Si torna a parlare di patrimoniale. A maggio 2026 è stata depositata in Cassazione la proposta di legge di iniziativa popolare “1%Equo”, che prevede un’imposta progressiva — dall’1% al 3,5% — sulla quota di patrimonio netto eccedente i 2 milioni di euro, prima casa esclusa. La CGIL propone da tempo un “contributo di solidarietà” dell’1,3% sopra la stessa soglia. Oxfam e oltre 150 economisti hanno avanzato schemi analoghi.
Il dibattito, come sempre in Italia, si polarizza istantaneamente: da una parte chi la presenta come lo strumento che finalmente farà pagare i ricchi e ridurrà le disuguaglianze, dall’altra chi evoca la fuga dei capitali e l’esproprio sovietico.
Chi sta a sinistra ha il dovere di porsi una domanda più scomoda di entrambe le caricature: esiste un conto, fatto con rigore, che ci permetta di affermare che una patrimoniale ridurrebbe il divario tra ricchi e poveri?
La risposta onesta è no. E capire perché è più utile, politicamente, di qualsiasi slogan.
Quello che le simulazioni dicono davvero
Le stime esistenti non sono campate in aria. La proposta 1%Equo si fonda sui conti distributivi della ricchezza della Banca d’Italia, sui dati dell’Agenzia delle Entrate e sui Global Wealth Report di UBS, e incorpora già ipotesi di elusione e adattamento comportamentale: le aliquote effettive considerate sono inferiori a quelle nominali. Il gettito stimato oscilla tra 26 e 60 miliardi annui a seconda dello scenario.
Il gruppo di economisti attorno a Demetrio Guzzardi, Elisa Palagi, Andrea Roventini e Alessandro Santoro ha calcolato che un’imposta effettiva dell’1,3% applicata al solo 0,1% più ricco — circa 50mila individui con patrimoni medi superiori ai 15 milioni — renderebbe quasi 12 miliardi l’anno. La proposta CGIL si attesta attorno ai 26.
Sono numeri solidi, per quanto possano esserlo stime su una base imponibile che nessuno ha mai misurato direttamente. Ma rispondono a una domanda precisa: quanto incasserebbe lo Stato. Non rispondono alla domanda che ci interessa: di quanto si ridurrebbe il divario. Sono due calcoli diversi, e la confusione tra i due è il vizio originario di quasi tutto il dibattito.
Primo equivoco: comprimere la ricchezza
“Ridurre il divario” può significare, in senso stretto, comprimere la distribuzione della ricchezza: far sì che la quota detenuta dal vertice diminuisca. Qui l’aritmetica è impietosa, e conviene guardarla in faccia.
La ricchezza privata netta delle famiglie italiane vale circa 12-13 mila miliardi di euro, più di cinque volte il PIL. I grandi patrimoni rendono storicamente il 5-7% annuo — è il famoso r di Piketty, il rendimento del capitale, che per giunta cresce al crescere della dimensione del patrimonio: chi ha cento milioni accede a gestioni, leve e opportunità precluse a chi ne ha due.
Un’imposta effettiva dell’1-1,5% non inverte questo meccanismo: lo rallenta. Il patrimonio del top 1% continua a crescere più velocemente di quello della famiglia mediana — solo un po’ meno di prima.
Per comprimere davvero la distribuzione servirebbe un’aliquota vicina al rendimento del capitale, cioè il 5% e oltre. Nessuna proposta seria sul tavolo la contempla, e per ragioni che non sono solo di codardia politica: a quei livelli i problemi di liquidità (chi ha un patrimonio immobilizzato in azienda con cosa paga?), di valutazione e di trasferimento all’estero smettono di essere spauracchi della destra e diventano questioni tecniche reali.
Persino i difensori più seri dell’imposta lo riconoscono: la patrimoniale non agisce sulle cause della disuguaglianza, la limita, rallentando un processo di concentrazione in corso da decenni. È un freno, non una retromarcia. Sull’indice di Gini della ricchezza, una patrimoniale all’1% sopra i 2 milioni produce in un anno un effetto alla seconda o terza cifra decimale. Su orizzonti di vent’anni l’effetto cumulato diventa visibile, ma resta dell’ordine del rallentamento, non dell’inversione.
Secondo equivoco: redistribuire il gettito
Il secondo significato di “ridurre il divario” è più promettente: usare il gettito per finanziare ciò che riduce la disuguaglianza dal basso — sanità, scuola, casa, sostegno al reddito. Qui un conto favorevole è possibile. Ma dipende interamente da una variabile che nessuna proposta di legge può garantire: dove finiscono i soldi.
Trenta miliardi l’anno destinati davvero a sanità pubblica, edilizia popolare e istruzione avrebbero un effetto redistributivo misurabile e significativo: la spesa sociale incide sul Gini del reddito disponibile molto più di qualsiasi prelievo patrimoniale in sé. La proposta 1%Equo prevede infatti un vincolo di destinazione verso sanità, istruzione, politiche abitative e sostegno al reddito.

Ma chiunque conosca la finanza pubblica italiana sa quanto i vincoli di destinazione siano fragili: i fondi vincolati hanno la tendenza storica a essere compensati da tagli altrove, e una quota della proposta è già destinata a riduzioni IRPEF, che diluiscono l’effetto distributivo spalmandolo su tutta la platea dei contribuenti.
Il conto rigoroso che cerchiamo richiederebbe una simulazione congiunta di prelievo e spesa — il tipo di esercizio che si fa con modelli di microsimulazione come EUROMOD, dove si stima l’effetto sul reddito disponibile di ogni decile dopo l’imposta e dopo l’uso del gettito. Per le proposte italiane attuali, quell’esercizio completo non è stato fatto. Esiste la metà del conto: il prelievo. Manca la metà che determina l’esito: la spesa.
Le fragilità che la sinistra deve guardare in faccia
C’è poi un terzo livello, quello dell’attuazione, dove il pensiero magico fa più danni.
Primo: l’Italia ha già le patrimoniali. IMU, imposta di bollo sui prodotti finanziari, IVIE e IVAFE valgono insieme circa 40-50 miliardi l’anno. Solo che sono frammentate, quasi piatte, mal disegnate — colpiscono il piccolo risparmiatore in proporzione quanto il grande patrimonio.
La proposta seria non è aggiungere un’imposta, è ristrutturare il prelievo patrimoniale esistente in senso progressivo. Le proposte migliori, non a caso, prevedono lo scomputo di IMU, IVIE e IVAFE dalla nuova imposta.
Secondo: una vera imposta sul patrimonio netto presuppone di sapere quanto valgono le cose. In Italia significa riforma del catasto — i valori catastali sono fermi a decenni fa e sistematicamente sganciati dai valori di mercato — più la valutazione delle quote di società non quotate, il tracciamento di trust e interposizioni.
Nessun governo ha toccato il catasto da trent’anni, perché è politicamente letale. Una patrimoniale senza riforma del catasto è un’imposta che colpisce la ricchezza finanziaria tracciata e risparmia quella immobiliare e societaria opaca: l’esatto contrario dell’intento.
Terzo: l’evidenza internazionale. Gli studi su Svizzera e Scandinavia mostrano che la ricchezza dichiarata è molto elastica all’imposta quando l’enforcement è debole: non serve emigrare, basta riorganizzare. La Francia ha tenuto per trentacinque anni l’ISF, l’imposta di solidarietà sulla fortuna voluta da Mitterrand: gettito modesto, espatri limitati ma costanti, abolizione nel 2017.
La Spagna mantiene una patrimoniale progressiva fino al 3,5%, ma la comunità di Madrid l’ha azzerata con uno sconto del 100%, innescando una concorrenza fiscale interna che ne ha eroso la base. La Norvegia e la Svizzera la fanno funzionare — con gettiti rispettivamente attorno allo 0,6% e oltre l’1% del PIL — ma in sistemi con registri patrimoniali e capacità amministrative che l’Italia non ha.
Niente di tutto questo è un argomento per non fare l’imposta. È un argomento per non venderla come la leva che chiude il divario, perché alla prima verifica empirica la promessa si rivelerebbe falsa, e a pagarne il prezzo politico sarebbe l’intera idea di giustizia fiscale.
Dove il conto è più favorevole
Se l’obiettivo è davvero la concentrazione della ricchezza, l’evidenza empirica italiana indica due leve con un rapporto costo-beneficio migliore.
La prima è l’imposta di successione. La nostra è tra le più ridicole dell’Occidente: aliquota del 4% in linea retta, con una franchigia di un milione di euro per erede, gettito complessivo attorno al miliardo l’anno — meno di quanto rende il bollo sui conti correnti.
Gli studi di Acciari, Alvaredo e Morelli sulla trasmissione ereditaria mostrano che la ricchezza in Italia si concentra soprattutto per via dinastica: la quota di ricchezza ereditata sul totale è cresciuta costantemente negli ultimi decenni.
Tassare il flusso intergenerazionale colpisce il meccanismo della concentrazione, non solo il suo stock — ed è amministrativamente più semplice, perché il patrimonio va comunque censito al momento del passaggio.
La seconda è l’allineamento della tassazione dei redditi da capitale a quella del lavoro. Il lavoro di Guzzardi e colleghi sulla ricostruzione della disuguaglianza dei redditi in Italia ha mostrato un dato che dovrebbe essere al centro di ogni discussione: il sistema fiscale italiano è regressivo al vertice.
Il 5% più ricco paga, in proporzione, aliquote effettive inferiori al resto dei contribuenti, perché i suoi redditi sono prevalentemente da capitale, tassati con cedolari al 26% o meno, mentre il lavoro sconta l’IRPEF progressiva più i contributi. Prima ancora di tassare lo stock di ricchezza, c’è un flusso di reddito da capitale sistematicamente sottotassato rispetto al lavoro. È una violazione dell’articolo 53 della Costituzione più flagrante — e più correggibile — dell’assenza di una patrimoniale.
Difenderla per quello che è
La patrimoniale sui grandi patrimoni è difendibile, da sinistra, per tre ragioni precise: corregge la regressività del prelievo al vertice, genera gettito per un welfare sottofinanziato da vent’anni, e riafferma un principio — che la ricchezza accumulata concorra alle spese pubbliche in ragione della capacità contributiva — che il sistema attuale ha di fatto abbandonato.
Ma non è la leva che chiude il divario tra ricchi e poveri. Il conto che lo dimostrerebbe non esiste, e l’aritmetica di base suggerisce che, alle aliquote proposte, l’effetto diretto sulla concentrazione della ricchezza sarebbe marginale. L’effetto redistributivo vero passa quasi interamente dall’uso del gettito — cioè dalla spesa, cioè dalla politica — e la storia della finanza pubblica italiana invita alla prudenza su quel fronte.
Una sinistra adulta dovrebbe dire esattamente questo: la patrimoniale è un pezzo di un sistema fiscale giusto, insieme alla riforma delle successioni, alla tassazione dei redditi da capitale e a un’amministrazione capace di vedere la ricchezza che oggi non vede.
Spacciarla per la soluzione è il modo più sicuro per bruciarla. Le idee trasformative, per sopravvivere a chi le propone, hanno bisogno di conti onesti — non di promesse che i numeri non possono mantenere.



