A Pechino ricevono con tutti gli onori la leader dell’opposizione taiwanese. Pochi giorni dopo, al presidente di Taiwan chiudono il cielo. Se uno volesse capire come sta cambiando la strategia cinese verso l’isola, potrebbe partire da qui: non più soltanto minacce, manovre militari e retorica sulla riunificazione, ma una politica molto più fine e molto più tossica. Premiare chi tratta, umiliare chi resiste.
Il fatto delle ultime ore è semplice, e proprio per questo pesa. Il presidente taiwanese Lai Ching-te, in carica dal maggio 2024 e inviso a Pechino perché considerato un “separatista”, ha dovuto cancellare un viaggio in Eswatini, piccolo Stato dell’Africa australe e ultimo alleato diplomatico di Taipei nel continente africano.
A impedire il viaggio sono stati i dinieghi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar. Taipei sostiene che dietro ci sia stata una pressione cinese, anche economica; Pechino nega e dice che quei Paesi hanno semplicemente rispettato il principio di “una sola Cina”. Per Taiwan è la prima volta che un presidente deve annullare una visita per un blocco di questo tipo.
Detta così sembra una faccenda di rotte e autorizzazioni. In realtà è politica allo stato puro. Perché un sorvolo negato non è solo un aereo che non parte: è un capo di Stato che viene trattato come se la sua esistenza internazionale fosse una concessione revocabile. La Cina non ha bisogno di sparare un colpo per ricordare a Taiwan che il mondo, quando serve, può essere convinto a chiuderle persino l’aria sopra la testa.
Questo episodio, da solo, sarebbe già eloquente. Ma diventa molto più interessante se lo si mette accanto a quello che è successo pochi giorni fa. Il 10 aprile, il presidente cinese Xi Jinping ha ricevuto a Pechino Cheng Li-wun, presidente del Kuomintang, il maggiore partito d’opposizione di Taiwan.
Il Kuomintang, o Kmt, è la forza politica taiwanese storicamente più favorevole a mantenere rapporti più distesi con la Cina continentale rispetto al Partito democratico progressista di Lai. In quell’incontro Xi ha ribadito che Pechino non tollererà l’indipendenza di Taiwan e ha indicato proprio nel dialogo con il Kmt il canale utile per avvicinare l’isola alla “riunificazione”.
Due giorni dopo, il 12 aprile, la Cina ha annunciato dieci misure di incentivo rivolte a Taiwan: facilitazioni per il turismo, per alcune importazioni agroalimentari e ittiche, per i voli, e perfino per la circolazione di contenuti televisivi taiwanesi ritenuti “sani”.
Non a caso, Pechino ha presentato queste aperture come possibili a condizione di opporsi all’indipendenza taiwanese. Il Kmt ha accolto favorevolmente le misure; il governo di Taipei le ha lette come un tentativo di manipolazione politica travestito da buona volontà.
Messa in fila, la sequenza è quasi didattica. Prima Xi riceve l’opposizione taiwanese. Poi arrivano gli incentivi economici. Poi al presidente in carica viene fatto saltare un viaggio internazionale. In una mano c’è il bastone, nell’altra la carota. Solo che il vero bersaglio non è soltanto Taiwan come entità diplomatica.

Il vero bersaglio sono i taiwanesi, ai quali Pechino sta cercando di impartire una lezione politica elementare: con noi si può trattare, ma non tutti allo stesso modo. Chi accetta il linguaggio del “dialogo” viene premiato. Chi insiste a comportarsi da soggetto sovrano viene reso logisticamente fragile.
È qui che la strategia cinese sembra cambiare passo. Per anni l’immagine dominante è stata quella dei caccia intorno all’isola, delle esercitazioni militari, delle navi da guerra e delle minacce esplicite. Tutto questo resta, e Reuters ha riferito anche nelle ultime settimane di una pressione militare che non si è affatto allentata mentre Xi incontrava la leader dell’opposizione taiwanese.
Ma accanto alla pressione militare se ne sta consolidando un’altra, meno spettacolare e forse più insidiosa: la pressione selettiva. Non solo intimidire Taiwan, ma dividerla. Non solo dire che l’isola è sola, ma mostrare che alcuni taiwanesi hanno un canale con Pechino e altri no.
Questa è una strategia più sofisticata anche perché parla a pubblici diversi insieme. Parla al mondo, che viene invitato ad adattarsi all’idea che Taiwan sia un problema di cui conviene non occuparsi troppo.
Parla ai Paesi economicamente vulnerabili, ai quali basta un promemoria commerciale o finanziario per riallinearsi. E parla alla politica taiwanese, mostrando che la Cina non vuole soltanto piegare l’isola: vuole entrare nella sua dinamica interna, scegliere interlocutori, premiare disponibilità, alzare il costo della resistenza.
In questo senso il viaggio cancellato di Lai non è una notizia minore di diplomazia africana. È un piccolo manuale del potere contemporaneo. Una volta i rapporti di forza si esibivano con gli ultimatum. Oggi molto più spesso si amministrano con i transiti negati, i voli sospesi, i mercati aperti o chiusi, il turismo concesso, le importazioni sbloccate, i contatti ufficiali selezionati.
Il dominio non passa solo dai missili. Passa anche dagli slot, dai sorvoli, dalle dipendenze economiche, dai vantaggi concessi a chi si comporta bene. La geopolitica, sempre più spesso, somiglia a un ufficio permessi gestito dal più forte.
Per Taipei il rischio è evidente. Se questa linea prende piede, la Cina potrà continuare a negare legittimità al governo eletto di Taiwan senza rinunciare a coltivare rapporti con pezzi dell’isola che considera più utili o più trattabili. Una forma di isolamento che non punta solo a soffocare Taiwan dall’esterno, ma anche a ridisegnarla dall’interno.
E forse è proprio questo il passaggio più importante: Pechino non sta preparando solo le condizioni di un eventuale confronto con Taiwan. Sta cercando di costruire, molto prima della guerra, una gerarchia politica dentro Taiwan stessa



