Istat: 30mila occupati in meno cancellano la propaganda

Il lavoro doveva essere il grande trofeo del governo Meloni: record degli occupati, occupazione femminile ai massimi, disoccupazione ai minimi, precarietà in ritirata. Il 28 aprile, presentando il decreto lavoro in vista del Primo maggio, la presidente del Consiglio rivendicava quasi 1,2 milioni di occupati in più e oltre 550 mila precari in meno rispetto all’inizio della legislatura.

La bugia non sta necessariamente nel singolo numero rivendicato dal governo. Sta nell’uso politico del dato: prendere il frammento favorevole, isolarlo dal resto e trasformarlo nella prova di una svolta sociale. Ma se gli occupati calano sull’anno, il tasso di occupazione scende di 0,3 punti rispetto a marzo 2025 e gli inattivi aumentano di 351 mila in dodici mesi, la narrazione del miracolo occupazionale non regge.

Due giorni dopo, i dati Istat di marzo 2026 hanno incrinato la fotografia celebrativa: gli occupati sono 24 milioni e 124 mila, in calo di 12 mila unità sul mese e di 30 mila sull’anno. La disoccupazione scende al 5,2%, ma insieme calano anche le persone in cerca di lavoro e aumentano gli inattivi.

Questo è il punto che la propaganda non vuole vedere: meno disoccupati non significa automaticamente più lavoro. Può significare anche più persone fuori dal mercato del lavoro. Persone scoraggiate, uscite dalle statistiche della ricerca attiva, ferme in una zona grigia che il governo preferisce non nominare. La disoccupazione scende, ma l’occupazione non cresce. È un successo solo per chi legge i numeri come volantini elettorali.

Due giorni prima, presentando il decreto lavoro, Meloni rivendicava il “record di numero di occupati”, il massimo dell’occupazione femminile e la disoccupazione generale e giovanile “ai minimi da sempre”. Aggiungeva che il lavoro stabile sarebbe aumentato e la precarietà diminuita.

Il problema è che la realtà del mese successivo alla propaganda non si lascia piegare così facilmente: a marzo gli occupati calano sull’anno, i giovani disoccupati crescono e il tasso di occupazione resta fermo al 62,4%, in calo di 0,3 punti rispetto a un anno prima.

La bugia non sta necessariamente nel singolo numero citato dal governo. Alcuni record ci sono stati, e in una serie storica lunga si possono trovare soglie superate. La bugia sta nell’uso politico del dato: prendere un frammento favorevole, isolarlo dal resto, trasformarlo in prova di una svolta sociale.

Ma se dopo anni di annunci il mercato del lavoro perde 30 mila occupati in dodici mesi, se il tasso di occupazione cala sull’anno, se gli inattivi aumentano, allora la fotografia è molto meno trionfale.

Foto Ormai88 CC BY-SA 4.0

Nel dettaglio, il calo annuo degli occupati è il risultato della diminuzione dei dipendenti permanenti, meno 14 mila, e soprattutto dei dipendenti a termine, meno 142 mila, compensata solo in parte dalla crescita degli autonomi, più 125 mila. Anche qui la retorica governativa prova a vendere il dato come fine della precarietà.

Il calo dei contratti a termine non basta però a dimostrare un miglioramento se non è accompagnato da una crescita robusta del lavoro stabile e del reddito. Può essere stabilizzazione. Può essere espulsione. Può essere un settore che non rinnova. Può essere una persona che smette di cercare.

La destra al governo racconta il lavoro come ordine, merito, responsabilità individuale. Chi lavora ce la fa, chi non lavora deve darsi da fare, chi rifiuta certe condizioni non ha voglia. Ma i numeri di marzo mostrano un’altra cosa: un mercato fragile, dove il confine tra occupazione, disoccupazione e inattività resta mobile e socialmente pesante. Una persona che smette di cercare lavoro non diventa meno povera. Diventa solo meno visibile nella statistica della disoccupazione.

Ed è proprio l’invisibilità il trucco più comodo. Il disoccupato compare nel dato. L’inattivo scompare dal racconto politico. Non pesa nella retorica del “tasso di disoccupazione ai minimi”. Non rovina il titolo. Non disturba il comizio. Eppure è lì che si concentra una parte della crisi sociale: giovani che non trovano occasioni credibili, donne schiacciate dal lavoro di cura, over 50 espulsi e difficili da ricollocare, persone scoraggiate da salari bassi, contratti intermittenti, part-time poveri.

Il dato giovanile è un altro schiaffo alla narrazione. A marzo il tasso di disoccupazione dei 15-24enni sale al 18,1%, con un aumento di 0,6 punti. Altro che Paese rimesso in moto. Per i giovani, il lavoro resta spesso una promessa intermittente: stage, contratti brevi, apprendistati malpagati, stagioni, attese, curriculum inviati nel vuoto. Il governo parla di futuro; i dati mostrano un presente ancora bloccato.

Il paradosso è che lo stesso governo che festeggia i record ha appena dovuto ridimensionare anche le aspettative economiche. L’obiettivo di crescita per il 2026 è stato rivisto allo 0,6%, dopo uno 0,5% nel 2025, terzo anno consecutivo sotto l’1%. Un Paese che cresce così poco non produce miracoli occupazionali strutturali. Produce, al massimo, piccoli scarti statistici da usare in conferenza stampa.

Oltre però a smontare il comunicato di Palazzo Chigi bisogna guardare cosa c’è sotto. L’Italia non ha bisogno di record proclamati, ma di lavoro che tolga dalla povertà. Di salari sufficienti. Di contratti pieni. Di occupazione femminile che non sia solo numero, ma autonomia reale. Di giovani che non entrino nel lavoro dalla porta del ricatto. Di persone che non siano costrette a scegliere tra un lavoro povero e l’inattività.

I 30 mila occupati in meno sull’anno non sono una catastrofe statistica. Sono peggio per il governo: sono una crepa nel racconto. Bastano a mostrare che il trionfalismo era fragile, che il mercato del lavoro non è stato “risolto”, che il calo della disoccupazione può convivere con meno occupati e più inattivi.

Il lavoro non si misura con le fanfare. Si misura con le buste paga, con le ore vere, con la continuità, con la possibilità di vivere senza dipendere dalla famiglia, dai bonus, dal secondo lavoro, dalla rinuncia. Finché il governo continuerà a vendere come svolta sociale una manciata di record statistici, ogni nuovo dato Istat sarà un promemoria: la propaganda può scegliere i numeri, ma non può cancellare chi resta fuori.

Foto Alexmar983 CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons