La notizia arriva dal World Wealth Report di Capgemini e viene presentata come buona: nel 2025 i milionari del mondo hanno accumulato 98,3 trilioni di dollari, in crescita dell’8,7%. In Africa i patrimoni milionari sono cresciuti del 4,1%. Il Marocco ha fatto addirittura più 16,8% — la crescita più rapida del continente. Titoli rassicuranti, grafici in salita, ottimismo moderato. Peccato che sia esattamente il tipo di notizia che bisogna imparare a leggere al contrario.
Che i ricchi diventino più ricchi nei paesi poveri non è uno scandalo nuovo. La novità è che questo viene presentato come un indicatore di sviluppo, quasi che la crescita dei patrimoni milionari fosse una promessa di benessere diffuso. Non lo è. Non lo è mai stata. E l’Africa lo dimostra con una chiarezza che dovrebbe imbarazzare chiunque si occupi di economia dello sviluppo.
Prendiamo il Marocco, il campione di questa classifica. Settore finanziario in espansione, immobili in crescita, ultra-ricchi che proliferano. E intanto la classe media marocchina che può permetterselo manda i figli a studiare a Parigi, si cura a Madrid, compra casa a Dubai. Non per snobismo — per necessità. Le università migliori non sono lì. Gli ospedali migliori non sono lì.
Le infrastrutture digitali serie non sono lì. La ricchezza prodotta in Marocco non viene reinvestita in Marocco: viene consumata altrove, nei paesi che quelle strutture le hanno costruite. Il denaro fa il giro del mondo e torna dove era già.
Lagos è il caso più clamoroso. Victoria Island ha Porsche, Lamborghini e Aston Martin con gli showroom uno accanto all’altro. I matrimoni dei super-ricchi nigeriani sono diventati un genere: quindici milioni di dollari, quattro paesi, abiti firmati, Dom Pérignon, copertura su Vogue.
La Nigeria nel 2018 era il paese con il maggior numero di miliardari neri al mondo. Era anche, quello stesso anno, la capitale mondiale della povertà assoluta. A duecento metri dagli showroom di Victoria Island c’è Makoko, il più grande slum sull’acqua dell’Africa occidentale: palafitte, niente acqua potabile, niente scuole, niente futuro. La ricchezza nigeriana non ha costruito niente di tutto questo — ha comprato ville a Londra e mandato i figli al college americano.

Il problema non è morale. Non si tratta di ricchi cattivi e poveri buoni. Il problema è strutturale: in assenza di un sistema fiscale che funzioni, di uno stato che redistribuisca, di investimenti pubblici in istruzione e sanità e infrastrutture, la ricchezza privata non produce sviluppo. Si accumula, si ostenta e se ne va. Non contamina il territorio, non crea opportunità, non genera quella catena di effetti che nei paesi ricchi — imperfettamente, contraddittoriamente, ma comunque — trasforma i patrimoni individuali in benessere collettivo.
Qui viene la parte scomoda. “Aiutiamoli a casa loro” è lo slogan con cui la destra europea chiude i porti, si lava la coscienza e cambia argomento. È uno slogan cinico, usato male, svuotato di qualsiasi contenuto reale. Ma lo slogan in sé — separato da chi lo usa e da come lo usa — non è sbagliato. Anzi: è esattamente quello che una sinistra seria e una società civile consapevole dovrebbero rivendicare, con tutt’altro significato.
Aiutarli a casa loro significa investire strutturalmente in istruzione, sanità, infrastrutture digitali e fisiche nei paesi poveri. Non elemosina, non emergenza umanitaria, non fondi europei che finiscono nei bilanci delle ONG o nelle tasche dei governi corrotti. Significa creare le condizioni perché la ricchezza che si produce in Marocco, in Nigeria, in Congo resti lì, si trasformi in scuole, ospedali, strade, connessioni — e produca a sua volta opportunità per chi non ha il passaporto giusto per andarsene.
Finché non succede, la crescita dei milionari africani è una buona notizia solo per i milionari africani. Per tutti gli altri è la fotografia di un sistema che funziona esattamente come dovrebbe — secondo la logica di chi lo controlla. E quella logica non ha niente a che fare con lo sviluppo.



