C’è un numero che riassume meglio di ogni bollettino chi sta pagando il conto dell’ondata di caldo che stringe l’Italia: un milione e mezzo. Sono i lavoratori e le lavoratrici che, secondo l’analisi di Greenpeace Italia e Cgil condotta incrociando il progetto scientifico Worklimate con i dati Istat sull’occupazione, si trovano esposti a un rischio “alto” per la salute nei giorni di punta della canicola. Roma da sola supera il quarto di milione.
A questo numero, mentre viene calcolato, corrispondono già corpi reali: braccianti agricoli morti nei campi del Mantovano raccogliendo angurie, agricoltori stroncati da malori improvvisi tra Lodi e Piacenza, anziani soli nelle case senza climatizzatore.
Greenpeace non si è limitata a fare i conti. È scesa in strada a Roma con una termocamera a infrarossi, puntandola sull’asfalto intorno alla Stazione Termini, dove lavorano i rider, e su due cantieri edili nei pressi di Piazza Bologna e della Sapienza.
Il risultato: superfici sopra gli 80 gradi in stazione, punte fino a 100 gradi nei cantieri, dove gli operai continuavano a lavorare nelle ore centrali della giornata. Non sono numeri sull’aria che respiriamo: sono la temperatura di ciò su cui i corpi di chi lavora restano appoggiati per otto ore al giorno.
La parte che i giornali tagliano è quella delle responsabilità. Per Greenpeace il caldo estremo non è più “un evento eccezionale, ma una conseguenza strutturale della crisi climatica”, e la crisi climatica ha nomi e sedi legali precise. La responsabile della campagna di Greenpeace, Simona Abbate, lo dice senza girarci intorno: non è accettabile che i costi ricadano su persone, servizi pubblici e imprese, mentre le aziende del petrolio e del gas continuano ad accumulare profitti miliardari.
La richiesta di Greenpeace al governo è duplice e concreta: tassare in modo permanente i profitti record delle industrie fossili e usare quelle risorse per proteggere chi è più esposto, a partire da un piano di uscita dal gas entro il 2035. Non è un dettaglio da comunicato ambientalista: è una proposta di redistribuzione precisa, che il governo Meloni, secondo la stessa analisi di Greenpeace e Cgil, ha scelto finora di non prendere in considerazione, continuando a sostenere un modello energetico fondato su petrolio e gas.
Nel frattempo, dodici cittadini insieme a Greenpeace Italia e ReCommon hanno portato in tribunale ENI, chiedendo che risponda del suo ruolo nella crisi climatica e nel mancato rispetto dell’Accordo di Parigi. È la prova che la responsabilità di chi estrae e vende combustibili fossili non è più solo un argomento da campagna, ma una causa legale in corso.

Alla responsabilità economica si somma quella istituzionale, e qui il copione è quasi comico se non fosse una questione di vite umane. Mentre l’OMS lancia l’allarme su migliaia di morti in eccesso in Europa, il Ministero della Salute smentisce pubblicamente quei numeri per bocca della dirigente del dipartimento Prevenzione, Maria Rosaria Campitiello: in Italia, dice, non si registra alcun picco di mortalità sopra i 65 anni, e i dati di Ginevra sarebbero solo “stime”, una “proiezione statistica”, diversa dai dati “reali” italiani.
Passano pochi giorni, e lo stesso Ministero attiva il Sismg, il sistema di sorveglianza della mortalità giornaliera, che funziona esattamente come i modelli OMS appena bollati come inaffidabili: stime epidemiologiche di mortalità attesa contro mortalità osservata, non un conteggio di cartelle cliniche.
La metodologia, insomma, va bene quando la firma il Ministero e non quando la firma Ginevra. È lo stesso riflesso che si ritrova nella gestione economica del problema: negare finché regge, poi rincorrere la realtà quando i corpi la rendono innegabile, sempre un passo indietro rispetto a chi il rischio lo corre sul serio.
Qui si chiude il cerchio con quello che Diogene racconta da anni: il caldo non uccide in modo casuale, seleziona. Colpisce chi non può permettersi di fermarsi. Nei campi del Mantovano, tre lavoratori agricoli muoiono in pochi giorni raccogliendo angurie o lavorando sotto sole pieno, e un quarto finisce in coma.
Tre di loro sono migranti, la fascia più ricattabile, quella per cui un’ordinanza regionale che vieta il lavoro nelle ore più calde resta spesso lettera morta, perché nessuno controlla e chi lavora non ha voce per rifiutarsi. Il sindacato non usa mezzi termini: si parla apertamente di sacche di schiavismo agrario, non più circoscritte al Sud ma arrivate dentro la “locomotiva d’Italia”.
Le ordinanze regionali sul lavoro nei campi esistono da anni. Quello che manca non è la norma, è la sua applicazione, e l’applicazione costa controlli, ispettori, sanzioni vere. Costa, cioè, esattamente quello che un governo restio persino a tassare i profitti fossili non sembra disposto a finanziare per il lato opposto della catena: chi il caldo lo subisce sul campo, non chi lo produce nei bilanci trimestrali. Cliccando sul link trovate il report “Caldo e lavoro” di Worklimate, aggiornato al 28 giugno 2026.
Il filo che lega la termocamera di Greenpeace puntata sull’asfalto romano e il bracciante trovato morto tra i filari di angurie è lo stesso: un sistema che scarica il costo della crisi climatica su chi ha meno potere contrattuale, lavoratori esposti, migranti, anziani soli, mentre lascia intatti gli interessi di chi quella crisi la alimenta e ne trae profitto.
Le misure emergenziali arrivano sempre in ritardo rispetto ai corpi, e restano scollegate dalla causa strutturale che le rende necessarie ogni anno di più.
Finché la discussione pubblica resterà confinata al bollettino delle temperature e ai bollini rossi, e non arriverà a chiedere conto a chi tiene in piedi il modello energetico che rende queste estati sempre più letali, il conto lo pagheranno sempre le stesse persone.



