Londra vieta per sempre il fumo ai nati dal 2009 in poi

Fumare fa male. Lo sappiamo tutti, anche noi che continuiamo a farlo con l’aria offesa di chi si sente perseguitato da un pacchetto da sette euro e da un polmone sempre meno collaborativo.

Il tabacco ammazza, costa, puzza, rovina denti, fiato, arterie e soprattutto quella modesta autostima che ti resta quando, sotto la pioggia, ti ritrovi a difendere con il corpo l’ultima sigaretta dal vento. Tutto vero. E proprio per questo sarebbe bello evitare di affrontare il problema in modo stupido.

La Gran Bretagna ha appena approvato in Parlamento il Tobacco and Vapes Bill, che ora attende il Royal Assent. La misura più celebre è quella intergenerazionale: sarà vietata la vendita di tabacco, prodotti da fumo erboristici e cartine a chi è nato dal 1° gennaio 2009 in poi.

In pratica, non si alza semplicemente l’età minima: si crea una generazione che, legalmente, non dovrebbe mai poter comprare sigarette. La legge si applicherà in Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord.

L’argomento sanitario è serio. Il governo britannico sostiene che il fumo resti la principale causa prevenibile di morte, disabilità e malattia nel Regno Unito, con circa 80.000 morti l’anno e un costo economico stimato di 21,8 miliardi di sterline per la società inglese; l’Office for National Statistics ha inoltre registrato nel 2024 circa 5,3 milioni di fumatori adulti nel Regno Unito, pari a circa il 10,6% della popolazione adulta.

Fin qui, nessuna ironia. Se uno vuole sostenere che fumare sia un atto di libertà, può farlo pure, ma resta una libertà che porta l’odore del catrame e della sala d’aspetto. Il punto non è difendere il tabacco. Il punto è chiedersi se una politica pubblica intelligente debba per forza parlare come un prefetto vittoriano che ha scoperto la pedagogia.

Perché questa legge ha dentro una fantasia molto britannica e molto contemporanea: l’idea che il vizio umano si possa accompagnare dolcemente verso l’estinzione per via legislativa, con una miscela di burocrazia, licenze, divieti progressivi e soddisfazione morale.

Non si vieta a tutti, che sarebbe brutale e politicamente costoso. Si sceglie una soluzione più elegante: si lascia in pace chi già fuma, e si costruisce una frontiera anagrafica dietro cui il tabacco diventa una specie di fossile legale. Tu, nato nel 2008, puoi ancora comprarti le tue Marlboro e tossire in pace. Tu, nato nel 2009, no. La nicotina resta identica, ma cambia cittadinanza.

Il governo la chiama “smokefree generation”. Che suona benissimo, naturalmente. Tutte le formule proibizioniste suonano benissimo quando vengono lucidate in inglese e servite con un buon apparato di buone intenzioni.

Però una formula bella non è ancora una politica adulta. Perché qui il problema non è soltanto se fumare faccia male — fa male — ma se lo Stato stia affrontando la dipendenza come una questione reale o come una vetrina morale.

La dipendenza, per definizione, non è un comportamento lineare. Non risponde bene ai discorsi puliti, ai rendering ministeriali e alle metafore sulla generazione protetta. Se uno inizia a fumare, spesso non lo fa dopo aver letto un white paper sulla combustione.

Lo fa per imitazione, nervosismo, miseria, posa, noia, gruppo, stupidità, disperazione leggera, adolescenza: cioè per tutte quelle cose da cui la specie umana non è mai stata seriamente guarita. Pensare di risolvere tutto tracciando una riga all’anagrafe ha un che di magnificamente amministrativo e di scarsamente antropologico.

Il disegno di legge, del resto, non si limita al tabacco. Introduce anche licenze per i rivenditori, registrazione, poteri regolatori su informazioni di prodotto, pubblicità e promozione, oltre a misure su smoke-free places, vape-free places e heated tobacco-free places.

È il classico momento in cui uno capisce che la salute pubblica è una cosa troppo importante per essere lasciata senza il conforto di una bella stratificazione di moduli, registri, sanzioni e categorie.

Naturalmente ci sono precedenti. La Nuova Zelanda aveva approvato nel 2022 il primo divieto intergenerazionale del fumo, salvo poi abrogarlo nel 2023 con il cambio di governo. Le Maldive hanno adottato una misura simile per i nati dal 2007 in poi.

Dunque non siamo davanti a un esperimento totalmente inedito, ma neppure a una politica già consolidata e vittoriosa. Diciamo che siamo nel punto esatto in cui la salute pubblica incontra il paternalismo e i governi si convincono di poter migliorare l’umanità per sottrazione.

La cosa più fastidiosa, in fondo, non è nemmeno il divieto. È il tono. Quel tono da superiorità igienica con cui una dipendenza concreta, sporca, miserabile e diffusissima viene trattata come se bastasse una buona architettura normativa per sterilizzarla.

Fumare fa male, certo. Ma anche essere stupidi fa male. E c’è qualcosa di un po’ stupido nel credere che una generazione sarà “libera dal fumo” semplicemente perché il tabaccaio, a un certo punto, dovrà chiedere l’anno di nascita con maggiore zelo.

Forse la legge funzionerà. Forse abbasserà davvero il numero di nuovi fumatori. Sarebbe una buona notizia, e non piccola. Ma una buona notizia sanitaria non trasforma automaticamente in capolavoro politico qualunque misura che la insegue.

Qui resta una domanda legittima: stiamo riducendo il danno oppure stiamo solo costruendo una nuova forma, molto rispettabile e molto ben confezionata, di proibizionismo per ceti governanti soddisfatti di sé?

Il tabacco continua a essere una porcheria. Su questo non c’è dibattito serio. Il dubbio riguarda altro: se nel combatterlo la politica britannica stia mostrando intelligenza strategica o quella particolare forma di zelo amministrativo che somiglia terribilmente alla virtù solo quando la si guarda da lontano.

Foto di Paolo Neo da Pixnio