Le mafie sparano meno, ma governano meglio

Per molto tempo abbiamo pensato alla violenza mafiosa attraverso il rumore. Gli spari in strada, le stragi, i corpi lasciati come messaggi, gli omicidi politici, le guerre tra clan che trasformavano interi quartieri in territori occupati. La mafia si vedeva anche così: quando rompeva la superficie della vita pubblica e obbligava tutti a guardarla.

Oggi quel rumore sembra diminuito. Gli omicidi mafiosi sono meno numerosi rispetto alle stagioni più sanguinose della storia repubblicana. La violenza appare meno indiscriminata, meno teatrale, meno rivolta contro figure politiche o istituzionali. Sarebbe rassicurante leggerla come una ritirata. Sarebbe comodo pensare che sparare meno significhi contare meno.

Ma una ricerca di Alberto Aziani e Francesco Calderoni, pubblicata sull’International Journal of Drug Policy con il titolo Governance and trade: Mafias’ multifunctional violence in Italian drug markets, suggerisce una lettura più scomoda: la violenza mafiosa non è semplicemente scomparsa. Si è trasformata. È diventata più selettiva, più interna ai circuiti criminali, più legata al governo dei mercati illegali e in particolare al mercato della droga.

Lo studio analizza 343 omicidi di matrice mafiosa commessi in Italia tra il 2014 e il 2024 e mostra che più della metà è collegata al narcotraffico; soprattutto, mostra che quella violenza è concentrata nel livello più basso e territoriale della distribuzione, quello delle piazze di spaccio e del commercio al dettaglio.

Il punto, allora, non è solo quante volte le mafie uccidono. Il punto è perché uccidono, dove uccidono, contro chi uccidono e quale funzione svolge oggi l’omicidio dentro l’economia criminale.

La ricerca usa un’espressione importante: violenza sistemica. Non vuol dire violenza casuale o semplice brutalità. Vuol dire violenza incorporata nel funzionamento dei mercati illegali. Dove non ci sono contratti riconosciuti, tribunali, regole pubbliche, procedure di risoluzione delle controversie, qualcuno deve comunque far rispettare accordi, debiti, gerarchie, confini, prezzi, fedeltà.

Nei mercati legali questa funzione, almeno in teoria, appartiene allo Stato. Nei mercati illegali viene esercitata da chi ha forza, reputazione e capacità di intimidazione.

L’omicidio, in questa logica, non è sempre l’esplosione irrazionale di un conflitto. Può essere un atto di governo. Una sanzione definitiva. Un messaggio. Una correzione impossibile da ignorare. Aziani e Calderoni distinguono proprio tra violenza usata per “fare” il commercio — proteggere spedizioni, riscuotere pagamenti, gestire rischi di transazione — e violenza usata per governarlo: controllare territori, disciplinare partecipanti, escludere rivali, punire chi viola le regole del gruppo.

La loro tesi è che nelle mafie italiane queste due dimensioni non siano separate. Le mafie non sono soltanto imprenditori criminali che vendono droga, né soltanto regolatori esterni che impongono protezione. Sono entrambe le cose. Vendono e governano. Partecipano al mercato e nello stesso tempo lo regolano con la forza.

Questo cambia il modo di guardare alla violenza mafiosa. Se un clan uccide per una piazza di spaccio, non sta solo eliminando un concorrente o vendicando un torto. Sta stabilendo chi comanda in quel pezzo di mercato. Sta dicendo chi può vendere, chi deve pagare, chi può restare, chi deve sparire. Sta amministrando illegalmente un’economia illegale.

Il mercato della droga non vive in astratto. Ha bisogno di luoghi, manodopera, silenzi, complicità, consumatori, relazioni, logistica. E soprattutto ha bisogno di territori dove il potere criminale possa sembrare più rapido, più concreto e più credibile di quello pubblico.

La droga è un’economia globale, ma la sua violenza finale spesso è locale. Passa per i quartieri, per le periferie, per le strade, per le piazze, per i complessi di case popolari, per i luoghi dove lo Stato arriva tardi o arriva solo con la divisa.

Il fatto che, tra i casi con informazioni complete, l’80 per cento degli omicidi legati alla droga si collochi al livello retail del mercato dice proprio questo: la parte più sanguinosa non è necessariamente quella più alta, quella delle rotte internazionali, dei grandi carichi, dei porti e dei broker.

La parte più esposta alla violenza letale è spesso quella bassa, territoriale, quotidiana, dove il mercato criminale incontra la vita reale delle comunità.

Ai livelli alti del traffico, la violenza può essere controproducente. Attira attenzione, interrompe forniture, danneggia relazioni che hanno bisogno di continuità. La reputazione, la fiducia criminale, la stabilità dei rapporti possono valere più di un’esecuzione. Ai livelli bassi, invece, il controllo dello spazio è immediato.

Una piazza di spaccio non è solo un punto vendita: è un territorio, un simbolo, una fonte di reddito, un luogo di reclutamento, un pezzo di sovranità criminale. Se qualcuno entra, se qualcuno non paga, se qualcuno tradisce, se una fazione vuole sostituirne un’altra, la violenza diventa linguaggio di regolazione.

Il fatto che questa violenza sia più selettiva non deve rassicurare. Al contrario. Una violenza meno rumorosa può essere una violenza più razionale. Non colpire indiscriminatamente non significa diventare meno pericolosi; può significare aver imparato a calcolare meglio i costi. Le vittime collaterali creano scandalo, reazione sociale, attenzione investigativa.

Gli omicidi politici o istituzionali sollevano lo Stato, la stampa, l’opinione pubblica. La violenza interna al circuito criminale, invece, rischia di essere percepita come meno urgente. “Si ammazzano tra loro”, si dice. Ed è una delle frasi più pericolose che una società possa pronunciare.

Perché dentro quella frase c’è una resa. C’è l’idea che alcune morti valgano meno perché avvengono tra persone già compromesse, già criminali, già fuori dalla cittadinanza morale. Ma una morte che avviene dentro un mercato criminale non resta chiusa dentro quel mercato.

Serve a governare territori in cui vivono anche gli altri. Serve a stabilire poteri che pesano sui quartieri. Serve a costruire paura, obbedienza, consenso passivo. Serve a dire ai più giovani quale autorità funziona davvero.

La ricerca mostra che la gran parte delle vittime degli omicidi mafiosi legati alla droga appartiene o è collegata ai circuiti criminali: il 58 per cento sono membri delle mafie, il 27 per cento soggetti esterni ma con legami mafiosi; le vittime senza connessioni mafiose sono una quota residuale.

Anche questo dato, letto male, può produrre sollievo. Letto bene, racconta invece la costruzione di un mondo separato, un sistema di violenza quasi autonomo, dove lo Stato interviene soprattutto dopo, quando il corpo è già a terra.

Ma quel mondo non è davvero separato. È dentro le nostre città. È dentro l’economia. È dentro il fallimento di molte politiche pubbliche.

Foto DEA Employee Public Domain

Qui bisogna stare attenti. La ricerca di Aziani e Calderoni non è un articolo militante sulla povertà. Non dice che la mafia nasce solo dall’abbandono sociale. Non riduce il potere criminale a disagio economico. Sarebbe una semplificazione.

Le mafie sono organizzazioni storiche, strutturate, razionali, capaci di muoversi tra economia legale e illegale, tra violenza e consenso, tra territorio e mercato. Non sono il semplice prodotto della miseria.

Eppure la loro capacità di governare il basso mercato della droga non può essere separata dalle condizioni materiali dei territori. Dove il lavoro legale è debole, l’illegalità offre redditi immediati. Dove la scuola perde presa, il clan offre appartenenza. Dove i servizi sociali arrivano tardi, il potere criminale arriva prima.

Dove lo Stato è percepito come distante, intermittente o puramente repressivo, la mafia può presentarsi come ordine alternativo. Non ordine giusto, non ordine umano, non ordine liberatorio. Ma ordine. E per chi vive nel disordine sociale, anche un ordine violento può diventare un riferimento.

Questo è il punto che una lettura solo giudiziaria fatica a vedere. L’omicidio mafioso non è soltanto un reato gravissimo. È il segnale estremo di un sistema di governo. Quando un clan uccide per controllare una piazza, sta dicendo che quel territorio non è pienamente governato dalla Repubblica. Sta dicendo che esiste una sovranità concorrente, più piccola ma più immediata, capace di decidere chi lavora, chi vende, chi paga, chi vive e chi muore.

La diminuzione degli omicidi, allora, non basta a misurare la forza delle mafie. Una mafia può uccidere meno perché è più debole. Ma può uccidere meno anche perché ha meno bisogno di farlo, perché ha trovato equilibri più stabili, perché ha imparato a rendere la violenza più funzionale e meno visibile.

Gli autori parlano di una trasformazione qualitativa: la violenza diventa più selettiva, più economicamente funzionale, più strategica nel regolare i mercati illegali e conservare posizioni profittevoli.

È una conclusione che rovescia la percezione pubblica. Noi ci allarmiamo quando la mafia fa rumore. Ma dovremmo preoccuparci anche quando riesce a non farne. Il silenzio non è sempre arretramento. A volte è disciplina. A volte è convenienza. A volte è capacità di mimetizzarsi nella normalità.

Lo stesso vale per l’assenza di omicidi politici o istituzionali nel periodo analizzato. Sarebbe sbagliato dedurne che il rapporto tra mafia e potere pubblico sia finito. Più probabilmente, quella forma di attacco è diventata troppo costosa. Uccidere un magistrato, un politico, un rappresentante dello Stato significa accendere un faro enorme.

Se invece l’influenza può passare da relazioni, scambi, appalti, voti, intimidazioni non letali, corruzione o presenza economica, la violenza aperta diventa meno necessaria. La politica può essere raggiunta anche senza spararle contro.

Questa è la modernità delle mafie: non l’abbandono della violenza, ma la sua amministrazione. Per questo la parola “invisibile” va maneggiata con prudenza. Le mafie non sono invisibili per tutti. Nei territori si vedono, si conoscono, si percepiscono.

Invisibili lo diventano per chi guarda da lontano, per chi misura il pericolo solo con le stragi, per chi scambia l’assenza di clamore con l’assenza di potere. Ma chi vive nei luoghi della distribuzione, chi vede una piazza cambiare mano, chi sa quali strade evitare, chi conosce il nome che non va pronunciato, quella violenza la capisce anche quando non finisce sui giornali nazionali.

Il problema è che la società spesso si abitua. Si abitua al fatto che alcuni quartieri abbiano un destino diverso. Si abitua all’idea che alcuni ragazzi siano reclutabili. Si abitua a pensare che alcune vite si muovano già troppo vicino al crimine per meritare pieno scandalo quando vengono spezzate. È qui che la mafia incontra la povertà culturale: nella riduzione morale delle vittime, nella distanza tra chi può essere pianto e chi può essere archiviato.

Lo studio, naturalmente, ha anche limiti dichiarati. Lavora sugli omicidi, cioè sulla forma più estrema e visibile della coercizione. Non misura tutto il mondo delle minacce, delle intimidazioni, delle aggressioni, dei pestaggi, delle pressioni quotidiane.

Questo significa che la violenza mafiosa reale è più larga di quella che appare attraverso i cadaveri. Gli omicidi sono la punta più evidente, non l’intero sistema. Ma proprio per questo sono rivelatori: mostrano i momenti in cui la regolazione criminale non basta più con strumenti meno visibili e arriva alla sanzione irreversibile.

E allora la domanda politica non può essere solo: come reprimere? Deve essere anche: che cosa permette a questi mercati di funzionare? Quali vuoti riempiono? Quali economie legali falliscono prima che l’economia illegale diventi attrattiva? Quali territori vengono lasciati alla sola risposta penale? Quali politiche sulle droghe alimentano mercati clandestini così profittevoli da dover essere governati con la violenza?

Non basta dire che servono più arresti, anche se gli arresti servono. Non basta dire che servono più indagini, anche se le indagini servono. Non basta dire che serve colpire i clan, sequestrare patrimoni, proteggere collaboratori, spezzare reti logistiche, perché tutto questo è necessario.

Ma se la risposta resta solo repressiva, arriva sempre dopo che il mercato si è formato, dopo che il territorio è stato occupato, dopo che la manodopera è stata reclutata, dopo che la paura è diventata regola.

Una politica antimafia che non vede la povertà vede solo metà del problema. E una politica sociale che non vede la mafia non capisce perché in certi luoghi la povertà non è solo mancanza, ma governo alternativo.

La ricerca di Aziani e Calderoni ci consegna dunque una notizia meno semplice di quella apparsa nei titoli: le mafie non stanno soltanto uccidendo meno. Stanno usando l’omicidio in modo più selettivo dentro il mercato che oggi conta di più, quello della droga.

Non sparano necessariamente per mostrarsi a tutti. Sparano per farsi capire da chi deve capire. Non sempre cercano il terrore pubblico. Spesso cercano l’ordine criminale.

Ed è forse questa la parte più inquietante: la mafia non ha bisogno di apparire onnipotente quando riesce a essere funzionale. Non ha bisogno di dominare la scena pubblica quando può dominare il mercato. Non ha bisogno di sfidare apertamente lo Stato quando può governare pezzi di società che lo Stato ha già smesso di presidiare davvero.

Le mafie sparano meno in piazza. Ma non per questo pesano meno sulle piazze. Anzi: se l’omicidio diventa meno spettacolo e più amministrazione, allora il potere criminale ha fatto un passo avanti nella propria capacità di adattamento.

Il sangue non è scomparso, è soltanto diventato più selettivo senza far cessare la violenza, rendendola più funzionale. E la mafia non si è ritirata, ha semplicemente imparato, ancora una volta, a governare dove la società lascia spazio.

Foto Federica Zappalà Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Italy