Il calcio d’inizio del Mondiale 2026 è imminente allo stadio Azteca di Città del Messico, partita inaugurale Messico-Sudafrica, mentre a dodicimila chilometri di distanza il Comando centrale americano comunica i dettagli dell’ultima ondata di attacchi sull’Iran: 49 missili Tomahawk, obiettivi fino a 65 chilometri da Teheran, lo Stretto di Hormuz chiuso per rappresaglia dai pasdaran.
«Se l’Iran non firma un accordo, domani sera lo bombarderemo senza pietà», ha promesso Donald Trump a Fox News, aggiungendo di essere «ottimista». L’Iran è una delle 48 squadre del torneo. Il Paese che lo sta bombardando è quello che ospita le sue partite.
Conviene fermarsi un attimo su questa frase, perché non era mai stata scrivibile in 96 anni di Coppe del Mondo: una nazionale disputa il Mondiale in casa del Paese con cui è in guerra, in tempo reale, non in senso metaforico. E non è nemmeno il caso più estremo del torneo. Il caso più estremo si chiama Haiti.
La nazionale di uno Stato che non c’è
Haiti torna al Mondiale dopo cinquantadue anni. L’ultima volta fu nel 1974, quando Emmanuel Sanon bucò Dino Zoff e pose fine a un’imbattibilità che durava da oltre mille minuti — l’unico ricordo calcistico che il Paese si porta dietro, insieme a una dittatura. Ma il Paese che si qualificò allora, per quanto stretto nella morsa dei Duvalier, esisteva: aveva uno stadio, un governo, delle strade percorribili.
Quello che si qualifica oggi è una finzione giuridica. Port-au-Prince è da quattro anni in mano alle gang armate; lo Stade Sylvio Cator, un tempo orgoglio nazionale, è stato espropriato dalle bande ed è oggi una loro base logistica. L’ultima partita interna risale al luglio 2021, contro il Canada. Da allora la nazionale è una squadra in esilio permanente.
Le qualificazioni le ha giocate a Willemstad, isola di Curaçao, su un prato in affitto a ottocento chilometri da casa. Il commissario tecnico, il francese Sébastien Migné, in due anni di mandato non ha mai messo piede ad Haiti: ha costruito la squadra a distanza, facendosi raccontare i giocatori al telefono.
Una nazionale tenuta in piedi dalle call, lo smart working applicato alla Coppa del Mondo. E ha funzionato: il 18 novembre 2025, battuto il Nicaragua 2-0, Haiti ha strappato la qualificazione davanti a Costa Rica e Honduras.
Quella notte a Port-au-Prince la gente è scesa in strada sfidando il coprifuoco delle gang, per festeggiare una squadra che non vede giocare dal vivo da quattro anni e che non vedrà nemmeno adesso.
Perché qui scatta la seconda mandata della serratura. I tifosi haitiani non possono seguire la squadra in patria, dato che in patria non si gioca. Ma non possono nemmeno seguirla al Mondiale: Haiti è tra i Paesi colpiti dal divieto d’ingresso totale negli Stati Uniti firmato da Trump nel giugno 2025 — un travel ban che riguarda 48 nazioni, quattro delle quali partecipano al torneo.
La FIFA ha ottenuto le deroghe per giocatori e staff; per i tifosi, il Dipartimento di Stato ha fatto sapere che potranno «presentare domanda di visto», precisando che molti risulteranno «non idonei». Tradotto dal burocratese: undici uomini ammessi in rappresentanza di milioni di respinti.
Completa il quadro un dettaglio che pare scritto da un romanziere in vena di simbolismi: anche Curaçao si è qualificata. Il Paese più piccolo della storia del torneo, 150 mila abitanti, meno di Padova — e padrone di casa dell’esilio haitiano.
Curaçao che, a voler essere pignoli, non è neppure uno Stato: è un Paese costitutivo del Regno dei Paesi Bassi, il che significa che la monarchia olandese porta a questo Mondiale due nazionali e che Re Guglielmo Alessandro, costituzionalmente parlando, ha il doppio delle possibilità di chiunque altro di alzare la coppa.
Ricapitolando il triangolo haitiano: la patria è in mano alle gang, il Paese ospitante li ha banditi per decreto, e la “casa” della loro nazionale è un’isola caraibica che appartiene a un re europeo. La diaspora che vive già negli Stati Uniti — a Boston e Philadelphia, guarda caso le città dove Haiti giocherà — guarderà le partite in tv a poche miglia dagli stadi, con lo status di protezione temporanea revocato e la prudenza di chi spera che nessuno bussi alla porta.
Il sorteggio, con il tempismo dei grandi sceneggiatori, ha messo Haiti nel girone del Brasile. Cioè del Paese che per tredici anni, dal 2004 al 2017, ha comandato la MINUSTAH, la missione di stabilizzazione ONU ad Haiti: tredici anni di tutela armata chiusi con un colera devastante importato dai contingenti e uno Stato più fragile di come era stato trovato.
Nel 2004, in piena missione, la Seleção volò a Port-au-Prince per la “partita della pace” e i campioni sfilarono per la città sui blindati dei caschi blu, salutando dalle torrette. Il calcio come strumento di pacificazione, dissero. Ventidue anni dopo la pacificazione presenta il conto: le due nazionali si ritrovano, ma a Philadelphia, perché a Port-au-Prince non si può più nemmeno atterrare.
L’Iran, o del giocare un Mondiale con il visto giornaliero
Se Haiti è la tragedia lenta, l’Iran è quella in diretta. La sua partecipazione era in dubbio dal 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno aperto la guerra con i raid che hanno decapitato la Repubblica islamica, uccidendo tra gli altri la Guida suprema Ali Khamenei.
Un cessate il fuoco teoricamente in vigore dall’8 aprile è stato travolto in settimana dall’ennesima escalation — elicottero Apache abbattuto, rappresaglia americana, Hormuz chiuso — che accompagna come una colonna sonora il fischio d’inizio del torneo.
In questo scenario, le condizioni imposte alla nazionale iraniana compongono un regolamento che meriterebbe di essere studiato nelle facoltà di diritto internazionale, sezione umorismo nero. La squadra non può soggiornare negli Stati Uniti: ha dovuto spostare il ritiro da Tucson, Arizona, a Tijuana, Messico, grazie all’ospitalità negoziata dalla presidente Sheinbaum.
I visti sono stati concessi ai soli calciatori e allo staff strettamente necessario, con una clausola da gita scolastica in zona di guerra: ingresso la mattina della partita, uscita dal territorio americano entro 24 ore.
Quindici membri della delegazione sono stati respinti in blocco — compreso il presidente federale Mehdi Taj, già rimbalzato a dicembre al sorteggio di Washington e ad aprile al congresso FIFA di Vancouver — perché ritenuti contigui ai pasdaran, organizzazione che Washington classifica come terroristica.
E due giorni fa il colpo finale: revocata la quota dell’8% dei biglietti che il regolamento FIFA garantisce a ogni federazione per i propri tifosi. L’Iran giocherà le sue tre partite, due a Los Angeles e una a Seattle, davanti a zero biglietti ufficialmente venduti ai propri sostenitori.

A Los Angeles, va detto, dove vive la più grande comunità iraniana fuori dall’Iran — la chiamano Tehrangeles. La diaspora c’è, abita lì, ma la madrepatria non può raggiungerla: il muro funziona in entrambe le direzioni.
Il girone dell’Iran riserva poi la partita che la diplomazia rinviava da quarantacinque anni: Egitto-Iran, 26 giugno, Seattle. I due Paesi hanno rotto le relazioni nel 1980 — di mezzo Camp David, lo scià accolto al Cairo, la rivoluzione — e il termometro del gelo, per decenni, è stato un cartello stradale.
Teheran aveva intitolato una via a Khalid Islambouli, l’ufficiale che assassinò Sadat nel 1981: Khomeini lo proclamò martire e nel 1982 l’Iran gli dedicò perfino un francobollo che lo ritraeva mentre urlava da dietro le sbarre.
Il Cairo pose per decenni la stessa condizione: prima togliete l’assassino del nostro presidente dalla toponomastica, poi parliamo. Un tentativo di ribattezzarla “via Intifada” nel 2004 evaporò; quelli successivi fallirono. Solo nel luglio 2025 la targa è stata davvero sostituita — e qui la realtà umilia la satira — con quella di Hassan Nasrallah, il segretario di Hezbollah ucciso da Israele.
Per riconciliarsi con l’Egitto, l’Iran ha rimosso l’assassino di un presidente egiziano e l’ha rimpiazzato con il capo di una milizia. Sette mesi dopo, la guerra ha reso il gesto un reperto archeologico. Ma la partita si gioca lo stesso.
Francia-Senegal, il derby del trasloco
Il girone I produce Francia-Senegal, e il calendario non avrebbe potuto essere più maligno. Il 17 luglio 2025, con la riconsegna di Camp Geille a Dakar, la Francia ha chiuso oltre sessant’anni di presenza militare permanente in Senegal — e con essa, di fatto, in tutta l’Africa occidentale e centrale, dopo le ritirate a catena da Mali, Burkina Faso, Niger, Ciad e Costa d’Avorio.
Il presidente Faye l’aveva messa semplice: «Il Senegal è un Paese sovrano, non può ospitare basi militari straniere».
Undici mesi dopo il trasloco, le due nazionali si incontrano sul campo, con un precedente che a Dakar è patrimonio nazionale: 31 maggio 2002, esordio mondiale, Senegal-Francia 1-0, i campioni del mondo umiliati dall’ex colonia. Si rigioca tutto, con una postilla amara: anche il Senegal figura nel travel ban americano, in versione “parziale”.
I sovrani, sì, ma con riserva — e i tifosi senegalesi col visto in forse. Stessa condizione per la Costa d’Avorio: il conto delle nazionali con i tifosi filtrati alla frontiera sale così a quattro su quarantotto. Una su dodici. Al Mondiale dell’inclusione.
Le assenze: una bandita, una bocciata
Due grandi assenti, da non confondere. La Russia è fuori per esclusione: sospesa da FIFA e UEFA dal 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina. L’Italia è fuori per demerito: terza eliminazione consecutiva, un’era geologica.
La distinzione va difesa con le unghie, perché c’è sempre qualcuno pronto a confondere la sanzione con la sfortuna e la sfortuna con il complotto. La Russia è bandita; l’Italia è semplicemente scarsa. Sono categorie diverse dello spirito.
La cornice: il torneo dell’integrazione, giocato tra dazi e Tomahawk
Resta l’ironia di sistema. Questo Mondiale a tre ospiti fu assegnato nel 2018 come monumento all’integrazione nordamericana: USA, Canada e Messico, il libero scambio col pallone. Si gioca invece nel pieno della guerra commerciale tra i tre soci e della retorica annessionista verso Ottawa — i fondatori si dividono i gironi ma non più le merci.
La FIFA, che un tempo almeno recitava l’equidistanza, ha scelto da che parte stare con franchezza immobiliare: un ufficio nella Trump Tower, sulla Quinta Strada, e un presidente, Infantino, che si fa fotografare al fianco dell’inquilino della Casa Bianca con la frequenza di un portavoce.
Il filo del decennio è del resto coerente: Qatar 2022, Stati Uniti 2026, Arabia Saudita 2034. Tre Mondiali come infrastruttura di legittimazione — cambia il committente, non il prodotto. E nel girone H, a chiudere il cerchio, c’è proprio l’Arabia Saudita: il prossimo padrone di casa è venuto a studiare il modello dal vivo.
Il calcio, dicono, unisce i popoli. Forse. Di sicuro li mette in fila: di qua chi entra con l’accredito, di là chi resta fuori col passaporto sbagliato. Haiti gioca il suo Mondiale da squadra di uno Stato che non c’è, ospite di un Paese che non la vuole, di casa su un’isola che appartiene a un re olandese.
L’Iran lo gioca col visto giornaliero, dormendo in Messico mentre i Tomahawk cadono sulle coste di casa. Eppure, a ogni partita, milioni di persone tra Port-au-Prince, Teheran e Brooklyn accenderanno una tv. È l’unica frontiera che non sono riusciti a chiudere. Per ora.



