Aggiornato alle 23:45 dell’11 gennaio 2026
L’Iran è entrato in una fase che non è più un semplice “disordine interno”. La protesta è diventata una sfida politica e il regime ha risposto come fanno i regimi quando temono di perdere il controllo: non solo con la forza, ma con l’oscuramento.
Il blackout delle comunicazioni – internet, telefonia, accesso alle piattaforme – non è un dettaglio tecnico. È parte integrante della repressione: serve a impedire il coordinamento, a spezzare la fiducia reciproca tra i manifestanti e, soprattutto, a rendere meno verificabile ciò che accade nelle strade, nelle caserme, nelle carceri.
Questa è la prima chiave per leggere ciò che sta succedendo: la violenza non è un incidente, è un metodo; e la censura è lo strumento che consente alla violenza di agire senza testimoni. Nel momento in cui un potere interrompe deliberatamente la possibilità di documentare, sta dicendo che il suo problema non è l’ordine pubblico, ma la trasparenza. Sta dicendo che teme più di lasciare le prove del suo volto criminale che della protesta stessa.
La criminalità politica del regime degli ayatollah non sta nelle opinioni, ma nelle pratiche
La repressione si è presentata come uso letale della forza contro le manifestazioni, con arresti su larga scala, intimidazioni dei familiari, minacce esemplari in sede giudiziaria. La logica è nota: aumentare il costo del dissenso fino a renderlo insostenibile. A rendere il quadro ancora più grave è la presenza, nel repertorio iraniano, della pena capitale come arma di governo.
Non solo come punizione, ma come deterrenza politica, come annuncio pubblico destinato a spezzare la speranza. In questo contesto il blackout non è un accessorio: è ciò che consente all’apparato repressivo di operare “a porte chiuse”, riducendo la capacità di verifica esterna e la pressione internazionale. Siamo davanti al conflitto tra una società che prova a farsi vedere e un potere che, per sopravvivere, prova a renderla invisibile.
Gli scenari possibili
L’ipotesi al momento meno auspicabile ma ancora probabile è la repressione a tenaglia e il congelamento della rivolta, che si verifica se il regime riesce a combinare blackout prolungato, arresti mirati, pene esemplari e frammentazione territoriale delle proteste. La rivolta non “finisce”: si ritira, si disperde, diventa sotterranea. Il regime paga un prezzo in legittimità, ma guadagna tempo con la paura.
Se invece la mobilitazione si stabilizza e si trasforma in disobbedienza diffusa, la vera variabile diventa la tenuta degli apparati: polizia, guardie rivoluzionarie, burocrazia, catene economiche. Qui il passaggio decisivo non è la piazza in sé: sono gli scioperi, la paralisi di settori strategici, la rottura di pezzi di consenso. È lo scenario che il regime teme di più perché richiede la fedeltà costante di chi deve reprimere.
Resta naturalmente molto concreta una possibile escalation esterna. Le dichiarazioni di disponibilità ad “aiutare” dall’estero, e l’eventualità di un intervento anche limitato degli Usa di Trump o l’Israele di Netanyahu, hanno un doppio effetto potenziale e spesso contraddittorio. Da un lato possono intimidire il regime o spingerlo alla prudenza; dall’altro possono offrirgli la giustificazione perfetta per militarizzare la crisi e presentare la rivolta come “complotto straniero”.
In molti casi la minaccia esterna rafforza la repressione interna, perché trasforma il dissenso in questione di sicurezza nazionale. È lo scenario che rischia di far pagare il prezzo più alto ai civili, qualunque sia l’intenzione dichiarata.

Non si può escludere nemmeno la negoziazione di un uscita di scena degli elementi più estremisti e criminali del regime in cambio di piccoli allentamenti della pressione sui civili, pacchetti economici, liberazioni selettive, messaggi di “normalizzazione” per dividere il fronte e spegnere l’urgenza. Il suo limite è strutturale: un potere che vive di controllo totale concede solo ciò che non mette in discussione il comando.
L’opzione Pahlavi: il rischio di una scorciatoia che cambia la natura della rivolta
Dentro questo quadro si colloca un elemento che sta guadagnando visibilità: l’appello dell’ex principe ereditario Reza Pahlavi, in esilio, che invita a proseguire le proteste e a trasformarle in occupazione simbolica e controllo di pezzi di città, accompagnando il tutto con riferimenti alla bandiera pre-1979.
Pahlavi può diventare, per una parte della diaspora e per alcuni settori interni, un simbolo di “alternativa immediata” e di rottura radicale. Ma la sua centralità comporta dei rischi concreti. Su tutti quello di offrire al regime un bersaglio propagandistico perfetto. Trasformare la rivolta in “restaurazione” consente di delegittimarla come nostalgia élitaria o come operazione telecomandata.
Non solo: sposta la crisi dal terreno dei diritti e delle libertà al terreno identitario, dividendo un fronte che, finché resta civico e pluralista, è più difficile da spezzare. Inoltre, come segnalavamo in precedenza, apre la porta a un sostegno esterno “personalizzato”, cioè alla tentazione di sostituire un regime con un altro tramite un investitura dall’esterno. Ipotesi che trasformarebbe una rivolta sociale in una transizione eterodiretta, alimentando la dipendenza geopolitica e preparando nuove fratture.
In altre parole: l’ipotesi di un ritorno forzato, o di una legittimazione internazionale accelerata di un “uomo della soluzione”, può sembrare un modo per uscire rapidamente dall’incubo. Ma sarebbe un modo quasi certo di cambiare la natura della crisi e renderla più violenta, più militarizzata, meno autonoma.
Come aiutare un popolo senza sostituirlo nella sue scelte
Resta la domanda più difficile: se un regime opprime e uccide, rispettare la sovranità nazionale non rischia di significare abbandono? Sì, può significarlo. Ma anche la scorciatoia opposta – l’intervento armato o la sostituzione dall’esterno – può significare espropriazione e nuova dipendenza. Uscire da questa trappola richiede una distinzione netta: aiutare non deve diventare sostituire.
Un aiuto coerente con i diritti non coincide con “cambiare regime” dall’esterno. Coincide con il rendere più costosa la repressione e più praticabile la libertà senza imporre un sovrano alternativo. Questo vuol dire, concretamente una pressione mirata sugli apparati responsabili della violenza e strumenti contro le reti finanziarie delle élite.
Il contrasto alle tecnologie di sorveglianza, ad esempio, unito al supporto ai canali di informazione indipendente è una strada da seguire. Con protezioni e visti per i perseguitati; raccolta di prove e meccanismi di responsabilità giudiziaria. Questo avrebbe il vantaggio di non trasformare la liberazione in occupazione.
La lezione delle manifestazioni contro il regime
Alla fine, la misura più onesta è semplice: qualsiasi mossa – interna o esterna – che aumenta la capacità dei cittadini di contare, parlare, organizzarsi e sopravvivere va nella direzione giusta. Qualsiasi mossa che li sostituisce, li militarizza o li riduce a pedine di una partita più grande, prepara soltanto un altro ciclo di dominio.



