Medici, la riforma ritirata e il conto dello Stato

Ieri, 10 giugno, in un incontro tecnico con gli assessori regionali alla sanità, il capo di gabinetto del ministero della Salute ha comunicato il ritiro della riforma della medicina territoriale: niente decreto legge, niente medici di famiglia dipendenti nelle Case di Comunità.

Il testo non era mai stato formalmente depositato, eppure è bastata la minaccia di sciopero della FIMMG a convincere prima Forza Italia, poi Lega e Fratelli d’Italia, infine Palazzo Chigi. Il ministro Schillaci non ha annunciato nulla di persona; l’assessore lombardo Bertolaso, che sulla riforma aveva scommesso, è arrivato a minacciare le dimissioni. La cronaca finisce qui, e non spiega nulla. La domanda utile è un’altra: che cosa è stato salvato, e per chi?

La risposta corrente — “mancano i medici” — non regge ai dati. Nel concorso nazionale 2024 per la formazione in medicina generale, 383 borse su 2.623 sono rimaste senza assegnatario, con punte oltre il 40 per cento in Lombardia e Veneto, le regioni più ricche.

Il Veneto ha messo nero su bianco che 607 medici già diplomati e in graduatoria rifiutano gli incarichi nelle zone carenti. Nel 2025, su 15.283 posti ospedalieri a tempo indeterminato banditi dalle Regioni, il 17 per cento è rimasto vacante; in medicina d’urgenza quasi uno su due.

L’Asl Roma 6 ha bandito un concorso per 21 medici di pronto soccorso: un candidato, nessuna assunzione. L’anno dopo, 26 posti: un vincitore, mai entrato in servizio. Non mancano i medici. Mancano medici disposti ad accettare le condizioni che lo Stato offre nei punti dove il bisogno è massimo.

Quali condizioni, lo dicono i numeri. Un dirigente medico con quindici anni di anzianità guadagna 83-85 mila euro lordi lavorando 1.690 ore l’anno: 52 euro lordi l’ora, meno di 30 netti. Lo stesso medico, dimessosi e tornato in corsia come “gettonista” a partita IVA, viene pagato 80-90 euro l’ora e, sotto gli 85 mila euro di reddito, tassato con la flat tax al 15 per cento, contro un’aliquota marginale del 43 del dipendente: più del doppio in netto orario, scegliendo i turni, senza notti obbligate né responsabilità organizzative.

Questo differenziale non l’ha creato il mercato: l’hanno costruito, insieme, un contratto pubblico rigido e un regime fiscale votato dallo stesso legislatore che oggi lamenta i concorsi deserti.

La stessa Asl Roma 6, fallito il reclutamento, ha ingaggiato sei gettonisti a 80 euro l’ora: lo Stato ricompra al doppio del prezzo il lavoro che non riesce a comprare in forma stabile, finanziando l’alternativa che svuota i propri concorsi. E dentro il sistema la fatica non è prezzata: l’indennità per dodici ore di turno in pronto soccorso è di 12 euro.

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Un euro l’ora è il valore che il Servizio sanitario nazionale attribuisce alla differenza tra un ambulatorio programmato e un triage sovraffollato.

Per i medici di famiglia il meccanismo è scritto nella convenzione che la FIMMG ha appena difeso con successo. Il reddito è a quota capitaria: tanti assistiti, tanto guadagno. In un comune di montagna spopolato il massimale non si raggiunge mai, mentre studio, segreteria e assicurazione costano come in città.

La convenzione funziona così come una tassa implicita sull’esercizio della professione nei territori poveri: paga meno il medico esattamente dove servirebbe pagarlo di più. Il risultato era già misurato nel 2021 dalla Federazione degli Ordini — circa 1,4 milioni di cittadini senza medico di famiglia — ed è peggiorato da allora.

Chi può, esce: poliambulatorio privato low cost, abbonamento sanitario, visita a pagamento. Chi non può — l’anziano dell’area interna, il povero della periferia — resta dove il pubblico arretra. Non è una crisi di scarsità: è una redistribuzione silenziosa, sussidiata con denaro pubblico, del lavoro medico verso chi può pagarlo.

Riletta così, la vicenda della “riforma” cambia segno. Il decreto Schillaci era difettoso nel metodo — decretazione d’urgenza per onorare una scadenza contabile del PNRR, con il Parlamento escluso — e indimostrato nella terapia: la dipendenza, da sola, non crea un medico in più, come provano i concorsi pubblici che vanno deserti da anni.

Ma era il primo atto politico in quindici anni che provasse a toccare la macchina distributiva: mandare medici dove il mercato professionale non li porta. È morto per veto corporativo, non nel merito.

E il piano B — sei ore settimanali nelle Case di Comunità, da negoziare con i sindacati che hanno appena vinto — lascia la macchina intatta. A fine giugno l’Italia rendiconterà a Bruxelles 1.700 Case di Comunità: muri. Chi doveva entrarci ha fatto i conti. E i conti glieli ha scritti lo Stato.

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