Trump e la dottrina del pizzo

Trump e la sua amministrazione di gangster governano come fanno i mafiosi: minacciano, incassano, puniscono. È la versione presidenziale del pizzo. Dopo Maduro il messaggio è diventato esplicito: non basta colpire un regime, bisogna decidere il dopo, mettere le mani sulle leve vere—potere, soldi, risorse—e far capire che chi non si allinea verrà “corretto”. Maduro e i suoi accoliti, altri gangster di una cosca perdente, possono anche finire dove meritano. Ma il punto è un altro: il metodo è mafioso, perché usa la forza come un avvertimento e la politica come riscossione.

Colombia, Messico e Cuba sono pretesti per i quali ogni volta cambia la scusa—droga, migranti, sicurezza—ma la struttura è sempre la stessa: “o fate come dico io, o vi faccio vedere cosa succede”. È, appunto, la lingua dei mafiosi. Ultima arriva la Groenlandia. Qui cade completamente la maschera usata contro Maduro. La Groenlandia è la prova che il bersaglio non è il dittatore di turno, ma l’idea stessa che esistano limiti. Se arrivi a minacciare un pezzo d’Occidente legato a un alleato Nato, è evidente che non stai combattendo il male, ma che sei tu il male.

Questa è la dottrina del racket: non serve conquistare tutto, basta far capire che puoi farlo. E allora “pagare” significa basi militari, accessi esclusivi, risorse minerarie da rapinare, obbedienza politica. In cambio ti “proteggono”. Se non paghi, arriva l’esempio punitivo.

Il pizzo, però, ha un difetto strutturale: non crea ordine, crea risentimento. E il risentimento non costruisce alleanze; costruisce vie di fuga, contromisure, distanza. Una superpotenza può ottenere obbedienza a colpi di intimidazione, per un po’. Ma nel momento in cui per farsi ascoltare deve comportarsi da mafia, ha già confessato la sua debolezza: non guida più, riscuote. E chi riscuote, prima o poi, scopre che gli altri smettono di temerlo e cominciano a organizzarsi per non pagare.

Se la protezione americana diventa pizzo, la domanda non è cosa pensare di Trump, ma su quali mercati “comprare” la sicurezza, quando Washington ci tratta da ostaggi. Perché il punto di un’alleanza è la prevedibilità: tu difendi, io contribuisco, e il patto dura. Se invece il garante ti minaccia e ti fattura concessioni ogni settimana, allora non sei un alleato: sei un cliente in balia dell’umore del capo. E un cliente, quando capisce che il fornitore è un estorsore, fa l’unica cosa sensata: cerca altri sportelli.

Non perché la Cina o i circuiti dei Brics siano “buoni”, ma perché offrono qualcosa che il racket trumpiano distrugge: patti stabili, e non messi in discussione ogni cinque minuti, e transazioni più certe, senza l’umiliazione pubblica del ricatto quotidiano. A quel punto il calcolo diventa cinico e lineare: energia dal Golfo e da chi è altrettanto disgustoso come l’amministrazione Trump, ma almeno non ti fa la predica sulla democrazia.

Le contromisure ci sarebbero, se l’Europa avesse il coraggio di cercarle. Investimenti e sbocchi in Asia, tecnologia dove è disponibile, canali finanziari più diversificati per non farsi strangolare alla prima crisi. È il paradosso definitivo: trasformando l’Occidente in un sistema a pagamento, Trump spinge gli occidentali a comportarsi come fanno gli Stati piccoli quando hanno un padrone ingestibile—non si ribellano subito, si svincolano. E quando gli alleati iniziano a svincolarsi, la “protezione” non è più leadership: è solo un modo rapido per perdere il monopolio.

Intanto, a Roma il governo Meloni fa quello che sa fare meglio: si mette prono e chiama “realismo” il pizzo imposta al mondo dagli Usa di Trump. E l’Unione Europea, che da anni invoca “autonomia strategica”, oggi non ha né schiena né contromosse: niente deterrenza credibile, niente iniziativa politica comune, niente piano per ridurre la dipendenza.

Quella messa in atto da Trump è la stessa dinamica vista a Palermo nel 1981, quando i corleonesi di Totò Riina eliminarono Stefano Bontade; da lì in poi le regole durarono quanto servivano al nuovo padrone, nemmeno gli “alleati”, neanche gli altri mafiosi potevano avere certezza di scampare agli agguati. Questa è la lezione: chi accetta il pizzo in cambio di stabilità scopre sempre troppo tardi che, con certi boss, la stabilità è solo l’intervallo tra una riscossione e la successiva.