La mobilità sanitaria non è più un fenomeno marginale né un fatto “di costume” (“vado dove mi trattano meglio”): è un ingranaggio stabile del Servizio sanitario nazionale, con effetti economici e politici misurabili. Ce lo dice Agenas (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali), con i suoi ultimi dati pubblicati sulla mobilità sanitaria in Italia. Nel periodo pre-Covid la spesa annua legata ai ricoveri fuori regione si attestava attorno ai 2,8 miliardi di euro.
Dopo la frenata della pandemia, nel 2023 il fenomeno è tornato a crescere: l’indice di fuga (quota di ricoveri effettuati in una regione diversa da quella di residenza) ha raggiunto 8,69%, il valore più alto della serie considerata.
Non tutta la mobilità è “scelta”: la parte su cui si può intervenire
Un punto cruciale è distinguere la mobilità inevitabile da quella “governabile”. Una quota è casuale (urgenze e contingenze), una è apparente (domicilio reale diverso dalla residenza anagrafica), ma la parte che pesa davvero è la mobilità effettiva: quella che dipende dalla capacità dei sistemi regionali di offrire servizi adeguati, tempi ragionevoli e fiducia. Nel 2023 la mobilità effettiva vale circa 2,3 miliardi di euro e 536 mila ricoveri, cioè la parte largamente prevalente del fenomeno ospedaliero.
Qui si inserisce il dato che rende la mobilità anche un tema industriale: la quota principale si svolge nel privato accreditato, che assorbe circa il 68% della spesa della mobilità effettiva e il 62% dei ricoveri. E dentro la spesa passiva, una fetta consistente è rappresentata dai ricoveri ad alta complessità diretti verso il privato accreditato: circa 872 milioni.
Detto in modo semplice: non si spostano solo pazienti, si spostano risorse, e spesso lungo filiere sanitarie dove il privato è un attore determinante.
La patologia che fa muovere di più: l’ortopedia (e ciò che sta intorno)
Un altro elemento smonta molte narrazioni consolatorie: la mobilità non riguarda soltanto eccellenze rare o interventi “impossibili a casa”. La categoria clinica che traina maggiormente i flussi è quella dei disturbi dell’apparato muscolo-scheletrico e connettivo, che vale circa un terzo della mobilità ospedaliera. È la mobilità delle liste d’attesa, della chirurgia programmata, della riabilitazione: la parte più “quotidiana” della medicina che, quando non funziona, spinge a partire.

La mappa economica: chi attrae e chi perde
Quando si passa dai racconti ai saldi economici, la geografia si fa netta. Nel 2023 la Lombardia registra un saldo positivo di circa +383,3 milioni. Sul lato opposto, tra i deficit più marcati si trovano Sicilia (-211,3 milioni), Calabria (-191,8 milioni) e Campania (-139,6 milioni).
Anche in termini di “potenza attrattiva”, un dato sintetizza il punto: Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto concentrano da sole circa il 57% dei ricoveri in mobilità attiva (e quindi dei ricavi collegati). È la prova che non siamo davanti a un insieme di scelte individuali disperse, ma a un sistema che si organizza per polarizzazioni.
Quanto vale, in media, un ricovero fuori regione
Non conta solo quanti si spostano, ma quanto “valgono” le prestazioni scambiate. Nel 2023 il valore medio nazionale di un ricovero in mobilità attiva è di 4.444 euro (con un picco in Lombardia a 4.935). Per la mobilità passiva la media è 4.319 euro (con un massimo nella Provincia autonoma di Bolzano di 4.870). Questo spiega perché anche variazioni relativamente contenute nei volumi possono generare differenze economiche importanti.
I grandi attrattori: dove finiscono casi e risorse
Nel quadro dei poli attrattivi emergono strutture che drenano volumi e risorse con una forza significativa. Sul piano dei numeri, l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù è tra i primi per ricoveri in mobilità attiva (17.457). Sul piano economico, tra gli esempi più citati di attrazione di risorse figurano l’Istituto Clinico Humanitas (Rozzano) (circa 63 milioni) e il Policlinico Gemelli (circa 54 milioni).
Non solo ricoveri: la mobilità “da ambulatorio”
La mobilità non passa soltanto per il letto ospedaliero. Nella specialistica ambulatoriale la propensione è più bassa: nel 2023 si tratta del 2,42% delle prestazioni. Ma anche qui i flussi incidono sui bilanci e raccontano squilibri territoriali.
Quanto all’erogazione, la specialistica in mobilità è svolta in media per il 61,9% dal pubblico e per il 38,1% dal privato. In alcune aree, però, il privato diventa prevalente: ad esempio in Terapia (circa 59,3%) e Riabilitazione (circa 60,3%).
Sul fronte “fuga” ambulatoriale, i valori più elevati si registrano in Molise (12,61%), Calabria (7,42%) e Valle d’Aosta (6,57%); tra i più bassi compaiono Lombardia (1,22%), Toscana (1,44%) ed Emilia-Romagna (1,71%). Anche qui la polarizzazione è evidente.
Il nodo politico: non è un viaggio, è una redistribuzione permanente di capacità
Chiamarla “migrazione” è già una scelta narrativa: suggerisce libertà, desiderio, preferenza. Ma i numeri dicono che, in molte aree del Paese, la mobilità somiglia a una correzione strutturale del sistema: dove l’offerta è debole o lenta, la domanda si sposta; e le risorse seguono la domanda, rafforzando chi è già forte.
Per le regioni più fragili, e per quelle che vivono vincoli di piano di rientro, il saldo negativo non è un dettaglio contabile: è un freno che si autoalimenta. Non perché “mancano le eccellenze”, ma perché manca la tenuta delle prestazioni ordinarie che costruiscono fiducia: tempi, presa in carico, continuità, riabilitazione, programmazione.
Numeri chiave:
Spesa annua pre-Covid per mobilità ospedaliera: ~2,8 miliardi
Indice di fuga 2023: 8,69%
Mobilità effettiva 2023: 2,3 miliardi e 536 mila ricoveri
Privato accreditato nella mobilità effettiva: 68% della spesa, 62% dei ricoveri
Prima area clinica: muscolo-scheletrico ~33%
Saldi 2023: Lombardia +383,3 mln; deficit più marcati Sicilia -211,3, Calabria -191,8, Campania -139,6



