è: non un’assenza di reazione, ma una reazione. Una reazione di accordo tacito.

Perché se davvero la sinistra milanese considerasse inaccettabile ridurre un quartiere popolare a un problema di “proporzione etnica sbagliata”, qualcuno avrebbe parlato. Le smentite, le prese di distanza, i “non lo condivido ma”, fanno parte del repertorio normale della politica quando un alleato dice qualcosa di scomodo. Qui non c’è stato nemmeno quello. E quando il repertorio normale della dissociazione manca del tutto, l’ipotesi più onesta non è che nessuno abbia notato, è che nessuno abbia trovato nulla da correggere.

Vale la pena allora fermarsi sul contenuto vero e proprio, perché dietro il linguaggio amministrativo si nasconde un’operazione precisa. Sala non parla di povertà, di redditi, di servizi mancanti in un quartiere dove, secondo i dati del sindacato Sicet-Cisl, quasi la metà dei residenti vive con meno di 7.300 euro l’anno.

Non parla della responsabilità del suo stesso Comune, che in trent’anni ha lasciato ridurre le case popolari da 6mila a meno di 4mila, svendendo un patrimonio pubblico ai privati e lasciando che nel vuoto lasciato dallo Stato si accumulasse la marginalità di chi non aveva altrove dove andare.

Parla di “proporzione tra italiani e non italiani”. Trasforma un fallimento amministrativo, la propria eredità di decisioni sbagliate accumulate da generazioni di amministratori come lui, in un problema di composizione etnica.

È lo stesso identico meccanismo retorico che la destra usa da decenni sulle periferie: il disagio sociale non nasce dalla povertà, dalla disinvestimento pubblico, dalla mancanza di lavoro, nasce da “troppi stranieri”. Cambia solo il tono. La destra lo dice urlando, in campagna elettorale, con toni da coprifuoco.

Il centrosinistra lo dice a un convegno sulla sicurezza urbana, con la voce pacata di chi sta solo “descrivendo un fatto”, circondato da altri sindaci progressisti che nel frattempo propongono, senza una parola di dissenso, un fondo nazionale contro la violenza giovanile costruito sulla stessa premessa implicita.

Alora la domanda è semplice, e nessuno a Milano e nel resto d’Italia sembra disposto a farsela: qual è davvero la differenza tra chi ti caccia da un quartiere additandoti come pericolo pubblico, e chi ti caccia parlando di “equilibrio sociale perduto” e “proporzione sbagliata”, con il tono paziente di chi si limita a constatare i fatti?

La destra istiga la paura. Questa sinistra la amministra, la digerisce, la traduce in politica pubblica con un vocabolario più educato, ma il risultato sui corpi delle persone povere, italiane o straniere che siano, non cambia: restano ai margini, restano il problema da riequilibrare, restano la variabile da correggere perché il quartiere torni “normale”.

Non è un lapsus, non è una gaffe. È la confessione, fatta a microfoni accesi, che questa “sinistra”, comunque il centrosinistra, ha smesso da tempo di rappresentare chi sta in fondo, e ha iniziato a rappresentare chi da lassù decide quanto disagio un quartiere “può permettersi”. La domanda, ora, non è più per Sala. È per chi continua a votare lui e il cosiddetto Campo Largo pensando di votare qualcos’altro.