Concessioni balneari: il pubblico ospite in casa propria

Vale la pena ribadirlo prima di proseguire: il problema italiano non è che esistano servizi privati sulle spiagge. Il problema è che in Italia il privato finisce troppo spesso per sembrare il proprietario, mentre il pubblico viene trattato come un intruso.

La vicenda di Mondello racconta meglio di molte sentenze che cosa sono diventate le spiagge italiane. Non semplicemente beni pubblici dati in concessione, ma spazi che, dopo decenni di gestione privata, sembrano appartenere più ai concessionari che ai cittadini. Quando la Regione Siciliana ha disposto la decadenza della concessione alla storica società Italo-Belga, che gestisce una parte rilevante della spiaggia palermitana, la questione non è stata soltanto chi avrebbe montato lettini, cabine e ombrelloni per l’estate. È diventata una questione di ordine pubblico.

Il Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia ha infatti sospeso lo stop alla concessione, rinviando la discussione e richiamando anche il rischio di problemi per la sicurezza pubblica in vista dell’afflusso estivo a Mondello. La revoca era collegata a valutazioni antimafia riguardanti rapporti con una ditta subappaltatrice; la società ha impugnato il provvedimento. La Fondazione Falcone ha criticato duramente la sospensione, sostenendo che la legalità non possa essere subordinata a valutazioni emergenziali.

Qui sta il paradosso: in Italia il ritorno del pubblico su un bene pubblico può apparire più pericoloso della sua privatizzazione di fatto. Se una concessione dura abbastanza, se una società gestisce lo stesso tratto di litorale per generazioni, se cabine, abbonamenti e varchi diventano parte del paesaggio mentale di una città, allora ciò che era temporaneo comincia a sembrare naturale. La concessione diventa abitudine. L’abitudine diventa quasi proprietà. E il cittadino, che in teoria è titolare collettivo di quel bene, finisce per muoversi sulla spiaggia come un ospite tollerato.

Naturalmente, non è vero che solo in Italia esistano concessioni balneari. In Francia, Spagna, Grecia e in molti altri Paesi sono previste forme di gestione privata di servizi sulle spiagge. Ma il punto è proprio questo: altrove la concessione resta più chiaramente una concessione, cioè un uso limitato, temporaneo, controllato di un bene pubblico. In Francia le spiagge restano pubbliche, le concessioni hanno limiti temporali più rigidi e molte strutture devono essere smontate alla fine della stagione. In Spagna la Ley de Costas stabilisce il carattere pubblico del demanio costiero. In Grecia esistono concessioni commerciali, ma negli ultimi anni sono stati rafforzati limiti, controlli e sanzioni per garantire accesso pubblico e tutela delle aree protette.

L’anomalia italiana non è dunque il lettino a pagamento. È la rendita stabilizzata. È il fatto che un bene comune venga amministrato per decenni come se fosse una proprietà familiare. È la trasmissione quasi ereditaria delle licenze, l’estensione delle aree occupate, la debolezza dei controlli, i canoni spesso ridicoli rispetto ai fatturati, la politica che da anni rinvia le gare promettendo una soluzione definitiva che non arriva mai. Reuters ha ricordato che in Italia esistono circa 28 mila licenze balneari e che molte sono controllate da famiglie o imprese che le gestiscono da generazioni, mentre l’Unione Europea chiede procedure competitive dal 2006.

La questione viene raccontata quasi sempre come uno scontro tra Bruxelles e i balneari, tra concorrenza europea e piccole imprese italiane, tra “burocrazia” e “tradizione”. È una narrazione comoda, ma parziale. Il problema non riguarda solo chi debba gestire gli stabilimenti. Riguarda chi abbia diritto al mare. Perché il mare non è un centro commerciale all’aperto e la spiaggia non è un’infrastruttura turistica qualsiasi. È un bene pubblico, un pezzo di territorio, uno spazio sociale, un diritto materiale all’aria, all’acqua, alla sosta, al tempo libero.

Quando le spiagge libere diventano residuali, strette tra stabilimenti, scogliere, concessioni, parcheggi e ristorazione, l’accesso al mare diventa una questione di classe. Chi può pagare entra, si siede, affitta ombrellone e lettino. Chi non può pagare cerca un varco, un lembo rimasto libero, un pezzo di sabbia meno comodo, più lontano, più affollato. Anche qui il pubblico non scompare formalmente: viene ridotto a margine.

Mondello è perfetta come simbolo proprio perché non è una spiaggia qualunque. È una delle immagini più note di Palermo, un luogo identitario, popolare e insieme privatizzato nella pratica quotidiana. È il mare della città, ma anche il mare delle cabine, degli abbonamenti, degli stabilimenti, della gestione storica. Una contraddizione quasi didattica: tutti sanno che quella spiaggia è di Palermo, ma molti palermitani sanno anche che per viverla davvero bisogna fare i conti con chi la gestisce.

“Mondello beach” by Macorig Paolo is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

Da qui si capisce perché la vicenda abbia una forza politica superiore al singolo provvedimento amministrativo. Il punto non è stabilire in questa sede chi abbia ragione nel contenzioso specifico tra Regione e società concessionaria. Il punto è vedere che cosa rivela il caso: se la continuità di una concessione privata diventa condizione dell’ordine pubblico, allora il pubblico ha già perso molto prima della sentenza.

Le proroghe nazionali completano il quadro. Ogni governo promette di risolvere la questione delle concessioni balneari, poi rinvia, deroga, prende tempo. L’Antitrust continua a contestare le proroghe generalizzate e a richiamare la necessità di gare pubbliche effettive, coerenti con il diritto europeo e con le sentenze nazionali ed europee. Nel suo bollettino di aprile 2026, l’AGCM ha ribadito che le concessioni demaniali marittime per finalità turistico-ricreative devono essere assegnate con procedure competitive, contestando proroghe prive di un reale percorso di gara.

Ma il rinvio non è solo una debolezza tecnica. È una scelta politica. Significa proteggere una rendita esistente e scaricare il costo dell’incertezza sui cittadini. I concessionari difendono il proprio investimento, spesso reale. I Comuni temono ricorsi, pressioni e caos amministrativo. Il governo teme di perdere consenso in un settore organizzato e rumoroso. Nel frattempo, il bagnante paga. E soprattutto si abitua.

Si abitua a pensare che il mare pubblico sia una concessione gentile del privato. Si abitua a chiedere permesso, a cercare il passaggio, a domandarsi dove possa stendere un asciugamano senza disturbare. Si abitua all’idea che il diritto alla spiaggia libera sia un’eccezione, non la regola. Questa è forse la privatizzazione più riuscita: quella che non ha più bisogno di essere dichiarata, perché è entrata nel senso comune.

Il caso Mondello mostra anche un altro aspetto: legalità, demanio e accesso popolare non possono essere separati. Se una concessione viene messa in discussione per ragioni legate a valutazioni antimafia, la risposta non può limitarsi all’efficienza della stagione turistica. Non si può dire, in sostanza: vedremo poi, intanto l’estate va organizzata. Perché è proprio questa logica emergenziale ad aver reso intoccabili molte situazioni italiane. Prima viene la stagione, poi il lavoro, poi il turismo, poi l’indotto, poi l’ordine pubblico, poi le cause, poi i rinvii. Alla fine non arriva mai il momento del bene comune.

Eppure la domanda dovrebbe essere semplice: chi decide come si usa una spiaggia pubblica? Il concessionario storico, il mercato turistico, il Comune, la Regione, i cittadini, le norme europee, i tribunali? La risposta giusta non può essere una sola, ma una cosa dovrebbe essere chiara: chi gestisce un bene pubblico non può trasformarsi nel suo proprietario di fatto. La concessione non dovrebbe mai cancellare la natura pubblica del bene. Dovrebbe semmai organizzarla, garantirla, renderla più accessibile, non più esclusiva.

La questione balneare, allora, non riguarda soltanto gli ombrelloni. Riguarda il modo in cui l’Italia tratta il proprio patrimonio comune. Vale per le spiagge come per l’acqua, la sanità, la scuola, i trasporti, i centri storici, le montagne, i parchi, le case popolari: ciò che è pubblico spesso resta pubblico sulla carta, ma viene governato secondo logiche private, emergenziali, opache, frammentate. Si concede, si proroga, si affida, si esternalizza, si tollera. Poi, dopo anni, ci si stupisce se il pubblico non riesce più a rientrare in casa propria.

Per questo Mondello non è solo una spiaggia di Palermo. È una domanda nazionale. Quanto spazio pubblico siamo ancora disposti a difendere prima che diventi solo un ricordo amministrativo? Quanto mare deve restare davvero accessibile, senza biglietto, senza abbonamento, senza consumo obbligatorio? E quanto tempo deve durare una concessione prima che qualcuno abbia il coraggio di dire che, appunto, era solo una concessione?

Il mare non può essere trattato come una rendita da tramandare. Non perché i servizi privati siano sempre illegittimi, ma perché il pubblico deve restare più forte del privato a cui concede. Se invece il concessionario appare indispensabile, se la sua rimozione diventa un problema di ordine pubblico, se il cittadino entra in spiaggia come ospite pagante, allora il significato stesso di demanio si è rovesciato.

Il mare resta pubblico, certo. Ma a volte sembra pubblico come certe porte sempre chiuse: formalmente di tutti, praticamente di qualcun altro.

“Mondello Beach” by Zach & Indrah is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.