Nigeria, bombe anti jihad sul mercato. Morti 100 civili

A Tumfa, nel nord-ovest della Nigeria, la guerra è arrivata nel giorno di mercato. Non in una base armata, non in una foresta, non in un campo nascosto dove l’esercito dice di cercare banditi e jihadisti. È arrivata in uno spazio affollato, attraversato da venditori, famiglie, donne, bambini, persone venute a comprare e vendere.

Amnesty International sostiene che almeno 100 civili siano stati uccisi il 10 maggio da un raid aereo militare sul mercato di Tumfa, nello stato di Zamfara. Molti feriti sono stati portati negli ospedali della zona e, secondo le testimonianze raccolte dall’organizzazione, tra le vittime ci sarebbero molte donne e bambini.

L’esercito nigeriano ha confermato l’operazione, ma ha negato di avere prove di vittime civili, descrivendo l’obiettivo come un covo di terroristi.

È dentro questa distanza che si misura il problema. Da una parte il linguaggio militare: intelligence, covi, obiettivi, terroristi neutralizzati. Dall’altra un mercato colpito, corpi negli ospedali, famiglie che seppelliscono i morti, abitanti che raccontano una scena diversa da quella dei comunicati ufficiali.

Il punto non è negare la violenza dei gruppi armati. Il nord della Nigeria è attraversato da anni da rapimenti, assalti ai villaggi, estorsioni, sfollamenti, attacchi contro contadini, scuole, mercati e convogli.

Nel Nord-Est pesa ancora l’insurrezione jihadista; nel Nord-Ovest, in stati come Zamfara, agiscono gruppi spesso indicati come “banditi”, ma trattati ormai dentro la stessa grammatica della guerra al terrorismo.

La domanda è un’altra: quando lo Stato combatte dall’alto, con droni e aerei, chi decide se un mercato è ancora un mercato o è già diventato un bersaglio?

Tumfa non è un episodio isolato. Ad aprile, un altro attacco aereo ha colpito il mercato di Jilli, nel Nord-Est, provocando anche lì un alto numero di vittime civili secondo fonti locali e organizzazioni per i diritti umani.

L’aeronautica nigeriana ha parlato di un obiettivo legato a gruppi jihadisti e ha avviato una verifica. Anche in quel caso, il conflitto tra versione militare e testimonianze dal terreno è stato immediato.

La ripetizione conta. Un errore può essere un errore. Due, tre, quattro attacchi su mercati, villaggi, celebrazioni o luoghi abitati iniziano a indicare qualcosa di più: una forma di guerra che accetta come normale un rischio altissimo per i civili, soprattutto quando quei civili vivono in aree povere, periferiche, lontane dalla capitale e quasi invisibili all’opinione pubblica internazionale.

Nel dicembre 2023, a Tudun Biri, nello stato di Kaduna, un attacco dell’esercito colpì una celebrazione religiosa. Amnesty parlò di oltre 120 civili uccisi; le autorità nigeriane fornirono versioni diverse, tra errore operativo e presenza di sospetti combattenti mescolati alla popolazione.

Il punto più pericoloso è proprio questo: quando la formula “i terroristi si mescolano ai civili” diventa una chiave universale, ogni spazio civile può essere trasformato in obiettivo possibile.

In guerra, è vero, i gruppi armati possono muoversi tra la popolazione. Possono usare mercati, villaggi e strade come copertura. Ma il diritto umanitario nasce esattamente per questo: per impedire che la presenza possibile di combattenti cancelli la protezione dovuta ai civili.

Se il sospetto basta a svuotare un mercato della sua natura civile, allora la distinzione tra combattente e non combattente non è più una regola: è una valutazione affidata a chi bombarda.

Foto Ifeatu Nnaobi, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

È qui che il caso nigeriano diventa più grande della Nigeria. La guerra al terrorismo ha prodotto ovunque la stessa lingua: obiettivi sensibili, danni collaterali, neutralizzazione, intelligence, minaccia imminente. Una lingua che spesso cancella i nomi delle vittime prima ancora che vengano contate.

I morti non sono più contadini, madri, figlie, commercianti, bambini. Diventano “persone presenti nell’area dell’obiettivo”. E quando muoiono, devono ancora dimostrare di non essere stati nemici.

La guerra dall’alto colpisce soprattutto chi sta già in basso. I mercati rurali del Nord della Nigeria non sono luoghi neutri. Sono spesso l’unico spazio economico di comunità impoverite, sfollate, esposte agli attacchi dei gruppi armati e alla debolezza dei servizi pubblici.

Colpire un mercato non significa solo uccidere persone. Significa distruggere redditi, reti di scambio, fiducia, sicurezza alimentare, possibilità di vita ordinaria.

La crisi umanitaria rende questo ancora più evidente. Nel 2025, secondo UNICEF, 8,8 milioni di persone nel Nord della Nigeria avevano bisogno di assistenza umanitaria, tra cui 4,9 milioni di bambini. OCHA stimava per il Paese 33 milioni di persone a rischio di insicurezza alimentare durante la stagione magra del 2025.

Questo è il terreno su cui cadono le bombe: non una società protetta, ma comunità già colpite da fame, sfollamento, malnutrizione, servizi sanitari fragili e riduzione degli aiuti.

In queste condizioni, l’errore militare non è mai solo militare. Un raid sbagliato può cancellare una famiglia, ma anche svuotare un villaggio, impedire il mercato successivo, rendere più rischioso muoversi, comprare cibo, vendere raccolti, portare un figlio in ospedale. La violenza non finisce con l’esplosione. Continua nel terrore, nella fuga, nella perdita di reddito, nella sfiducia verso lo Stato.

Ed è proprio lo Stato il nodo più duro. Per molte comunità del Nord, lo Stato arriva tardi con la scuola, poco con gli ospedali, male con la protezione sociale. Poi arriva all’improvviso sotto forma di operazione militare. Questo produce una frattura devastante: il cittadino povero diventa protetto sulla carta, sospetto nella pratica, sacrificabile nei fatti.

Amnesty chiede un’indagine immediata e indipendente. È il minimo, non il massimo. Perché lasciare le verifiche solo all’apparato che ha condotto l’operazione significa chiedere alle famiglie delle vittime di fidarsi dello stesso potere che ha negato o minimizzato la loro morte. Senza trasparenza, ogni raid segue lo stesso copione: bombardamento, smentita, promessa di accertamenti, silenzio.

Il rischio è che Tumfa diventi un altro nome in una lista che nessuno ricorda. Prima Tudun Biri, poi Jilli, poi Tumfa. Ogni volta un obiettivo dichiarato. Ogni volta civili denunciati tra i morti. Ogni volta la stessa domanda: erano davvero terroristi, o erano poveri nel posto sbagliato quando l’aereo è passato sopra il mercato?

Una guerra che bombarda i mercati non protegge i civili dai terroristi. Li mette in mezzo a due violenze: quella dei gruppi armati, che devastano il Nord della Nigeria, e quella dello Stato, che nel nome della sicurezza può trasformare un giorno di mercato in una fossa comune.

La domanda finale non è se la Nigeria abbia diritto a difendersi dai gruppi armati. Certo che ce l’ha. La domanda è se, per farlo, possa trattare i mercati dei poveri come zone di guerra. Perché quando un mercato pieno di donne e bambini può essere colpito e poi descritto come un obiettivo terroristico, la guerra non sta più distinguendo i civili dai nemici.

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