Trump, comunismo e BRICS: c’è davvero un’alternativa?

Nel maggio 2025, Eric Trump ha inaugurato un complesso da 1,5 miliardi di dollari nei pressi di Hanoi: un resort di lusso con ville, un campo da golf e centri congressi, brandizzato con il nome della Trump Organization. La notizia, di per sé rilevante per i rapporti commerciali tra Stati Uniti e Vietnam, ha una risonanza ben più profonda. Il Vietnam è infatti, formalmente, uno stato comunista. L’ideologia su cui si fonda dovrebbe essere in netto contrasto con il capitalismo sfrenato e l’individualismo economico rappresentati, per molti, proprio dalla figura di Donald Trump.

Come è possibile che un paese comunista favorisca l’investimento immobiliare di un presidente statunitense simbolo dell’establishment capitalista più muscolare? La risposta è duplice: da un lato, la necessità pragmatica di attrarre capitali e mantenere buone relazioni con Washington, dall’altro, un cambiamento strutturale iniziato già negli anni ’80, quando Hanoi avviò le “riforme Doi Moi“, aprendo all’economia di mercato pur senza rinunciare al controllo politico monopartitico.

Laos, Cina, Cuba: il pragmatismo economico dei regimi comunisti

    Il Vietnam non è un caso isolato. Altri paesi formalmente comunisti hanno da tempo adottato pratiche di mercato. Il Laos, per esempio, è oggi fortemente dipendente dagli investimenti cinesi, con grandi progetti infrastrutturali finanziati da capitali privati e pubblici esteri. Anche qui, le terre vengono espropriate, le comunità rurali marginalizzate, e le logiche di profitto prevalgono su quelle della pianificazione sociale.

    Cuba, da decenni simbolo della resistenza al capitalismo statunitense, ha introdotto riforme significative negli ultimi anni. La nuova Costituzione del 2019 riconosce l’esistenza della proprietà privata e l’iniziativa individuale. È una svolta che ha suscitato reazioni controverse, ma che risponde a un’urgenza: mantenere il sistema socialista senza strangolare l’economia.

    La Cina, infine, rappresenta il caso più evidente. Dopo la morte di Mao Zedong, Deng Xiaoping avviò una transizione verso il “socialismo con caratteristiche cinesi”, fondando un modello in cui lo Stato mantiene il controllo politico assoluto, mentre l’economia è fortemente orientata al mercato. Le grandi aziende cinesi sono oggi attori globali, spesso in concorrenza diretta con le multinazionali occidentali, ma operano secondo logiche di profitto, efficienza e competitività.

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    L’alternativa dei BRICS: un’alleanza senza una proposta economica distinta?

      I paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) si presentano oggi come il principale blocco geopolitico alternativo all’Occidente a guida USA. Nell’immaginario collettivo, incarnano un modello di sviluppo più giusto, multilaterale, multipolare e non subordinato alle regole di Washington o del Fondo Monetario Internazionale. Ma che tipo di economia propongono realmente?

      Analizzando caso per caso, emerge un quadro molto meno coerente:

      Cina: ha crescenti disuguaglianze. Il coefficiente di Gini è passato da 0,3 negli anni ’80 a circa 0,46 oggi. Le zone urbane sviluppate come Shanghai o Shenzhen offrono standard di vita occidentali, mentre le campagne restano in ritardo. Il sistema scolastico e sanitario è privatizzato in gran parte.

      India: malgrado la crescita del settore tecnologico e dei servizi, la povertà rimane endemica. Il 10% più ricco possiede oltre il 77% della ricchezza nazionale, e le caste basse continuano a subire esclusione socioeconomica.

      Brasile: ha una lunga storia di disuguaglianze. I programmi sociali avviati durante i governi progressisti hanno ridotto la povertà estrema, ma le riforme liberiste recenti hanno minato i progressi. Oggi, il paese ha un Gini vicino a 0,53.

      Russia: l’oligarchia post-sovietica ha generato una concentrazione di ricchezza estrema. Le sanzioni occidentali hanno accentuato la dipendenza dallo Stato, ma senza redistribuire in modo più equo.

      Sudafrica: nonostante la fine dell’apartheid, il paese mantiene livelli di disuguaglianza tra i più alti al mondo (Gini oltre 0,6). L’accesso a servizi fondamentali resta diseguale tra bianchi e neri, tra centri urbani e periferie.

      Retorica anti-occidentale, pratiche capitaliste

        Questi dati mostrano che, se da un lato i BRICS contestano l’egemonia economica e politica occidentale, dall’altro non offrono un modello socioeconomico realmente alternativo. Il loro dissenso è più geopolitico che sistemico. In pratica, non propongono un’alternativa al capitalismo, ma un capitalismo a guida propria, spesso con tratti autoritari e diseguali.

        Esiste oggi un’alternativa reale al capitalismo?

          Nel XX secolo, il “socialismo reale” (Unione Sovietica, Europa dell’Est, Maoismo) rappresentava, con tutti i suoi limiti e orrori, un modello alternativo compiuto. Oggi, nonostante la retorica di sfida, nessuna delle potenze emergenti propone un’alternativa strutturale. Anche gli slogan sul multipolarismo e la “giustizia globale” si traducono in pratiche di realpolitik, accordi bilaterali, difesa di interessi nazionali e integrazione nei mercati globali.

          Nel caso di Trump in Vietnam, è dunque emblematica la parabola: un paese comunista accoglie un simbolo del capitalismo statunitense per timore di ritorsioni commerciali. I leader BRICS si oppongono all’Occidente, ma mantengono economie di mercato diseguali. La vera domanda diventa: cosa distingue davvero un sistema dall’altro, oggi? Dove finisce l’ideologia e inizia la convenienza?

          Un mondo senza alternativa?

          Se la competizione è solo tra capitalisti di nazionalità diversa, ma con simili logiche di sfruttamento, concentrazione della ricchezza e deregolamentazione sociale, allora l’alternativa non c’è. Oppure, non è ancora emersa. Forse la prossima sfida sistemica al capitalismo non verrà da Stati o alleanze, ma da movimenti sociali transnazionali, da nuove generazioni, o da crisi globali che rimetteranno in discussione le regole del gioco.

          Nel frattempo, quello che ci si presenta come “alternativa” sembra piuttosto una nuova versione dello stesso gioco, con diversi giocatori in cima al tavolo.

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