di Federico Giusti ed Emiliano Gentili
Lo scenario economico farà i conti con lo scoppio della guerra contro l’Iran, con l’aumento dei costi del greggio e della inflazione e con i conseguenti rincari generalizzati dei prezzi al consumo. Molto dipenderà dalla durata del conflitto: se questa guerra si prolungherà gli effetti sull’economia mondiale potrebbero essere rilevanti, anche nello specifico su quella europea.
La chiusura temporanea dello Stretto di Hormuz ha già provocato l’aumento del prezzo del petrolio e del gas e sicuramente intaccherà la crescita del commercio mondiale di beni – il che, a sua volta, potrebbe anche comportare una riconfigurazione dei flussi commerciali mondiali.
Per quanto riguarda gli USA, le stime sulla crescita per il 2026 dovrebbero di poco superare quelle del 2025 (essendo appena sopra il 2%). È vero che si tratta di un paese produttore di materie prime e fonti energetiche, ma è allo stesso tempo vero che gli USA devono fare i conti con una netta crisi occupazionale: durante la presidenza Trump i posti creati sono stati maggiori di quelli distrutti e difatti il tasso di occupazione è passato dal 60,4% del marzo 2023 al 59,2% del marzo di quest’anno.1 Le tensioni “geopolitiche” potrebbero dunque esacerbare gli animi della popolazione anche negli Stati Uniti, soprattutto se per via dell’inflazione diminuirà il potere d’acquisto dei salari.
La guerra in Iran ha poi un forte impatto sulle prospettive di crescita delle economie emergenti, per le quali il fabbisogno di approvvigionamento energetico risulta in continua crescita. Pertanto la ridotta capacità estrattiva dei paesi del Golfo e il blocco delle merci transitanti per Hormuz sono un potenziale fattore di crisi anche per questi paesi.
Altri Stati, produttori di petrolio ma lontani dal Golfo, come ad esempio Nigeria e Russia, potrebbero invece almeno in parte beneficiare di questa situazione.

Fin qui nulla di nuovo o di sconosciuto agli analisti, mentre gli effetti di medio e di lungo periodo sui paesi UE, la cui sorte futura potrebbe dipendere in buona parte dalla capacità della Germania di risollevarsi dalla stagnazione degli ultimi anni, sono maggiormente dibattuti. Proprio la Germania, per inciso, beneficiando di un grande stimolo fiscale sta affrontando un importante sforzo bellico dal quale spera di trarre vantaggi consistenti, anzitutto per le esportazioni.
A chi conviene allora il prolungamento del conflitto? Non di certo alle popolazioni dei paesi asiatici ed europei e men che meno a quella italiana. I consumi delle famiglie italiane del resto vanno rallentando e i dati economici non sono buoni: gli effetti della guerra si faranno sentire, se perfino le più modeste previsioni di crescita vengono ritoccate al ribasso per via della spirale inflazionistica provocata dalle guerre.
Forti preoccupazioni arrivano anche da Confindustria, che ha redatto un Rapporto su di uno scenario base che prevedeva la fine del conflitto per il mese di marzo.2 In questo documento è scritto che il reddito reale disponibile del totale delle famiglie in Italia, corretto per la dinamica dei prezzi e per la tassazione, ha registrato un forte aumento nel 2025: +3,1% tendenziale nel 3° trimestre; +6,1% rispetto al livello del 2019. Ciò però non si è tradotto in un pari aumento dei consumi, cresciuti solo del +0,8% tendenziale nel 4° trimestre 2025. Due i motivi: è cresciuta molto l’incertezza, a livelli superiori a quelli della pandemia – e, di solito, ciò determina un aumento della propensione al risparmio delle famiglie; il reddito totale è cresciuto in buona parte perché sono saliti molto i redditi finanziari, percepiti prevalentemente dalle famiglie più abbienti, che hanno maggiore ricchezza finanziaria e una minore propensione al consumo. Quindi la quota di reddito risparmiata è cresciuta anche per un “effetto di composizione” tra famiglie. Non stupisce, allora, che i dati degli ultimi anni sul potere d’acquisto dei salari siano negativi: -7,1% nel biennio 2022-2023, +2,3% nel 2024-2025 e soltanto un +0,1% di previsione per l’anno corrente.
Per quanto concerne l’export italiano di beni e servizi, dopo due anni di calo nel 2025 si torna in positivo (+1,2%), superando le attese – condizionate dai dazi USA e dall’incertezza geopolitica. L’export netto,3 comunque sia, è risultato ampiamente negativo. Per il futuro si prevede che «nella prima parte del 2026 gli scambi subiranno gli effetti a catena del conflitto in Iran: rallentamento della domanda mondiale, calo della fiducia, balzo delle quotazioni energetiche e dei costi di trasporto, aumenti dei prezzi di materie prime e altre forniture dall’estero».4 Nello scenario baseline (che si basava, come dicevamo, sulla fine del conflitto a marzo), la crescita delle esportazioni italiane frenerà al +0,6% nel 2026, mentre nel 2027 è attesa risalire al +1,8%, ossia su livelli comunque bassi rispetto a quelli pre-pandemia. Il contributo dell’export netto alla crescita del PIL resterà negativo nel 2026 e tornerà appena positivo solo nel 2027. Le tensioni internazionali potrebbero inoltre vanificare, tramite i rincari, gli investimenti italiani ed europei in ricerca e sviluppo.
In conclusione, non è sufficiente la stabilità politica quando il quadro economico presenta dati non positivi: da qui l’idea sempre più diffusa che i parametri politico-economici della UE non siano adeguati a superare una crisi di lungo corso, strutturale, per cui le deroghe al Patto di Stabilità e Crescita per le spese militari potrebbero in futuro essere estese ad altri settori-chiave dell’economia.
1 Fonte: tradingeconomics.com
2 Cfr. Centro Studi Confindustria, Guerre, dazi, incertezza: a rischio la crescita, Marzo 2026.
3 Differenza tra esportazioni e importazioni.
4 Centro Studi Confindustria, op. cit., p. 9.
di Federico Giusti ed Emiliano Gentili



