La retorica degli eroi e il declino del confronto

Beato il paese che non ha bisogno di eroi, diceva Bertolt Brecht. Specialmente, aggiungiamo noi, per l’uso che se ne fa. In particolare nell’Italia di oggi. Un Paese esangue, in declino economico e demografico, che si ostina a riprodurre gli stessi modelli di comportamento, in particolare in politica.

E li legittima facendo riferimento, con qualche forzatura, alle figure del passato, senza minimamente compiere lo sforzo di relativizzare, contestualizzare, e provare a compiere un passo in avanti, che consentano di rapportarsi alla cornice socio-politica attuale.

Un atteggiamento che, lungi dal risolvere le questioni più pressanti, in realtà, si prefigge l’obiettivo di un’autolegittimazione con la finalità di ottenere una rendita di posizione pubblica, che si traduce in una costante esposizione e popolarità mediatica, che non sempre vanno a braccio con accurate valutazioni dei fenomeni che ci si vanta di conoscere.

Nel contesto della magistratura, questo modo di fare, appare molto diffuso. In particolare, le recenti uscite del Procuratore della Repubblica di Napoli, Nicola Gratteri, che avrebbe tirato in ballo una presunta intervista di Giovanni Falcone, poi rivelatasi inattendibile, per motivare il suo no al referendum sulla magistratura di prossimo svolgimento, esemplificano questo schema.

Ci riferiamo a un modo di procedere articolato su due piani: il primo è quello di inserirsi all’interno dei problemi che attraversano la società italiana utilizzando la propria posizione pubblica, per poi debordare in una spettacolarizzazione del proprio operato. Il secondo livello, invece, consiste nel nascondersi dietro la memoria di un personaggio pubblico del passato, attinente allo stesso campo di azione, per giustificare il proprio operato.

Nessuno mette in discussione lo zelo, la motivazione, la convinzione della persona in oggetto rispetto alla criminalità organizzata. Il problema è che a volte, la spinta verso il fare, bisognerebbe calibrarla sulla base dei riscontri empirici a propria disposizione. Da oltre un ventennio, sul fronte dell’antimafia, le cose in Italia non stanno così.

Magistrati che fanno del loro ruolo pubblico lo strumento per lanciare crociate, organizzazioni non governative che, in nome del loro impegno e della possibilità di ottenere fondi pubblici per il loro progetto, ripetono gli stessi mantra, pubblicisti che pretendono di ottenere credibilità attraverso lavori approssimati. Ma che fanno leva, come negli altri due casi, sulla rilevanza pubblica del tema in oggetto e sul panico morale che suscita presso il pubblico.

Le conseguenze, per il dibattito attorno al fenomeno, la sua conoscenza approfondita, il contrasto, le libertà civili, sono nefaste. Da anni, per esempio, non si può mettere in discussione il regime detentivo 41 bis, il cui uso è stato condannato da organismi internazionali, senza incorrere nel rischio di essere additati come filo-mafiosi, o fiancheggiatori delle organizzazioni criminali.

“Nicola Gratteri” by Niccolò Caranti is licensed under CC BY-SA 3.0.

Un destino analogo attende chiunque provi a mettere in discussione le politiche proibizioniste in materia di stupefacenti, a cui viene altresì appioppata l’etichetta di corruttore della gioventù. Eppure, il fallimento delle politiche di emergenza, quello della criminalizzazione del possesso e del consumo di sostanze, sono sotto gli occhi di tutti.

Basterebbe analizzarli in profondità per assumere consapevolezza del bisogno di cambiare rotta. Solo che ormai i ruoli sono consolidati, i mantra degli alfieri del proibizionismo e dei regimi speciali sono diventati parole d’ordine, nel solco del populismo penale che fa di legge e ordine la sua cifra.

Quindi ci tocca ad assistere a discussioni sterili, che gravitano attorno a pubblicazioni che non fanno altro che richiamarsi vicendevolmente, diventare successi editoriali, creare un genere pop che non ha alcuna attinenza con la realtà, ma che serve a creare opinion-makers di cartello.

Allo stesso modo, tocca assistere a periodiche retate, arresti di massa che sgominerebbero pericolose reti criminali, salvo rivelarsi, nel medio termine, veri e propri fuochi di paglia destinati a sgonfiarsi in istruttoria.
Quanto al farsi scudo coi nomi illustri, si tratta di una tendenza che non è diffusa solo sul fronte anti-mafia, ma che pervade tutta la società italiana. Non si tratta di un modo corretto di procedere.

Innanzitutto, perché Berlinguer, Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa, sono personaggi vissuti in un’altra epoca, all’interno di un contesto socio-politico completamente diverso rispetto a quello attuale, per cui non si sa cosa penserebbero e cosa farebbero adesso. In secondo luogo, perché, in quanto personaggi storici, andrebbero sottoposti a vaglio critico. Sull’azione anti-terrorismo del generale Dalla Chiesa, per esempio, le riserve continuano ad essere molte.

Lo stesso potremmo dire di Berlinguer, rispetto alla sua politica dei sacrifici, alla linea della fermezza durante il sequestro Moro, il suo ruolo attivo nella repressione del movimento del ’77, che parte dai carri armati a Bologna e arriva al 7 aprile, con l’antecedente della Legge Reale. Quanto a Falcone e Borsellino, si distinguevano, in particolare il primo, per lo scetticismo con cui procedevano nelle loro indagini.

E anche se avevano cominciato ad indagare in certe direzioni, non vuol dire che, se fossero rimasti vivi, l’esito della loro azione giudiziaria sarebbe andato nella direzione proposta dai pasdaran antimafia di oggi. Infine, trincerarsi dietro nomi famosi, equivale a non volere assumersi in prima persona la responsabilità delle proprie scelte, nel maldestro tentativo di ridurre i propri margini di errore.

Sarebbe ora di lasciare in pace gli eroi, e di evitare di crearne di quelli fatti di carta. E di volgersi, piuttosto, alla mobilitazione collettiva.

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