Parigi condanna Total, l’Uganda perde la terra

Il 25 giugno 2026 il tribunale di Parigi ha stabilito che TotalEnergies ha violato il proprio dovere di vigilanza in materia climatica. Per la prima volta un giudice francese ha riconosciuto che quel dovere si estende anche alle emissioni generate dall’uso dei prodotti venduti dall’azienda, lo “scope 3”, circa il 90% dell’impronta carbonica del gruppo. Il colosso ha sei mesi per riscrivere il proprio piano di vigilanza, pena una nuova condanna.

Detta così, sembra una svolta. E sul piano del diritto un precedente lo è. Ma la stessa sentenza che afferma il principio ne disinnesca la sostanza: il tribunale non ha ordinato di fermare alcun progetto, non ha fissato alcun obiettivo vincolante e ha rinviato al 21 gennaio 2027 la parte capace di mordere davvero, l’eventuale ingiunzione sulle attività fossili per “danno ecologico”. Total ha accolto la decisione “con soddisfazione”. Quando un’azienda petrolifera si dichiara soddisfatta di essere stata condannata, conviene rileggere la sentenza più lentamente.

Il diritto rincorre il giornalismo

Per noi di Diogene questa non è una notizia nuova. È il diritto che, con i suoi anni di ritardo, certifica ciò che raccontiamo da tempo: che esiste una distanza incolmabile tra la comunicazione “verde” di una multinazionale dell’energia e quello che le sue infrastrutture producono sul terreno, nei paesi poveri dove l’estrazione si fa davvero.

Il giudice di Parigi ha messo nero su bianco un fatto elementare che a noi era chiaro senza bisogno di un tribunale: un’azienda non smette di essere responsabile delle emissioni nel momento in cui il barile passa di mano. La responsabilità segue il prodotto fino alla fine. È il principio. La pratica è altrove, ed è lì che bisogna guardare.

La prova è a seimila chilometri da Parigi

Mentre i giudici francesi scrivono principi, il cemento si versa. Il caso che meglio smaschera lo scarto è l’East African Crude Oil Pipeline (EACOP), l’oleodotto che TotalEnergies sta costruendo per portare il greggio dei giacimenti ugandesi di Tilenga e Kingfisher al porto tanzaniano di Tanga: 1.443 chilometri, l’oleodotto riscaldato più lungo del mondo, una capacità fino a 246.000 barili al giorno.

A dicembre 2025 l’opera era completa al 79%, con le prime esportazioni previste per l’ottobre 2026. Tradotto: quando, e se, a gennaio 2027 arriverà una misura giudiziaria capace di incidere, il petrolio ugandese starà già scorrendo verso il mare da mesi. Il Climate Accountability Institute stima che il progetto rilascerà, nel corso della sua vita, 379 milioni di tonnellate di CO₂, più delle emissioni combinate di Uganda e Tanzania.

Decine di migliaia di famiglie hanno perso la terra; le organizzazioni che seguono il dossier denunciano valutazioni dei terreni condotte sotto intimidazione, risarcimenti ritardati e arresti di chi protesta. Una porzione dei pozzi si trova dentro il Murchison Falls, il più antico parco nazionale del paese. Questo è il fatto materiale che nessuna sentenza, per ora, tocca.

Quattro cose che il diritto non dice, e che noi sosteniamo da anni

La giustizia arriva sempre dopo il cemento. La causa contro Total è del 2020. Sei anni dopo, la pipeline è all’80% e la parte vincolante è ancora rinviata. Non è lentezza accidentale: è la funzione stessa del contenzioso, che produce accountability su una scala temporale tarata per garantire che l’opera contestata sia un fatto compiuto prima del giudizio. Il vero scandalo non è che manchi la legge. È che la legge sia costruita su un tempo che la rende innocua sul tubo.

La rapina è co-prodotta, non subìta. Total possiede il 62% di EACOP. Ma il 30% è degli Stati ugandese e tanzaniano, più l’8% della cinese CNOOC. I difensori più feroci del progetto, quelli che reprimono il dissenso e parlano apertamente di “schiacciare” gli oppositori locali, sono i governi africani.

By Clare Nassanga – This image has been extracted from another file, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=147440742

C’è uno strato di potere locale che incassa la rendita estrattiva ed è parte attiva della spoliazione. Raccontare l’Uganda solo come vittima del Nord predatore è comodo e falso.

Il disinvestimento occidentale non ferma niente: sposta soltanto i finanziatori. Oltre quaranta banche e venticinque assicuratori hanno rifiutato di finanziare EACOP, dopo anni di campagne. Risultato: i soldi sono arrivati comunque, da Afreximbank, Standard Bank, KCB e dal capitale cinese.

Più la pressione del Nord fa fuggire le banche occidentali, più il progetto passa sotto attori immuni ai tribunali francesi e alle regole europee. La campagna riuscita riduce la propria stessa leva.

La giustizia ha una geografia imperiale. L’unico foro capace di costringere Total è a Parigi, sotto legge francese. Le cause in Uganda e davanti alla Corte di giustizia dell’Africa orientale sono state respinte.

La speranza migliore di un contadino sfollato sul lago Alberto è un giudice nella capitale dell’ex potenza coloniale. Anche quando funziona a favore delle vittime, l’accountability resta localizzata nel Nord: è dipendenza che continua sotto altra forma.

Un’altra via è possibile?

La sentenza di Parigi è un buon precedente e una cattiva consolazione. Non fermerà l’oleodotto, non risarcirà chi ha perso la terra, non spegnerà i 379 milioni di tonnellate. Festeggiarla come una vittoria è il tipo di ingenuità che possiamo permetterci di non avere.

E va detta anche la cosa più scomoda, quella che un giornale di sinistra preferisce tacere: Uganda e Tanzania sono paesi poveri, e i loro governi rispondono, non del tutto a torto, che pretendere da loro di lasciare il petrolio sottoterra, mentre il Nord si è arricchito bruciando il proprio, è un’ingiustizia imposta da Parigi.

La posizione onesta deve reggere due verità insieme: il progetto fa male, concretamente, a quelle persone; e il “lasciatelo nel sottosuolo” gridato da una capitale europea ha una venatura coloniale. Chi sceglie solo una delle due metà sta facendo propaganda, non informazione.

L’accountability vera non sarebbe un piano da riscrivere in sei mesi. Sarebbe vincolante, sarebbe tempestiva, e colpirebbe l’opera prima che diventi irreversibile. Finché il diritto scrive principi e il capitale versa calcestruzzo, sappiamo già chi vince sul cronometro. La sentenza contro Total non cambia questo. Lo certifica.

By I Tangopaso (talk)) created this photograph. – Own work, Public Domain, https://en.wikipedia.org/w/index.php?curid=24997027