Il voto del Parlamento europeo sulla nuova stretta sui rimpatri non è soltanto un passaggio tecnico della politica migratoria dell’Unione. È soprattutto un segnale politico: sulla gestione dell’immigrazione, l’Eurocamera si sposta verso destra.
Il regolamento è stato approvato a Strasburgo con 418 voti favorevoli, 218 contrari e 30 astensioni. Il testo introduce norme più dure per l’espulsione dei cittadini di Paesi terzi senza diritto di soggiorno nell’Unione europea: obbligo di cooperazione con le autorità, trattenimenti più lunghi, poteri rafforzati per gli Stati e possibilità di creare “hub di rimpatrio” fuori dal territorio europeo.
La vera notizia, però, è la maggioranza che ha sostenuto il provvedimento. Non la classica “maggioranza Ursula” — cioè l’alleanza tra popolari, socialisti e liberali che ha retto gran parte della legislatura europea — ma un blocco spostato a destra: Partito popolare europeo, conservatori, patrioti e sovranisti.
Chi sono i gruppi europei: una guida rapida
Per capire il significato del voto bisogna prima chiarire come funziona il Parlamento europeo. Gli eurodeputati non siedono per Paese, ma per gruppi politici transnazionali. Ogni gruppo raccoglie partiti nazionali simili per orientamento politico, anche se non sempre perfettamente sovrapponibili.
Il Ppe, Partito popolare europeo, è il gruppo del centrodestra europeista. Ne fanno parte partiti conservatori moderati, democristiani e liberali-conservatori. Per l’Italia vi siede Forza Italia, insieme alla Südtiroler Volkspartei. È il gruppo della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.
Gli S&D, Socialisti e Democratici, sono il gruppo del centrosinistra europeo. Riuniscono partiti socialisti, socialdemocratici e progressisti. Per l’Italia il riferimento principale è il Partito democratico.
Renew Europe è il gruppo liberale e centrista. Al suo interno convivono forze europeiste, liberali, radicali e centriste. È un gruppo spesso decisivo, ma politicamente meno compatto: su immigrazione e sicurezza si divide più facilmente tra una linea garantista e una linea più restrittiva.
Ecr, Conservatori e Riformisti europei, è il gruppo della destra conservatrice. Vi siedono, tra gli altri, Fratelli d’Italia e altri partiti nazional-conservatori europei. È una destra che non propone necessariamente l’uscita dall’Unione, ma vuole un’Europa più intergovernativa, meno integrata e più centrata sugli Stati nazionali.
I Patrioti per l’Europa sono il gruppo della destra sovranista e nazionalista. Per l’Italia vi siede la Lega. È un’area più dura su immigrazione, identità nazionale, sicurezza e critica alle istituzioni europee.
Europa delle Nazioni Sovrane, indicata spesso con la sigla Esn, è il gruppo più radicale della destra nazionalista. Raccoglie formazioni euroscettiche e sovraniste ancora più estreme rispetto ai Patrioti.
Sul lato opposto ci sono i Verdi/Ale, cioè ambientalisti, regionalisti e forze ecologiste-progressiste, e The Left, la Sinistra europea, che raccoglie partiti della sinistra radicale, ecosocialista, pacifista e anti-austerità. In questo gruppo siedono anche diversi eurodeputati italiani del Movimento 5 Stelle, insieme a figure di Alleanza Verdi e Sinistra.
Il blocco del sì: Ppe, conservatori e destre
Il regolamento sui rimpatri è passato grazie a una saldatura politica precisa. Il Ppe ha votato quasi compatto a favore. Con i Popolari si sono schierati i conservatori di Ecr, i sovranisti dei Patrioti per l’Europa e il gruppo più radicale di Europa delle Nazioni Sovrane.
In termini italiani, questo significa che sul sì si sono ritrovati insieme Forza Italia, Fratelli d’Italia, Lega e l’area sovranista più estrema. È una convergenza che rispecchia il clima politico europeo: il tema migratorio è diventato il terreno su cui il centrodestra tradizionale accetta sempre più spesso di costruire maggioranze con le destre.
Il voto è stato accolto con entusiasmo dai gruppi conservatori e sovranisti, che considerano il regolamento un cambio di passo nella politica europea dei rimpatri. Per loro l’obiettivo è rendere più rapido e più efficace l’allontanamento di chi non ha titolo per restare nell’Unione europea.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rivendicato il risultato come una conferma della linea italiana, in particolare del modello dei centri fuori dall’Unione europea già sperimentato dal governo italiano con il protocollo con l’Albania. Anche Forza Italia ha letto il voto come la prova che l’Europa si sta avvicinando alle posizioni sostenute dal governo italiano.
Il fronte del no: socialisti, verdi e sinistra
Il fronte contrario è stato composto soprattutto da S&D, Verdi/Ale e The Left. Qui si colloca la sinistra europea, anche se con differenze interne importanti.
Il gruppo della Sinistra europea, The Left, ha votato contro in modo compatto. Per quest’area politica il regolamento rappresenta una compressione dei diritti fondamentali, un rafforzamento della detenzione amministrativa e un passo ulteriore verso l’esternalizzazione delle frontiere.
Anche i Verdi/Ale si sono schierati quasi integralmente contro. La loro critica riguarda soprattutto i rischi per i diritti umani, il trattenimento dei minori, la possibilità di trasferire persone in Paesi terzi e la creazione di zone grigie fuori dal controllo diretto delle garanzie europee.
Più articolata la posizione degli S&D. Il gruppo socialista ha votato in larga maggioranza contro, ma non in modo unanime. Alcune delegazioni socialdemocratiche del Nord Europa, in particolare legate a governi nazionali che sostengono politiche migratorie più restrittive, si sono mosse diversamente tra voto favorevole e astensione. È un dato politico importante: anche nel centrosinistra europeo la pressione dell’opinione pubblica e dei governi nazionali spinge una parte dei partiti verso una linea più severa sui rimpatri.

La sinistra italiana: no compatto alla stretta
Guardando all’Italia, la sinistra si è collocata nel campo del no. Il Partito democratico, dentro il gruppo S&D, ha contestato duramente il regolamento. La critica del Pd riguarda il rischio di normalizzare pratiche di trasferimento forzato in Paesi terzi e di indebolire le garanzie giuridiche per migranti e richiedenti asilo respinti.
La linea dem è stata quella di denunciare una svolta che, secondo il partito, non aumenta realmente la sicurezza ma sposta il problema fuori dai confini dell’Unione. In questa lettura, gli hub di rimpatrio esterni rischiano di diventare strumenti opachi, costosi e difficili da controllare sotto il profilo del rispetto dei diritti.
Anche il Movimento 5 Stelle, oggi collocato nel gruppo The Left al Parlamento europeo, si è schierato contro. La posizione dei Cinque Stelle insiste su due aspetti: la durezza umanitaria della misura e il costo economico del nuovo sistema. L’allungamento dei tempi di trattenimento, secondo il M5S, potrebbe comportare un aumento significativo della spesa pubblica, senza garantire automaticamente un maggior numero di rimpatri effettivi.
Contraria anche l’area di Alleanza Verdi e Sinistra, che nel Parlamento europeo è distribuita tra The Left e Verdi/Ale. Per AVS il regolamento rappresenta una deriva securitaria e una forma di esternalizzazione della responsabilità europea. La critica è netta: l’Unione, invece di costruire canali legali, politiche di accoglienza e cooperazione fondata sui diritti, sceglie di rafforzare detenzione, respingimenti e accordi con Paesi terzi.
In sintesi, la sinistra italiana non appare spaccata sul voto. Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno assunto una posizione contraria alla stretta. La divisione più evidente non è dentro la sinistra italiana, ma tra la sinistra italiana e una parte del centrosinistra europeo, soprattutto in quei Paesi dove i governi socialdemocratici hanno già adottato politiche migratorie più restrittive.
Cosa prevede la stretta
Il regolamento approvato introduce un obbligo di cooperazione per chi riceve una decisione di rimpatrio. Chi non collabora con le autorità potrà subire conseguenze sulle prestazioni e sui benefici ricevuti, oltre a misure più restrittive.
I tempi di trattenimento potranno salire dagli attuali 18 mesi fino a 24 mesi, con possibilità di proroga di altri sei mesi in determinate circostanze. Si arriva così a un massimo di 30 mesi. È uno dei punti più contestati, perché la detenzione amministrativa non riguarda persone condannate per un reato, ma persone sottoposte a una procedura di allontanamento.
Il testo amplia anche i poteri delle autorità nazionali, comprese perquisizioni, sequestri di documenti e dispositivi elettronici, e rafforza la possibilità di vietare il reingresso nell’Unione europea a persone considerate pericolose.
Ma la novità più discussa resta la possibilità di creare hub di rimpatrio in Paesi terzi, cioè strutture fuori dal territorio Ue dove trasferire persone destinatarie di una decisione di rimpatrio. Gli Stati membri potranno farlo attraverso accordi bilaterali o specifici con Paesi extraeuropei.
Il nodo politico: sicurezza o diritti?
Per i favorevoli, la riforma serve a rendere credibile il sistema europeo dell’asilo. L’argomento è semplice: chi ha diritto alla protezione deve essere accolto, chi non ha diritto a restare deve essere rimpatriato. Secondo popolari, conservatori e destre, il sistema attuale è inefficiente perché troppe decisioni di rimpatrio restano sulla carta.
Per i contrari, invece, la riforma non risolve il problema ma lo aggrava. Socialisti, verdi e sinistra sostengono che aumentare i tempi di trattenimento, esternalizzare i centri e rafforzare i poteri coercitivi rischia di produrre più violazioni, più costi e meno trasparenza, senza garantire un aumento reale dei rimpatri.
Il punto politico è proprio questo: l’Europa sceglie di misurare l’efficacia della politica migratoria sulla capacità di espellere, più che su quella di integrare, prevenire le partenze irregolari o costruire vie legali di ingresso.
Una maggioranza nuova per la politica migratoria europea
Il voto sui rimpatri mostra che al Parlamento europeo può nascere una maggioranza alternativa a quella centrista. Su molti dossier l’asse tra popolari, socialisti e liberali resta necessario. Ma sull’immigrazione il Ppe può guardare a destra e trovare i numeri.
È questo il messaggio più rilevante del voto. Non solo una stretta sui rimpatri, ma un cambio di equilibrio: il centrodestra europeo assume la grammatica della fermezza, le destre rivendicano di aver imposto la loro agenda, mentre la sinistra prova a difendere un impianto fondato su diritti, garanzie e controllo democratico.
Il regolamento dovrà ora passare dal Consiglio, ma il via libera è considerato sostanzialmente formale. L’entrata in vigore è attesa dopo l’estate.
La sinistra italiana esce dal voto con una posizione chiara e contraria. Ma esce anche con un problema politico più ampio: in Europa, sulla migrazione, il vento soffia sempre più a destra.



