C’è un modo semplice per capire se un fenomeno sta cambiando natura: non guardare solo quanti episodi produce, ma che tipo di episodi produce. Il Rapporto annuale 2025 dell’Osservatorio antisemitismo della Fondazione CDEC descrive proprio questo passaggio: un antisemitismo che cresce ancora in volume, ma soprattutto si ispessisce, diventa più esplicito, più quotidiano, più “socialmente praticabile”.
Il dato di sintesi è netto: nel 2025 l’Osservatorio ha selezionato 963 episodi di antisemitismo a fronte di 1.492 segnalazioni ricevute. È circa +10% rispetto al 2024 (877 episodi), +100% sul 2023 (455) e +400% sul 2022 (241).
Ma il Rapporto insiste su un punto che vale più di una curva: gli atti più gravi aumentano più degli altri. Le discriminazioni raddoppiano e le aggressioni fisiche esplodono in proporzione.
Questo rende il 2025 un anno “politico”, non solo statistico. Perché quando crescono le discriminazioni e le aggressioni, non stiamo più parlando soltanto di linguaggio: stiamo parlando di accesso ai servizi, libertà di movimento, libertà di mostrarsi.
La frattura: da “odio online” a clima sociale
Il Rapporto separa chiaramente due piani. Il primo è quello digitale: 643 episodi riguardano l’antisemitismo in rete. E qui non c’è soltanto il solito elenco di “commenti d’odio”: l’Osservatorio mostra come il web sia diventato un ambiente di addestramento al pregiudizio, con linguaggi riconoscibili, simboli condivisi, meme ricorrenti, segnali in codice (i “dog whistle”) che permettono di dire cose violentissime in modo apparentemente allusivo.
Il Rapporto cita esplicitamente l’uso di emoji e numeri come gufo, polpo, 109, 14/88, le triple parentesi “(((cognome)))”, il triangolo rosso, ecc., dentro subculture digitali che rendono l’odio “giocabile” e replicabile.
Il secondo piano è quello fisico: 320 episodi sono avvenuti “nel mondo reale”, e la loro composizione dice molto del clima: 18 aggressioni fisiche, 103 graffiti, 59 discriminazioni, 43 minacce, 11 vandalismi (oltre a diffamazioni/insulti offline).
Il Rapporto aggiunge un dettaglio metodologico importante, spesso rimosso nel dibattito pubblico: c’è un problema strutturale di sottodenuncia (under-reporting). È più facile che emerga un’aggressione o un vandalismo; molto meno che vengano denunciati insulti, pressioni, esclusioni. Quindi ciò che vediamo è una parte del fenomeno.
In pratica: il web non è un “altrove” e la strada non è un “resto”. I due piani si alimentano. L’Osservatorio lo scrive chiaramente quando spiega che molti casi “offline” diventano online e viceversa: campagne di odio nate sul web che poi si materializzano, oppure episodi fisici fotografati e rilanciati, o discorsi pubblici poi amplificati dalle piattaforme.
Che cosa muove l’onda: Israele come “grande trasferimento” dei miti antiebraici
Il Rapporto non usa giri di parole sulla matrice prevalente del 2025: l’antisemitismo “legato a Israele”, cioè il trasferimento di miti classici antiebraici sullo Stato di Israele e sul “sionismo” (termine spesso usato in modo distorto e totalizzante).
Questa parte è cruciale perché evita due errori opposti che oggi intossicano la discussione:
l’errore di negare che esista antisemitismo quando si parla di Israele;
l’errore speculare di etichettare come antisemitismo qualsiasi critica politica a Israele.
L’Osservatorio dichiara di basarsi sulla definizione operativa IHRA e ricorda un passaggio che nel dibattito mediatico scompare spesso: “le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro Paese non possono essere considerate antisemite”.
Detto questo, il Rapporto mostra che nel 2025 una parte enorme del discorso “anti-Israele” non è critica politica ma riproposizione di topoi: accusa del sangue, disumanizzazione, fantasie di crudeltà, complotti, fino a narrazioni “aberranti” come il traffico di organi o l’equivalenza strutturale Israele=nazismo.
E questo, sottolinea il Rapporto, produce un effetto sociale concreto: gli ebrei diventano “rappresentanti collettivi” di un male assoluto, e così la violenza verbale contro un gruppo indistinto viene normalizzata.

I picchi: quando il calendario civile diventa detonatore
Uno dei passaggi più utili del Rapporto è la descrizione dei momenti “caldi”, perché consente di legare i dati alla cronaca senza inseguire l’episodio singolo.
Nel 2025, scrive l’Osservatorio, ci sono picchi in coincidenza con la guerra Israele-Iran (indicata come momento di forte incremento), con la missione della Global Sumud Flotilla (estate), con giornate di solidarietà per Gaza (settembre-ottobre) e con le rotture di tregua nel conflitto.
E c’è un dettaglio che “aggancia” direttamente l’attualità di inizio 2026: il Rapporto nota che anche le Olimpiadi Milano-Cortina hanno già fatto emergere episodi di antisemitismo nel passaggio d’anno, segno che il fenomeno non si spegne con una tregua o con la fine di un ciclo mediatico.
Questa dinamica spiega perché il Rapporto non parla solo di odio ma di politicizzazione del calendario civile: Giorno della Memoria, 25 aprile, manifestazioni, eventi sportivi con squadre israeliane.
È qui che l’antisemitismo smette di essere una “devianza marginale” e si trasforma in conflitto per l’egemonia simbolica: chi decide cosa significa la Memoria? chi decide chi può parlare? chi decide chi è “legittimo” nello spazio pubblico?
Non a caso la Presentazione del Rapporto cita l’allarme sulla strumentalizzazione della Shoah e richiama un passaggio del discorso di Liliana Segre al Quirinale (27 gennaio 2026): si può parlare di Gaza, Iran, Ucraina, Sudan, ma non usare Gaza “contro” il Giorno della Memoria, oscurandolo e invertendo la Shoah.
Il salto qualitativo: discriminazioni e aggressioni
Se il cuore del 2025 fosse solo online, potremmo cavarcela con la solita polemica su moderazione e piattaforme. Ma il Rapporto insiste proprio sul contrario: il salto è nella materialità.
Nel 2025 gli atti discriminatori diventano “numero record” (61 nel Rapporto). Non si tratta di “opinioni”: si tratta di persone respinte da ristoranti o alberghi, servizi negati, pressioni in luoghi di cura, episodi che coinvolgono insegnanti e bambini, campagne di boicottaggio costruite in modo identitario (“sionisti”, “ebrei”) più che politico.
E poi ci sono le aggressioni fisiche: 18 casi nel 2025, contro 8 nel 2024 e 2 nel 2023. Il Rapporto entra anche nella composizione degli autori (in 12 casi su 18 indica un’origine nordafricana e/o seconde generazioni; in 3 casi studenti universitari italiani; poi un rumeno, uno svizzero e un ignoto).
È materiale delicato e va letto per quello che è: non una “tesi” sociologica definitiva, ma una fotografia dei casi registrati dall’Osservatorio, dentro un fenomeno che resta sottodenunciato e quindi parziale.
Il punto, però, è un altro: quando aumentano le aggressioni e le discriminazioni, aumenta la quota di cittadini che modificano i comportamenti. Il Rapporto collega questa dinamica alla difficoltà di manifestare la propria identità (kippah, ebraico, stella di David, cognome riconoscibile) senza rischi di marginalizzazione o aggressione.
“Sionisti” come categoria morale: la fabbrica del bersaglio
Un aspetto originale del Rapporto è la ricostruzione di come certe parole diventino dispositivi: non descrivono, producono un nemico. “Sionista” viene mostrato come termine-contenitore in cui confluiscono accuse di razzismo, crudeltà, complotto, dominio, e che consente una generalizzazione utile alla demonizzazione: non discuti più una politica, colpisci un’essenza.
Questa cornice rende comprensibile un fenomeno che altrimenti sembra incomprensibile: perché il bersaglio non è solo “la figura nota”. L’Osservatorio scrive che le vittime principali non sono più solo nomi pubblici: vengono colpiti privati cittadini, famiglie, studenti, lavoratori, turisti.
E segnala in modo specifico la dinamica delle “shitstorm” contro Liliana Segre: ogni notizia su di lei può scatenare ondate di centinaia di post violenti e volgari.
In altre parole: l’antisemitismo non è più confinato a gruppi riconoscibili; entra come rumore di fondo in spazi ordinari, e proprio per questo diventa più difficile da isolare e più facile da normalizzare.
Il dato che fa paura: 14% favorevole all’espulsione degli ebrei
Tra tutte le cifre, il Rapporto segnala come particolarmente inquietante quella che viene da un sondaggio citato: il 14% degli italiani concorderebbe con l’ipotesi di “espellere tutti gli ebrei dall’Italia”.
È un indicatore che sposta il problema dal piano della cronaca al piano del patto democratico: quando un segmento non marginale di opinione pubblica considera pensabile l’espulsione di una minoranza, non siamo più nell’area del “commento tossico”, ma in una crisi culturale e civica.
Che cosa fare: il Rapporto non si ferma alla diagnosi
Il documento non si limita a contare. Descrive reti e strumenti: collaborazione con UCEI, UNAR, OSCAD e il Coordinatore nazionale, e partecipazione a network europei per il contrasto all’antisemitismo attraverso educazione, formazione e pratiche condivise.
E dedica una parte alle “buone pratiche” e ai possibili interventi (educazione, advocacy, reti di supporto), cioè al livello in cui una società decide se vuole trattare l’antisemitismo come emergenza episodica o come fenomeno strutturale.
Qui sta la chiave per legarlo all’attualità senza inseguire l’ultim’ora: nel 2026 l’Italia si muove in un contesto di polarizzazione internazionale e guerre che producono riverberi interni, e il Rapporto mostra come questi riverberi si traducano in bersagli domestici.
Il nodo non è “importare” il conflitto, perché il conflitto mediatico e simbolico è già qui; il nodo è se le istituzioni, la scuola, le piattaforme e i media vogliono riconoscere il passaggio di fase: dal pregiudizio come residuo al pregiudizio come costume.



