La frontiera tra Haiti e Repubblica Dominicana non divide soltanto due Stati. Oggi divide anche l’accesso alla salute. Da quando Santo Domingo ha irrigidito la politica migratoria contro gli haitiani senza documenti, gli ospedali pubblici sono diventati per molte donne incinte un luogo di cura e, allo stesso tempo, di possibile espulsione.
Il governo dominicano ha annunciato il 6 aprile 2025 una serie di quindici misure contro l’immigrazione irregolare, presentandole come necessarie per difendere sicurezza nazionale, sovranità e servizi pubblici. Tra queste misure c’è anche il controllo dello status migratorio negli ospedali, con la possibilità di procedere alla deportazione dopo l’assistenza sanitaria.
Il risultato è stato immediato. Secondo una nota ufficiale della presidenza dominicana, dopo l’avvio del protocollo migratorio in 33 ospedali pubblici strategici, i servizi sanitari rivolti a cittadini haitiani si sono ridotti fino al 67%. Il governo ha presentato il dato come un alleggerimento della pressione sul sistema sanitario nazionale.
Per le organizzazioni per i diritti umani, invece, quel numero racconta altro: non meno bisogno di cure, ma più paura di chiederle. Amnesty International ha denunciato che il protocollo lega l’accesso alla salute allo status migratorio e trasforma gli ospedali in luoghi di sorveglianza. Secondo l’organizzazione, la Repubblica Dominicana investe poco nella sanità pubblica e usa la popolazione haitiana come capro espiatorio di problemi strutturali del sistema.
La questione diventa ancora più grave quando riguarda gravidanza, parto e puerperio. Le Nazioni Unite e diverse organizzazioni umanitarie hanno espresso preoccupazione per l’aumento delle deportazioni di donne incinte e madri che allattano verso Haiti. Il 19 maggio 2025 il Team umanitario delle Nazioni Unite ad Haiti ha parlato di gravi preoccupazioni umanitarie e di diritti umani per il rimpatrio di persone in condizioni di particolare vulnerabilità.

Haiti, infatti, non è un Paese in grado di assorbire in sicurezza questi ritorni forzati. La crisi politica, la violenza delle bande armate e il collasso dei servizi hanno reso l’accesso alle cure sempre più difficile. Nel gennaio 2025 l’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha stimato oltre un milione di sfollati interni a causa della violenza, più del triplo rispetto alla fine del 2023.
La Repubblica Dominicana sostiene di non negare le cure: i pazienti irregolari, secondo la linea ufficiale, vengono assistiti e solo dopo possono essere sottoposti alle procedure migratorie. Ma per una donna incinta senza documenti questa distinzione può non bastare. Se andare in ospedale significa rischiare la deportazione, il parto può spostarsi in casa, in stanze improvvisate, senza assistenza medica, senza igiene, senza possibilità di intervenire in caso di emorragia, infezione o sofferenza neonatale.
Il punto non è negare che la Repubblica Dominicana debba affrontare una pressione reale. Haiti è sprofondata in una crisi devastante, e il confine è diventato una delle linee più sensibili delle Americhe. Ma quando la risposta migratoria entra nei reparti maternità, il confine tra controllo e disumanità diventa sottilissimo.
La salute materna non può funzionare sotto minaccia. Una donna che partorisce deve poter arrivare in ospedale senza calcolare il rischio di essere separata dal proprio bambino, espulsa, rimandata in un Paese insicuro o costretta a nascondersi. Ogni politica che produce questo effetto spinge le persone più fragili fuori dalla medicina e dentro l’invisibilità.
Il dramma delle donne haitiane nella Repubblica Dominicana mostra una forma estrema di povertà: non solo mancanza di denaro, ma mancanza di diritto alla cura. È la povertà di chi ha bisogno di un medico ma teme una divisa. Di chi dovrebbe partorire in sicurezza e invece sceglie il buio, non perché lo voglia, ma perché la paura è diventata più forte dell’ospedale.



